• giu
    01
    2018

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Storia strana, quella dei Mazzy Star. Catapultati per caso nel culto del dream pop / slow core post-epoca grunge, per lo più grazie a un singolo brano (quel capolavoro di Fade Into You), Hope Sandoval e David Roback hanno collezionato, con il nome Mazzy Star, una discografia piuttosto minuta (solo quattro Lp) rispetto agli oltre 25 anni di carriera. Ciononostante, la loro attitudine riservata, il loro essere riluttanti verso l’immagine pubblica, la timidezza che spesso fa rima con mistero, sono valsi al gruppo fan affezionati che hanno accolto a braccia aperte il primo lavoro dopo i diciassette anni di iato (Seasons Of Your Day del 2013) e, cinque anni dopo, questi tre inediti contenuti in Still, che racchiude anche una versione riarrangiata della title track del secondo album (So Tonight That I Might See del 1993).

È solo da ammirare la capacità del duo di mantenersi distante dall’impatto dei tempi, della tecnologia, degli stili musicali. Lo slow core paziente e sognante dei Mazzy Star non scorre sulla stessa timeline della musica contemporanea. Forse non ha nemmeno posto nella dimensione del tempo in assoluto: i due continuano ad approcciarsi al songwriting con elementi minimali (una voce apatica, una chitarra in slide e, occasionalmente, degli accordi di pianoforte), a prescindere dall’epoca in cui vengono pubblicati.

Il singolo Quiet, The Winter Harbour, prevedibilmente immerge l’ascoltatore in una dimensione di malinconia e di conforto dettata dalla voce di Sandoval che, prima ancora di essere voce, è strumento armonico. Quando a metà brano, la chitarra in slide si unisce ai biascicati accordi di piano, capiamo che i Mazzy Star non sono cambiati di una virgola e ci chiediamo quanto il crooner singing di una Lana Del Rey abbia preso ispirazione dalla fascinevole apatia emozionale di Sandoval. That Way Again, forse il brano più rappresentativo, è un manuale di scrittura country folk a metà strada tra Neil Young e Joni Mitchell, entrambi in versione ipnotica e lisergica. La sensazione è quella di ascoltare un’eterea voce raccontarci di amori rurali e fantasie bucoliche. Manca l’armonica (presente in alcune versioni live del brano) che avrebbe forse reso il brano ancora più centrato, ma c’è, invece, un magnifico assolo di chitarra elettrica sul finale.

Still è un leggero passo verso la sperimentazione, che quasi ricorda alcuni episodi di Mark Kozelek e Sun Kil Moon, anche se, più probabilmente l’ispirazione qui la danno i Velvet Underground e Nico. La chitarra è battuta, si intuisce un violoncello in sottofondo e la voce è inusualmente in spoken word. Il tutto per soli 2:06 di canzone. Chiude la versione “ascension” di So Tonight That I Might See che, sebbene mantenga i Velvet Undeground, i Doors e relativi esperimenti psych rock come punti di riferimento (proprio come l’originale), è, dispiace dirlo, meno pungente della sua versione del 1993. Malgrado ciò, il brano rimane imprescindibile per capire le diverse sfumature (in questo caso, psichedelia e dark/blues) del duo californiano.

Come detto, il tempo si ferma o si sposta per i Mazzy Star, che con Still EP ci ricordano che sono ancora nei radar. C’è da apprezzare l’integrità dei due che, in più di 25 anni, non hanno dato ascolto alle sirene di alcun cambiamento e hanno deciso di rimanere sempre uguali a se stessi. E questo malgrado disco dopo disco, EP dopo EP, non si aggiunga nulla di rilevante alla loro interessante discografia.

1 giugno 2018
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