• Feb
    01
    2019

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42 records

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In una esperienza totalizzante, densa, appagante e stratificata com’è quella dei Massimo Volume, rintracciare chiavi di lettura più o meno trasversali è esercizio buono e giusto per decrittare un tale portato. Una delle peculiarità che hanno da sempre colpito chi scrive sin dagli esordi è indubbiamente la tensione: quella musicale, ovviamente, affidata a un interplay dapprima tanto ingenuo quanto ferocemente spontaneo e tagliente e via via sempre più consapevole dei propri mezzi, così come, altrettanto ovviamente, quella testuale, affidata alle parole mai banali di Mimì Clementi.

Oggi, con un rientro quasi a sorpresa visti i 6 anni che dividono Il Nuotatore – titolo preso a prestito da un racconto di Cheever e sorta di chiave di lettura “acquatica” per l’intero lavoro – dal suo più immediato predecessore Aspettando I Barbari, quella tensione non solo è viva e arde sottopelle nelle 9 tracce dell’album, ma sembra addirittura “rinvigorita”. Molto probabilmente c’entra un fatto “di cronaca”, ovvero l’addio di uno Stefano Pilia che, nello spazio di due soli album, aveva finalmente chiuso il cerchio sulla famosa querelle legata al “secondo chitarrista”, ma anche dimostrato di essere perfetto e speculare nell’accoppiata con l’altro chitarrista extraordinaire Egle Sommacal. Un distacco amichevole che ha portato i Massimo Volume, per la prima volta in più di venti anni, a suonare in trio; solo chitarra, basso e batteria. Di conseguenza, e torniamo alla tensione di cui sopra, il suono è ovviamente più scarno, più urgente, più vibrante e nervoso, senza per questo apparire meno “pieno” o troppo “essiccato”: merito di una ottima produzione (quella di Giacomo Fiorenza) ma soprattutto di arrangiamenti in divenire che hanno via via stratificato un suono nato per le ragioni di cui sopra in forme “scheletriche”, come una sorta di ossatura da adornare di musica e parole.

È così che hanno maturato piccoli capolavori alla Massimo Volume come La ditta dell’acqua minerale, uno dei racconti di Mimì che rende viva e universale una vicenda specifica mentre l’interplay strumentale è nervosismo puro che porta, come sempre, verso il climax testuale che spacca il cuore di chi ascolta; oppure Amica Prudenza, ipnosi strumentale a sostegno di una riflessione sull’inazione come antidoto al fallimento; o ancora, Nostra Signora Del Caso, con le sue chitarre “puntilliste” a reggere un racconto di inadeguatezza che cela “il desiderio represso di essere travolti contro la nostra volontà”; o una ballata come Fred, così melliflua e struggente nel suo mescolare una visione personale di post-rock all’ennesimo travisamento tra autobiografismo e narrativa. In sostanza, un panopticon di personaggi, situazioni, vicende, di quotidiano traslato, di ricerca di una maniera per comunicare la complessità dell’esistenza fatta musica e “dispersa” in 9 canzoni che sono racconti e insieme tessere di un mosaico più ampio da indagare, smontare, rimontare, e in cui perdersi.

Non un album a tema, dunque, Il Nuotatore, ma un album in cui la presenza di quell’elemento “indomabile capace di travolgere tutto quello che trova” diviene sostegno e appiglio, gara di (r)esistenza, ricordo di naufragio e consapevolezza della fatica del rimanere a galla, della lotta per rimanervi e non soccombere. Non un album a tema, quindi, ma un lavoro sulle solitudini (si guardi la copertina di Luciano Leonotti e la sua resa “modificata” opera di Marcello Petruzzi nell’interno del booklet per avere una idea), sui fallimenti, sulla volontà di (im)potenza che si cuce addosso all’ascoltatore. Non un album a tema, Il Nuotatore, ma un album, l’ennesimo, in cui i tre hanno di nuovo messo una distanza quasi incolmabile tra i Massimo Volume e il resto della musica italiana.

1 Febbraio 2019
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