Recensioni

TOP
7.3

Vedere in faccia la morte, ad una distanza di pochi millimetri, può cambiarti la vita. O almeno il modo di interpretare tutta la faccenda. A meno che il disastro tu non l’abbia già annidato nel DNA, come ad esempio autorizza a credere il repertorio di Micah P. Hinson. Certo, le canzoni di questo …And The Nothing sono state scritte prima dell’incidente d’auto in cui ha seriamente rischiato di ammazzarsi, tuttavia viene naturale avvertire nei momenti più densi la traccia di quel trauma spalmata come un unguento nero sulle cicatrici di tutti i travagli precedenti.

Registrato al Moon River Studio di Santander con un manipolo di musicisti locali, il settimo album del cantautore di Abilene – a quattro anni dal buon Micah P. Hinson and the Pioneer Saboteurs –  è una raccolta di pezzi aspri e solenni, la frequenza sintonizzata su pulsazioni Americana fragranti e malferme che d’improvviso implodono in una sorta di apnea emotiva da far tremare i polsi, salvo poi sbrigliare un estro ruspante che sembra volersi mettere tutto alle spalle maltrattando anima e corde vocali finché ce n’è. In linea, quindi, con la durezza fragile che ricordavamo, però ricorrendo a sequenze lancinanti e fotogrammi sfocati che trasmettono un senso di ancora più estrema, tenace e ponderata vulnerabilità.

I dodici pezzi (più ghost track) in scaletta alternano tradizione indolente (il Will Oldham vitaminizzato di Love, Wait For Me), valzer indolenziti come polaroid sovraesposte sul caminetto dei ricordi complicati (Sons Of The USSR, una The One to Save You Now da nipotino crepuscolare di Tom Waits), country blues ruspanti con un piede nella depressione (There’s Only One Name, la rauca The Same Old Shit non lontana da certo Langhorne Slim), acquarelli cinematici (una The Quill come potrebbe il Neil Young più intimista alla guida dei più eterei Mercury Rev) e impeto sguaiato quasi cow punk (l’iniziale How Are You, Just a Dream). Se non mancano preziosismi sintetici come contrappunto alieno al languore misurato degli archi, è però la capacità di andare per sottrazione, di mettere la voce – quella voce così disadorna e ferita – al centro del cono di luce, lasciando che il canto s’accartocci sul dolore con una sorta di irriducibile fierezza, a regalarci i momenti migliori (A Million Light Year, la commovente I Ain’t Movin).

Dopo anni e dischi che ti lasciavano con la sensazione che si stesse cercando senza mai riuscire a comporsi in una forma stabile, Micah P. Hinson sembra aver trovato se non altro il modo per sfruttare al meglio la perniciosa mancanza di equilibrio che lo caratterizzerà, presumo, sempre.  

 

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette