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Sempre lucido, Brian Warner aka Marilyn Manson torna con il suo undicesimo album di studio in giorni di estrema confusione – negli U.S.A., nel mondo – e lo battezza WE ARE CHAOS, per quanto il tutto sia stato portato a termine pre-pandemia (ma in parallelo c’è una violenta pandemia di idiozia e intolleranza detonata ben prima).

L’hard horrorifico e le contaminazioni industrial-glam dei giorni d’oro, quelli dei primi dischi, hanno ceduto il passo a un songwriting se non pop di certo maggiormente orecchiabile o comunque sia decodificabile (il ritornello della title track è super easy, Perfume di heavy ha soltanto i sogni di rotation intelligente, Broken Needle in chiusura è una vera e propria ballad tra corde acustiche e pianoforte). La coproduzione è stata affidata al musicista country Shooter Jennings, già al lavoro con nomi agli antipodi come Brandi Carlile e Tanya Tucker eppure capace di un pertinente sentimento southern (ghotic). Ed è poi giusto che uno che ha sbeffeggiato i costumi tradizionali in qualche modo ci si infili dentro a suo piacimento: forse, la massima profanazione.

Nello spiegare meglio la (multi)forma del caos generatore, il diretto interessato ha dichiarato: «Questo concept album è lo specchio che io e Shooter abbiamo creato per l’ascoltatore – è lo stesso nel quale non ci specchieremmo. Ci sono così tante stanze, armadi, casseforti e cassetti. Ma nell’animo e nel tuo museo dei ricordi, i peggiori sono sempre gli specchi. Frammenti e schegge di fantasmi hanno perseguitato le mie mani mentre scrivevo la maggior parte dei testi. Mentre scrivevo questo album, ho pensato tra me e me: “Doma la tua pazzia, aggiustati il completo. E prova a far finta di non essere un animale” ma sapevo che l’essere umano è il peggiore di tutti. Avere misericordia è come commettere un omicidio. Le lacrime sono la perdita più grande del corpo umano».

Gli anni tra 1994 e grossomodo 2000, andando dall’esordio Portrait Of An American Family sino a Holy Wood compreso, sono lontani in ispirazione e rilevanza. Si riparte dall’accoppiata dei precedenti dischi realizzati assieme a Tyler Bates, quindi dal ricongiungimento con il blues di The Pale Emperor e dal più elettronico-aggressivo Heaven Upside Down, e il verdetto non cambia. Non c’è però niente di cui vergognarsi, perché fra le nuove dieci canzoni in scaletta ci sono comunque degne intuizioni melodiche (in Red Black And Blue, Don’t Chase The Dead, Keep My Head Together) e tentativi di tornare cattivo abbastanza indolori (Infinite Darkness, come il bell’autoritratto di copertina dipinto dallo stesso Warner – del resto c’è un’altra traccia in scaletta, invero prescindibile, che si intitola addirittura Paint You With My Love). Buffo che, mentre il tempo passa, il Reverendo – spesso accusato sin dagli albori di aver allestito una sorta di baraccone del cattivo gusto – possa dirsi più dignitoso nel portare avanti la sua carriera di tanti colleghi ancora in circolazione: sta qui la differenza tra freak e clown nel circo del rock. La sufficienza è ampia: 6(66).

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