Recensioni

6.1

Dai tempi dell’esordio Mestruazioni – fanno ormai cinque anni – la band di Lanciano non si è evoluta granché, semmai sembra essersi concentrata a rendere sempre più tosto il tiro e riconoscibile la calligrafia, di per sé d’altronde già un bel mostriciattolo a base di punk rock abrasivo col vizietto wave/dance, frutto tardivo degli anni Zero, che all’imbronciamento generazionale d’un Vasco Brondi preferisce lo sdegno caustico di Zen Circus ed il disincanto senza appello d’un Paolo Zanardi, magari conditi con l’hybris chimica dei !!!.

Cinque anni però non te li metti dietro le spalle come se niente fosse, c’è da fare i conti con la maturità, la stanchezza, l’esperienza, il logoramento delle intuizioni. Insomma: c’è da fare i conti. In questo senso l’opera terza McMao non si tira certo indietro. La formula viene riproposta e consolidata, il piglio è allo zenit, però forse le manca lo scatto in avanti decisivo, non c’è nulla cioè che nel sophomore Auff!! i MaDe DoPo non avessero affrontato con maggiore brillantezza e intensità. E’ buona Oggi chi sono, con quel modo svenevole di affrontare dandysmo decadente per material boys degli anni Dieci, così come quella Hanno ucciso un drogato che stempera gravità e voglia di riempire gli altoparlanti con soluzioni sonore più raffinate del solito (da qualche parte tra Notwist e Yuppie Flu, col fantasma di Rino Gaetano a mettere dita nel culo alla solennità). Niente male anche la cover di Fragole buone buone, che spennella di amarezza spigolosa e acidità sintetica la trepidazione sorniona dell’originale firmato Luca Carboni.

Altrove, tuttavia, le tessere non vanno tutte a posto. In particolare, episodi come Il cantico delle fotografie e James Douglas Morrison sono buone idee che avrebbero meritato sviluppi meno grossolani, vedi quei ritornelli che sembrano progettati per confezionare innodia sloganistica da palco. Da qualche parte tra la drammaticità cannibale di Requiem per una madre (con l’emotività gridata in versi quali “mi fanno schifo le cose belle perché non le puoi vedere tu“) e il malanimo dolciastro di La rapina colettiva (“ce la puoi fare amico, è come quando ti svegli col tuo stesso russare“) c’è il cuore di questa band, che non è ancora stata apprezzata per ciò che vale, e che forse proprio per questo rischia di svalutarsi cercando la pronta presa di groove arguti come Coccodé (ospite Lorenzo Kruger dei Nobraino) o il divertissement bandistico de Il cinematografo.

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