Recensioni

6.8

Al netto della parentesi synth analogica e delle collaborazioni, il cuore della musica dei Matmos, ancor prima di farsi attivista e pop, ha sempre assunto due declinazioni ben precise: quella più corale, wave e suonata spinta da Martin Schmidt e quella legata alle trovate concettuali proposte da Drew Daniel. Tra i due, un comune oggetto del desiderio: manipolare artigianalmente vari beni di consumo nati per fare tutt’altro che musica e trasformarli in strumenti musicali grazie allo sfregamento, alla percussione, allo strofinamento, ecc… Fondamentale dunque il ruolo “politico” del campionatore che, come per Herbert, è da sempre funzionale a un’idea molto libera di dance, anzi, di ritmo, e di questo in relazione al suono.

Con Ultimate Care II i Matmos, a distanza di tre anni dal disco che ne ha celebrato i 20 anni di sodalizio umano ed artistico, tornano a fare musica da/con oggetti, anzi per mezzo di un oggetto in particolare: l’omonima lavatrice con carica dall’alto Whirpool, elettrodomestico che peraltro gode di vari omaggi da parte degli youtuber e rappresenta un’autentica icona per il lavaggio dei panni della famiglia americana. Anche questa volta la coppia non è sola nel processo creativo. Tra i crediti del disco troviamo gente come Dan Deacon, Max Eilbacher e Sam Haberman (Horse Lords), Jason Willett (Half Japanese) e Duncan Moore (Needle Gun), con ognuno di loro a dare una mano percuotendo o processando il suono proveniente dall’elettrodomestico, oppure, specifica la nota stampa, mandando dati MIDI ai sampler dei Matmos.

In pratica, quel che esce dai 38 minuti dell’unica traccia disponibile è l’essenziale disco della coppia con una serie di generi musicali trasfigurati ma pur sempre riconoscibili, ottenuti da un oggetto altrettanto palesato ma alla bisogna trasfigurato anch’esso. Lo streaming contempla tutto il consueto scibile del gusto matmosiano, dall’industrial alla musica concreta, dalla house tribale alla cosmica, dallo space jazz alla techno, e di traverso tutta una serie di avanguardie storiche, da Stockhausen a Pierre Schaeffer, giusto per elencare i primi della lista. Il risultato, ancora una volta, è intellettuale sì, ma di risulta da un processo artigianale, intrigantemente asciutto, centrato, giocato con un pizzico di proverbiale ironia ma senza che la si noti troppo.

Del resto è un ritorno ai Quasi-Objects e agli esordi, un po’ luddisti, wittgensteiniani e nerd, ma tra tutti gli oggetti martoriati in questi anni (ricordiamo anche la strumentazione di una clinica estetica), la Ultimate Care non rappresenta purtroppo il case study più riuscito, e questo non per un discorso di abusate modalità, approcci e spettro d’azione, dato che la trasparenza nell’azione è da sempre una delle caratteristiche che più ci piacciono nei Matmos, fin dall’inizio. Il minutaggio del lavoro scorre tra momenti più colorati e new age (vengono in mente anche i primi Mouse On Mars, giusto per sottolineare da un’altra angolazione il ritorno alle origini) ai consueti tribali (in questo caso da scantinato), fino all’orgiastico techno finale. Non un brutto lavoro, e sicuramente il tocco Matmos è sempre prezioso; ciononostante, non un lavoro imprescindibile all’interno della loro discografia.

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