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Cinque anni dall’ultimo frutto discografico, quel Four Walls in combutta con Burial, e i Massive Attack tornano con un nuovo EP, che poi è uno dei due che dovrebbero uscire nel 2016 prima di un probabilissimo album. Massive Attack che ormai sono al 90% delle loro uscite la creatura del solo 3D, e dispiace molto non trovare mai il nome di Daddy G nelle note di questo EP. Un dispiacere che si mischia allo straniamento nel vedere la presenza, dopo decenni, di Tricky in un disco dei bristoliani. Si era quasi vicini alla formazione originale, per i nostalgici.

Ma la nostalgia pare non tocchi molto Robert Del Naja, il quale continua a circondarsi di ospiti (qui presenti in tutti e quattro i brani) e ad aggiornare costantemente la propria lezione ai tempi in cui viviamo, fuori dai semplici territori trip hop che furono. Territori rivoluzionari, quelli sì, ma si sa che la rivoluzione la si può fare una volta sola. Se dunque un disco va analizzato, tra gli altri modi e senza entrare in territori semiologici, anche in relazione a chi lo ha fatto e alle sue intenzioni, un leggero senso di fastidio pervade l’ascolto di questo EP. Perché tutto, nello spirito ormai imprenditoriale di 3D, urla al tentativo disperato di avere il polso del proprio tempo, di non lasciarsi scivolare nell’oblio: dubstep, garage, r’n’b ricondizionato di questi anni Duemila e oltre.

E però poi l’EP un minimo spiazza l’ascoltatore. Non per le coordinate sonore, per i mondi da cui pesca, ma perché, se negli ultimi lavori traspariva la maniera, qui viene leggermente superata dalla classe e dal gusto delle combinazioni. Non che si rivoluzioni o che si ascolti roba inusuale (basta quel suono urlante in sottofondo stile Forest Swords nella ballabile di matrice UK garage Dead Editors, aperta da una spia che ricorda l’apertura dell’anthem Angel e che vede la partecipazione di Roots Manuva alla voce), ma i dosaggi sono quasi tutti giusti. C’è anche il coraggio di non ripetere mai o quasi la stessa scelta, come nel salto al tribalismo di Voodoo In My Blood, aperto e accompagnato dal rapping a volte caciarone dei Young Fathers, che nel suo essere fuoriluogo potrebbe essere visto, a seconda dei gusti, come un esperimento o una cavolata.

Con Ritual Spirit, poi, si torna a casa in qualche modo, ovvero a quel soul che è la vera spina dorsale dei Massive Attack: una voce androgina come quella di Azekel, le pause a lasciar entrare synth e percussioni in primo piano, la lentezza leggermente trafitta dagli arpeggi solari di chitarra. È il dolce antipasto (ma non in ordine di tracklist) a Take It There, 3D e Tricky insieme dopo anni. La grana in sottofondo la senti, urla Burial, ma la struttura non è spezzata in stile dubstep. Si è al cospetto di una bella ballata, piano, groove sexy che si mischia alla minaccia (vedi il video e le voci non proprio rassicuranti dei due protagonisti), cori femminili semi-ubriachi: una versione aggiornata e meno cervellotica di quanto di buono c’era in 100th Window. Se questa è la vecchiaia che si prospetta ai Massive Attack, siamo molto curiosi di sentire i prossimi segni di senilità.

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