Live Report
Dal 5 Giugno al 9 Giugno 2019

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Già negli anni Cinquanta il giornalista Guido Piovene scriveva che a Taranto, «città di mare tersa e lieve», ci puoi passeggiare con la sensazione «di respirare a tempo di musica». Quasi come una premonizione, da almeno due anni a questa parte la città pugliese è teatro di una delle realtà più vivaci per qualità, varietà di offerta e organizzazione. Se le punte di diamante sono i live serali, con headliner internazionali ormai a farla da padrone, le tante proposte occupano quasi tutte le giornate di questo inizio giugno. Non male per i livello culturale proposto nei vari workshop e incontri d’autore: in tempi bui come quelli che stiamo vivendo, un tentativo ambizioso come il Medimex merita un plauso a priori.

A posteriori, invece, rimane la stanchezza positiva di un programma fitto d’impegni e la sensazione di pienezza che deriva da quasi una settimana di incontri. Restano anche i numeri record: 80 mila presenze per l’International Festival & Music Conference, promosso da Regione Puglia e Puglia Sounds, e oltre 2 milioni 600 mila persone raggiunte attraverso i social network. Dati che hanno già fatto assicurare al Presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, che Taranto ospiterà anche l’edizione 2020 del Medimex.

Quando vinili e merchandise di etichette indie come Bella Union, Fat Cat e molte altre, passano di mano in mano tra gli stand dell’Independent Label Market, gli incontri d’autore al Polo Universitario sono già in corso: Frankie Hi Nrg Mc, Franco 126 e lo storico fotografo Baron Wolman catturano l’attenzione e incuriosiscono perché così diversi tra loro per background e atteggiamento nei confronti della musica. È ancora giovedì 6 giugno, ma workshop, lezioni e camp di scrittura brulicano di energia. La stessa che, il giorno successivo, investe i face to face dell’area newtorking, in cui operatori del settore provenienti da tutto il mondo confrontano esperienze e opinioni. La leggera brezza del venerdì aiuta a spostarsi tra le vie di Taranto vecchia, dove, svoltato l’angolo, può capitare di ascoltare Ernesto Assante disquisire su Woodstock o Mezzosangue parlare della sua carriera.

Il tramonto abbraccia la rotonda del lungomare, quando nel main stage cominciano i live: Julielle e Aliens and Flowers aprono le danze per poi lasciare spazio agli headliner. I Cigarettes After Sex avvolgono il pubblico con il loro intimismo in bianco e nero e un set che raccoglie il meglio di Ep, album e singoli pubblicati fin qui. Da Affection Dreaming Of You, passando per K. Crush, i texani dimostrano che il loro sound così delicato regge su palchi grandi così come su quelli più ridimensionati. È un tripudio di potenza sonora, invece, il set degli Editors. La band britannica, reduce dall’uscita di The Blanck Mass Session, si dimostra come sempre compatta sul profilo live, con Justin Lockey sostituito momentaneamente da Nicholas Willes. Da questo punto di vista, continua la dicotomia tra album in studio che non brillano come in passato e una presenza scenica poderosa, soprattutto per Tom Smith, tanto impeccabile vocalmente quanto stranamente malvestito. Ovviamente non possono mancare i classici Racing RatsMunichSmokers Outside The Hospital Doors, ma gli Editors di oggi non sono più quelli lì. A ribadirlo l’inedito finale; Frankenstein è un brano che ricalca il sound degli ultimi due album, ma sembra più affinato e incisivo rispetto agli scorsi singoli.

Il caldo di sabato sembra preannunciare la folla accorsa dall’Italia e non solo per l’our kid di Manchester: quando la fila ai cancelli comincia a farsi folta – tra magliette dei citizens e le molte degli OasisPiero Pelù e Motta hanno già finito i loro interventi al Polo Universitario, seguiti da Patti Smith che, in conversazione con Assante, ha dato sfoggio della sua caratura culturale e personale, lanciandosi anche in qualche storico brano, reso ancora più spirituale dalla veste spoglia della performance. Sul main stage, contemporaneamente, salgono i Joycut e Komorebi, che fanno da ponte tra il pubblico e la terra d’Albione. Sul palco, infatti, un susseguirsi di revival anni Settanta con King Hammond & The Rude Boy Mafia, che a suon di ska e rocksteady – con un’inaspettata Blitzkrieg Bop in chiusura – hanno spianato il set di Paul Gallagher, un fiume di esaltazione british in cui confluiscono Who, Stone Roses e molti altri artisti, interrotti dai Carmina Burana che fanno calare il buio sul palco.

Pubblico in estasi già quando irrompe Fuckin’ In The Bushes, che sul finale vede l’entrata di Liam Gallagher. Set essenziale, impreziosito da un inizio d’impatto: Rock N Roll StarMorning GloryWall Of Glass. In scaletta anche il singolo uscito il giorno prima, Shockwave, e classici come Wonderwall. Sullo stage niente Lennon a capeggiare sullo sfondo, nessuna Union Jack sulle chitarre, come a dire che il passato è alle spalle e tutto quello che rende Gallagher ancora credibile è la sua sincerità: un quasi cinquantenne mancuniano che continua a fare (e volere) solo del sano rock ‘n’ roll, ma ci piace. Finale d’effetto con una Champagne Supernova dimessa dove, anche se la voce del Nostro non regge quasi più, qualche brividino è venuto fuori.

La domenica ha sempre ritmi più lenti, ma le mostre su Oasis e sulle foto di Henry Ruggeri al castello Aragonese sono aperte come da programma sin dal mattino. A mezzogiorno è il Caffè Letterario a riempirsi, per parlare del libro di Riccardo Bertoncelli sul 1969 e, con le tempistiche domenicali, anche il mainstage si anima con più calma. A Sound Of Garage Kalascìma l’onore di traghettare un pubblico estremamente eterogeneo d’età dal tramonto alla regina della serata: Patti Smith sembra un essere soprannaturale, con una voce dolce e dei modi pacifici che riempiono con grazia persino i vuoti creati da qualche problema tecnico iniziale. Vale lo stesso per i tanti messaggi lanciati dal palco, dal ricordo di chi ci ha lasciato alla preghiera rivolta alla città: «Non arrendetevi, non perdete la speranza». Anche in questo caso la scaletta pesca dai numerosi successi di Smith, da Wings Ghost Dance è tutto un crescendo, prima che Because The Night elettrizzi il pubblico e la conclusiva People Have The Power faccia calare il sipario su concerto e manifestazione.

Lasciare Taranto dopo il Medimex fa nascere molte considerazioni. A prescindere dal fatto che con la cultura si mangia, e ne abbiamo l’ennesima conferma, il fatto che un evento così pieno, accessibile (basti dare un’occhiata ai prezzi dei biglietti e tutti gli ingressi gratuiti o su prenotazione offerti) e vivibile (pulizia e macchina organizzativa impeccabili) vada in scena in una terra così problematica per certi versi è un segnale forte. Sì perché più che dimenticare per qualche giorno le difficoltà territoriali, eventi del genere servono a gettare la luce sulla speranza: le cose ben fatte non stanno soltanto all’estero. L’indotto garantito dalle presenze, gli spunti nati dai confronti con giornalisti, pubblico e personaggi e tutto quello successo sui palchi (perché non bisogna dimenticare che in contemporanea al mainstage c’erano altri concerti organizzati) da un lato confermano quanto il Medimex sia diventato un appuntamento imprescindibile per addetti ai lavori e appassionati di musica, dall’altro fa quasi garantire la riuscita per le edizioni future. È una questione d’orgoglio, ma soprattutto, come sempre, di qualità.

11 Giugno 2019
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