Recensioni

I Mazzy Star non sono tipi da intervista. Nella loro storia ne hanno rilasciate pochissime e sempre molto laconiche. Solo due (per ora) servono ad aprire la campagna pubblicitaria del loro ritorno dopo diciassette lunghi anni. Al Guardian, però, le cose sfuggono un po’ di mano e l’intervistatore in difficoltà si trova a confrontarsi con il muro di timidezza (c’è chi, nei commenti, la definisce arroganza) di Hope e David e sperimenta sulla propria pelle quanto scriverà nel prosieguo: “Intervistare i Mazzy Star è come gettare sassi in un pozzo profondo e aspettarsi di ricevere deboli spruzzi di ritorno”. Si ha a che fare con questo quando si parla di Mazzy Star. Di una band che si è ritrovata catapultata nel culto Nineties dello slow core, del dream pop di matrice più acustica, di quel clima di malinconica decadenza che nei Novanta faceva da contrappunto agli amplificatori ridotti in macerie del grunge.
Ma i Mazzy Star non hanno taciuto per questi diciassette anni che separano Seasons Of Your Day dal 1996 di Among My Swan. Dai progetti collaterali di Hope Sandoval (quei Warm Inventions in cui ha militato anche l’amico-partner Colm Ó Cíosóig dei My Bloody Valentine) all’assiduo lavoro in studio, che ha portato la band a raccogliere i dieci episodi di Seasons Of Your Day. Si avverte palese più che mai una linea di continuità, in effetti, soprattutto con il loro canto del cigno del 1996. Se l’esordio She Hangs Brightly (datato 1990!), infatti, sembra invecchiare meglio ad ogni ascolto con la sua freddissma lucentezza e So Tonight That I Might See presenta sprazzi di animata wave che al tempo facevano il verso a quanto di più prolifico avesse prodotto da un lato il Regno Unito in campo dream (Jesus & Mary Chain), dall’altro gli USA in campo slow core (Low), l’asse Among My Swan – Seasons Of Your Day ripesca soprattutto dal calderone blues-country-americana le armi più convincenti.
A primo acchito, sembra che il tempo si sia fermato. Il songwriting è potente, la voce di Hope – nonostante i suoi 47 anni – più soave che mai, le risposte sulla sei corde di Roback sempre più pure di fingerpicking e slide. L’apertura, affidata a In The Kingdom, è giocata sui modelli folk di una scrittura paragonabile a Dylan o Neil Young, come se la nativa messicana Hope sentisse il bisogno di ripescare le radici più incontaminate, scrivendo sull’organo, sugli slide lisergici di Roback e sui ticchettii di glockenspiel, un nuovo passato. Elettricità e acustico trovano una fusione molto interessante, un equilibrio nel quale tutti gli strumenti suonati nel disco (moltissimi, ma appiattiti nel solito gioco di monotonia del genere) restituiscono un clima “morfinico” di cui California (singolo prescelto, ma forse il brano meno rappresentativo) è l’esempio più palpabile. Canta come una Joni Mitchell del Mississippi, la Hope, che in I’ve Gotta Stop si riscopre blues-girl sorretta dai lick soffusi della distorsione di Roback e dalle rade percussioni di Colm Ó Cíosóig. E canta di passioni bruciate nel fuoco del tempo in Common Burns, unico brano (insieme a Lay Myself Down) edito in un 12’ del 2011. Non sfigura, in quest’ottica, il cameo di Bert Jansch – leggenda scozzese della sei corde, recentemente scomparso – che, per Spoon, intesse un fragile mantra di slide e arpeggiato come quelli che si sentivano nelle dark ballads dei Velvet Undeground & Nico. C’è tempo persino di ricordarsi i referenti psycho pop nella cavalcata interminabile che chiude il disco, Flying Low. Un tocco di armonica, la voce spinta sempre più in profondità e qualche giro che potrebbe accendere l’interesse dei fan della chitarra di Jimmy Page.
Strana storia, quella dei Mazzy Star. Una storia che – nonostante il culto nato con brani come Fade Into You che li ha catapultati nell’Empireo del genere – i Nostri sembrava non avessero intenzione di vivere, di sfruttare. Rinchiusi in una gabbia di timidezza e fragilità che li ha un po’ resi un enigma da risolvere, forse ricavavano attrattiva precisamente da quella. Ora che sono diventati tangibili, qualcosa è sfuggito. E Seasons Of Your Day ne è un po’ la conferma, dal momento che le canzoni non sono state pensate per un exploit di ritorno (o per una reunion, come molti penserebbero), bensì centellinate punto per punto in questi diciassette anni. Un disco, in fin dei conti, che non aggiunge nulla alla loro carriera, che non si preoccupa del tempo che passa, ma si difende egregiamente attraverso una scrittura che solo loro avrebbero saputo concepire.
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