• Feb
    04
    2014

Album

Sacred Bones, Bella Union

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Cercare di imprigionare i fantasmi che abitano le nostre vite è un sogno lungamente rincorso dall’uomo. C’è stato chi, come gli adepti del mesmerismo d’Età Vittoriana, hanno provato a costruire portali per un contatto diretto con loro, cercando di registrarne le voci su rudimentali supporti. E c’è chi, da prima dell’elettricità, ha sempre tentato di fissare nell’arte i propri fantasmi, per oggettivarli, quasi rimuoverli chirurgicamente dalla propria carne viva e consegnarli, con alterne fortune, all’umanità.

Alcuni, come Kimya Dawson, hanno trasfigurato nel mondo fatato dell’infanzia le proprie nenie ossessive, rendendo il privato pubblico. Altri, i folk singer più impegnati, hanno fatto entrare i fantasmi della società nel proprio privato, in un processo di privatizzazione delle agonie sociali. C’è, infine, una ristretta cerchia di artisti che ha saputo mescolare entrambi i piani, rendendo universali i propri fantasmi attraverso romanzi, poesie, film. E canzoni, come quelle di Marissa Nadler, apparentemente fatte di poco più che di un tappeto di leggeressimi synth su cui poggiare il fingerpicking e la voce delicata. In realtà, capaci di sostanziare i propri fantasmi attraverso un lavoro di cesello sulla composizione e l’arrangiamento, così da rendere i tre quarti d’ora di quest’ultimo disco una summa mirabile del cantare il folk dell’ultimo secolo.

Dentro a canzoni come DesireDrive c’è l’equilibrio voce/chitarra di una Vashti Bunyan, solo asciugata dell’afflato più hippie e riconsegnata a una dimensione prewar, di un inizio Novecento polveroso e in chiaroscuro. E ci sono i testi di ordinaria sofferenza, quel racconto del sè come unica forma del vivere che ha caratterizzato tanto songwriting al femminile, dalla Karen Dalton di 1966 a Nina Simone. C’è la saggezza produttiva di Randall Dull (sì, quello del metallo trasfigurato Sunn O))), ma anche Akron/Family). C’è il sapiente uso dei synth di Steven Moore, per un suono d’ambiente che sessanta anni fa avremmo affidato interamente agli archi. Ma soprattutto c’è la voce, anche elaborata, più che altro controllata, plasmata, della Nadler, e la sua intelligente scelta di lasciare riverberi lunghi alle chitarre per dare corpo a quei fantasmi che altrimenti appaiono imprendibili. Un salto in alto dell’artista americana, forse con qualche incertezza ancora da limare. Ma da qui in poi, sembra di vedere nascere una musicista che inciderà il proprio nome nella Storia. La Nadler ha la perizia di una veterana al servizio di una saggezza arrangiativa e di una scrittura – mai così felice – che promettono ancor più di quanto già – ed è molto – non dicano.

5 Febbraio 2014
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