Recensioni

Mica Levi, cantautrice e compositrice anglosassone, dal 2006 si è battezzata Micachu e va in giro con altri due musicisti suoi conterranei, Raisa Khan e Marc Pell, firmando album con il nome di Micachu & The Shapes. L’esordio del trio indie pop avviene nel 2009 con Jewellery, che riesce a far breccia nei cuori della critica e del pubblico per il suo carattere strampalato ed entusiasta, sebbene arduo da comprendere fino in fondo. Segnata da questa cifra lo-fi e sperimentale, la band arriva nel 2015 con Good Sad Happy Bad, album composto da tredici brani (sempre marchiati Rough Trade) che rappresentano un degno seguito di Never (2012) e della colonna sonora ufficiale del film Under The Skin, uscito lo scorso anno e con protagonista Scarlett Johansson.
Il disco è un patchwork continuo di brani che si susseguono veloci e si differenziano per ritmiche, testi e mood, mostrando tutta la possibile gamma di emozioni che l’uomo comune può provare nel quotidiano (il titolo, del resto, la dice lunga). Il lavoro si presenta maggiormente placido rispetto al passato, senza che ciò comporti però una perdita di tono da parte dei tre: Crushed e Waiting ne sono un esempio, la prima contraddistinta da un andatura quasi sixties, la seconda rigorosamente minimalista e con la voce pastosa e profonda di Mica che fa da padrona. Unity cede il passo agli esperimenti noise e allo scream soffocato che si intervalla al testo del pezzo, mentre la brevissima Peach dipinge una scena ambientata nel deserto messicano, dove la protagonista cerca di combattere il caldo torrido suonando la chitarra. Hazes colpisce per il suo riff distorto e dissonante che pare generato da un carillon ormai al limite delle sue possibilità, Suffering invece risalta per essere forse l’unica vera canzone definibile indie pop all’interno di Good Sad Happy Bad.
Insomma, Micachu & The Shapes hanno voluto fare gli investigatori della routine umana, dandone una visione accessibile a chiunque e di poche, essenziali parole, sebbene le stranezze continuino a imperversare tra sintetizzatori, corde di chitarra e una batteria che potrebbe essere stata registrata in una qualsiasi saletta prove. Proprio per questo Good Sad Happy Bad è godibile dall’inizio alla fine e dimostra che per fare pop non c’è bisogno di tanti arzigogoli.
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