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7.3

Quattordici anni fa il quarto album I’ll Take Care Of You rappresentò per Mark Lanegan un turning point. Con quella selezione di cover volle avvisarci che iniziava una nuova fase della sua carriera, un viaggio nel cuore (nel ventre) della canzone (d’autore, popolare, folk, blues, rock…) per cercare di portarne alla luce i palpiti più profondi. Missione poi compiuta in quel quasi capolavoro che fu due anni più tardi Field Songs, raccolta splendidamente in bilico tra songwriting e allucinazioni psych-blues in mezzo al quale non a caso brillava un’altra straordinaria cover, Chemical Dream House di Jeffrey Lee Pierce.

Da allora , quasi avesse già adempiuto il compito d’una vita, l’ex-Screaming Trees si è speso più in partecipazioni e collaborazioni che non in cose proprie, prestandosi con generosità e risultati alterni (mediamente buoni, comunque), col rischio però d’inflazionarsi e creare una sorta di “canone Lanegan” che a gioco lungo – per quanto svariasse tra situazioni e generi – ha reso un po’ prevedibili le sue interpretazioni. Tuttavia, anche nei casi in cui è la monotonia è dietro l’angolo, c’è sempre da fare i conti con l’imponderabile laneganiano, e nel qui presente Imitations – ottavo album da solista – te ne accorgi già leggendo la scaletta: di nuovo tutte cover, riconducibili sì a “spiriti affini” come Nick Cave, Greg Dulli e John Cale, ma anche a maestri del croonerismo più indulgente e abboccato come Andy Williams e sua maestà Frank Sinatra, concedendo poi una importante investitura alla californiana Chelsea Wolfe (sua la bella opening track Flatlands) e un sorprendente sdoganamento ai reucci del blue-eyed soul Hall & Oates (una She’s Gone virata roots).

Se con la Deepest Shade griffata Twilight Singers sembra sguazzare nella sua tazza di tè (con risultati apprezzabili ma appunto abbastanza prevedibili), in Pretty Colors e Lonely Street il buon Mark è invece abile a sfrondare l’affettazione degli originali lasciando che ne affiori la polpa inquieta, con una specie di garbo spietato e acidulo, lo stesso che sparge soffice malanimo su Brompton Oratory (quasi in opposizione alla bruma algida concepita dal Re Inchiostro). Più il pezzo è celebre e – consentitemi – sputtanato, più è evidente la strategia: andare al cuore della questione, al centro misterioso della faccenda, quello che poi rende la canzone davvero efficace malgrado la grana nazionalpopolare. Senza ripudiarla in toto, ma abbassando le luci, evitando le slinguazzate a gratis degli archi, i piacionismi doo wop, un po’ tutta l’effettistica lubrificante da classifica insomma.

E’ un po’ come rivelare, se volete, la metà oscura del successo. Vedi il borbottio basale di Mack The Knife, una Autumn Leaves languida e spettrale, o quella You Only Live Twice che baratta l’intrigo jamesbondiano con una suadente irrequietezza folk. Probabile che Mark Lanegan abbia irrimediabilmente perduto il centro della scena, ok. Ma è solo perché non smette di scavare gallerie.

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