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7.5

In uno dei millemila siti di vendita di dischi online, di quelli in fissa con generi e classificazioni a mo’ di tag, in merito a questo nuovo disco di Matana Roberts, si possono leggere, tra le altre definizioni, le seguenti: “avant jazz”, “avant afroamerican”, “avant gospel”, “spoken word”. Ecco, questo quadrilatero dà già una collocazione a ciò che si può ascoltare in questo capitolo quarto della serie Coin Coin dedicato a Memphis, ma magari conoscere questo corpus giunto al volume 4 di 10 può essere di sicuro di aiuto. Come già indicato nei volumi precedenti (Le Gens De Couleurs Libres, il primo; Mississippi Moonchile il secondo; River Run Thee il terzo), quello architettato dalla sassofonista afroamericana – «storyteller, musician, ethnographer, historian, bandleader, arranger, improviser, activist…», come l’ha giustamente definita Pitchfork – è un percorso nelle origini, proprie come della propria gente, attraverso il racconto e la risemantizzazione di storie, personaggi, miti, fantasmi, tutte e tutti viste e riviste, nel senso di rivisitate e attualizzate, secondo la lente del jazz più libero possibile, privo di strutture come un (flusso di) racconto deve essere e capace di creare una empatia/mondo cui l’ascoltatore non può sottrarsi.

Centrale in questo caso è la nonna Liddie, persistente presenza e insieme monito e indicazione di una attualità della memoria, del passato, delle tradizioni degli immigrati forzati afroamericani, indagata questa volta con un quintetto (nel precedente River Run Thee, Matana era da sola al comando) formato da Hannah Marcus (chitarra, accordion), Ryan Sawyer (batteria), Nicolas Caloia (basso) e Sam Shalabi (chitarra, già in Land Of Kush e Dwarfs Of East Agouza), con ospitate di Steve Swell (trombone), Ryan White (vibrafono), Jessica Moss, Nadia Moss e Thierry Amar alle voci. Il risultato è un flusso stratificato di elementi spesso ricombinati e ricombinabili in chiave avant, presi dalla tradizione afroamericana, dal folk e blues pre-guerra, dal free, dal gospel e dallo spoken word, dall’hip-hop più schierato come dalle marching bands o dai traditional più impolverati, che si fa sinfonia realisticamente a più voci di un passato che preme per tornare attualità, che rifugge la classificazione o la standardizzazione ma vive di strappi, impeti, nenie, litanie più o meno circolari, perché tale è e deve essere la rievocazione di un passato, specie se così doloroso. Estrapolare un pezzo o un frammento o una composizione, converrete con me, sarebbe limitativo del tutto, ma sappiate che ogni nota, ogni rimando, ogni passaggio vive in stretta simbiosi con tutto il resto, presente in questo disco ma anche in tutta la serie, facendone probabilmente la più lucida, spregiudicata e affascinante voce di protesta levatasi in questi anni di difficile convivenza, non solo tra passato e presente ma anche tra “etnie” nello stesso spazio fisico.

Insomma, «Run baby, run… run like the wind» e non fermarti, proprio come diceva tua nonna Liddie e come riecheggia, sorta di mantra, un po’ in tutto questo quarto, eccellente capitolo che ridà nuova linfa al concetto di album politico.

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