Recensioni

7.4

Oh by the way, there are no money makers on this record / This time I’m exploring the loser’s point of view / Never mind the term / It’s a renegade breakdown […] I don’t want your advice on how to elaborate my speech […] The uglier I feel, the better my lyrics get […] I’ll tell it to your face, for once and for all /  My life is anti-strategic / Lying between comic and tragic […] I feel no shame to desert what I’ve never needed from the start / Take back everything, I don’t cling on to products

Basterebbe il testo di Renegade Breakdown, primo singolo dal quinto album a cui fornisce addirittura il titolo, per rendere imperdibile il ritorno di Marie Davidson, tra i migliori nomi dell’attuale scena elettronica con il precedente, sarcastico (capo)lavoro techno Working Class Woman. Qui le carte in tavola cambiano quasi del tutto. Il singolo in questione, beh, è un concentrato di groove capace di guardare alle soundtrack horror dei Seventies, dai Goblin a Carpenter, per poi esplodere in un ritornello che è puro climax French touch.

Tanto per cominciare, Davidson si fa supportare dalla cosiddetta band L’Œil Nu, formata dal  marito Pierre Guerineau (di recente all’esordio da solista con il progetto Feu St-Antonie), con il quale condivide la splendida avventura nel duo darkwave Essaie Pas, e da Asaël R. Robitaille (Bataille Solaire), conosciuto un decennio fa alla venue Le Brique di Montreal. Ai tre si aggiungono per giunta altri collaboratori a dare una mano in fase di ricchi arrangiamenti e produzione impeccabile. In Working Class Woman, dicevamo, la vocalist e producer affrontava in maniera geniale il mondo della club culture, dissacrandolo dall’interno, mettendo in scena una sorta di autoparodia abbastanza atipica in virtù dell’assoluto valore della proposta. Renegade Breakdown è il capitolo successivo, è «una reazione agli anni trascorsi in viaggio tra club e festival: gli aeroporti, le notti, l’attrezzatura smarrita o danneggiata, spesso da sola, sempre con la custodia di strumenti e cavi al seguito» e inevitabilmente una reazione a «sentimenti di disorientamento, insonnia cronica, esasperati da una transizione senza fine da un fuso orario all’altro». Si amplia però il raggio di azione, a ogni effetto verso l’esterno, con gli omaggi alla piazza Kottbusser Tor di Berlino e a Karen Carpenter dei Carpenters, morta nel 1983 a causa delle complicazioni indotte da un’anoressia nervosa.

I testi, come avrete capito, restano ad ogni modo una componente fondamentale, ma la musica, appunto, cambia. Il trio rende omaggio agli ascolti che hanno segnato il suo background e alla classica forma-canzone innescata dalle melodie, sebbene spesso molto avventurosa, da fruire preferibilmente di notte e scolandosi parecchi drink di corredo così da accentuarne le rifrazioni psichedeliche. C’è parecchio decadentismo e c’è anche una nuova accessibilità che non si deve confondere con un abbassamento della posta in gioco: prestando attenzione, i livelli di lettura restano infatti molteplici. Stiamo parlando di un disco moderno o rétro? Di un disco super godibile o sotto sotto estremamente intellettuale? D’altronde Davidson, che adesso si cimenta in autentici cantati in un mix di inglese e francese a parziale discapito delle abituali soluzioni spoken, aveva preannunciato di volersi allontanare dal dancefloor. Se l’elettronica ovviamente resta, si guarda stavolta al succitato French touch – in un filo ideale che va da Mylène Farmer e arriva ai baccanali ritmici di Sébastian Tellier, sotto la regia immaginaria di un Gaspar Noé  – e a un songwriting che sa farsi persino jazzy, influenzato da nomi come Billie Holiday e Chet Baker. A tratti ci si immagina una versione badass di Charlotte Gainsbourg. Oppure una collisione violenta tra Chromatics e Air.

Back To Rock è una ballad che potrebbe attorcigliarsi benissimo al fumo di sigaretta della Marianne Faithfull di Broken English, il secondo estratto Worst Comes To Worst è un pezzaccio pop con piglio Eighties e riffettone aggressivo alla Daft Punk in chiave metal, Center Of The World (Kotti Blues) è un’altra ballad perfetta che termina con cinematica coda strumentale. E ancora: l’acusticheggiante La Ronde si ricollega in loop alla scuola transalpina, C’est parce que j’men fous ha appeal in linea Christine And The Queens, Just In My Head sembra un instant classic – anzi, sembra una cover di un brano già stato classico e potrebbe essere inserita nel repertorio del Club Silencio. In conclusione, la teatralità di Lead Sister sfuma in cupezza, mentre la dark ambient di My Love si riallaccia al recente passato e Sentiment volge al finale etereo. Renegade Breakdown è, nel complesso, una mossa sorprendente, nonché un lavoro che ci terrà compagnia a lungo nel tentativo di decifrarlo appieno.

Forse, come suggerisce la copertina, esistono tante Marie Davidson – una perché possiamo ormai affermare con ragionevole certezza che la personalità è di certo unica, nessuna perché lo stardom non sarà mai il suo habitat naturale, centomila per rendere più affascinanti differenti universi sonori.

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