• Feb
    08
    2019

Album

Bella Union

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Trovare il manoscritto in soffitta, il quadro e l’affresco perduto, l’album dimenticato dalla Storia che la Storia avrebbe dovuto riconoscere e magnificare, è un classico nella storia di tutte le arti, musica compresa. Senza scomodare icone e eroi, nel caso dei Mercury Rev si è trattato sia di restituire al disco di una eroina degli anni Sessanta dimenticata un’inedita dignità e visibilità, sia di rendere omaggio a un lavoro che la stessa band vede come il progenitore dell’album più osannato, quel Deserter’s Songs che lo scorso anno è stato oggetto di un tour commemorativo per i suoi primi 20 anni.

Dunque la band che proprio nel crocevia tra pop e musica da camera, psichedelia e country, space e jazz, aveva maturato e magnificato una trascendentale, timburtoniana e, in definitiva, unica visione d’America, si cimenta con il disco di una femminista che fu tra le prime a comporre e prodursi le proprie canzoni, ma anche un’antesignana del connubio tra country e rock, il tutto con quel tocco southern gothic che le veniva naturale date le origini da profondo Sud (è nata dalle parti di Woodland, Mississippi). Era una tipa avanti per quei tempi la Gentry, tosta, affatto una strillona à la Janis Joplin, una con un suo nerbo, alla bisogna ruvida, una donna in un man’s man’s world, e ascoltando le sue interpretazioni ce ne accorgiamo subito. La sua hit Ode to Billie Joe le fece da traino per un omonimo album d’esordio che ebbe grande successo negli Stati Uniti. Sorte che non toccò però al secondo lavoro – un concept sulla vita dalle sue parti – che fu anche quello che ne ridimensionò clamorosamente fama e aspettative. Non malissimo: incontrò, da quel punto in poi, buoni riscontri nel Regno Unito, per poi ritirarsi dalle scene una decina di anni dopo, alla fine degli anni Settanta.

Questo in sintesi il percorso di un’artista e di una carriera che, ascolti alla mano, ha molto più a che fare con il blues e l’r’n’b che non con l’american graffitti pastorale/psichedelico dei Rev, i cui punti di contatto sono ravvisabili ma non connotanti. Del resto, sulla carta, stava qui il bello dell’operazione, specie se a completare il progetto correva in aiuto una parata di artiste di primo piano del panorama alternative di ieri come di oggi. La lista è già di per sé un’ottima testimonianza del gusto e della spendibilità dell’operazione: Laetitia Sadier, Vashti Bunyan, Hope Sandoval, Norah Jones, Marissa Nadler, Rachel Goswell (Slowdive), Lucinda Williams non hanno certo bisogno di presentazioni, sono musiciste con una propria riconoscibilità. Carice van Houten è più nota come attrice, ma tant’è; interessante piuttosto la scelta delle più giovani, ovvero Margo “next country star” Price e Phoebe Bridgers, equivalente promessa del folk rock che abbiamo incontrato sia nel supergruppo Boygenius che nel duo accanto a Conor Oberst, i Better Oblivion Community Center. Tutto in regola dunque, ma fin troppo, perché ci troviamo davanti a una riconversione, più che a una rivisitazione, che splende per tecnica, esecuzione e magnificenza ma che pecca proprio dove stava il bello dell’originale: l’autenticità, la veracità, l’affermazione dell’indipendenza della donna a colpi di honky tonk, boogie, blues e r’n’b in tempi decisamente pre #metoo.

Vedendolo come parte seconda non dichiarata e virata country cinemascope di Deserter’s Songs, il disco ha senz’altro il suo perché, eppure se le canzoni dei disertori eccellevano proprio nel loro sublimare kitsch e orchestralità, da queste parti si scontano i limiti di una terra di mezzo tra impostato cantautorato country-folk e una caramellosa musica da camera che finisce per imbrigliare, raffreddandole, queste canzoni. Gli originali si prendevano licenze, osavano, provocavano; qui vince il mestiere, e non poteva essere altrimenti visto l’impianto che la band si è dato e ascoltati gli originali, nati appunto con presupposti, stimoli, contesti e ruvidezze totalmente diversi. Poi, chiaramente, è sempre un incanto riascoltare la Sandoval in uno dei pezzi più incisivi del canzoniere, Big Boss Man. Funziona perché è l’interpretazione di lei a magnificarlo, e l’arrangiamento la segue mansueto. Qualcosa del genere accade anche nel pezzo della Sadier, svenevole eppure in delizioso garbo exotico (leggi: classe), e con il brano della Orton, ottimo dosaggio tra forza e accortezza; da altre parti abbiamo buone e variegate interpretazioni – che spaziano da cose portate al successo in tempi recenti dalla Del Rey (Bridgers e Nadler soprattutto) a omaggi più o meno evidenti al passato, vedi la coppia Sinatra/Hazlewood (la Price, La Van Houten) – ma nessun colpo al cuore, ecco. Un compito svolto bene, anche molto bene. Ma all’arte chiediamo da sempre altro.

8 Febbraio 2019
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