• Set
    08
    2017

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È sempre un doloroso piacere ripercorrere le storie tessute dal folk man originario del Tennessee, Micah P. Hinson, musicista introverso e che – dal brillante esordio del 2004 Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress – non ha smesso di trasfigurare in musica le proprie ossessioni e tutti quei demoni necessariamente sepolti in fondo al cuore. A distanza di tredici anni, e con un quantitativo consistente di album pubblicati, torna con questo Micah P. Hinson Presents The Holy Strangers con la voglia di continuare a stuzzicare quel nervo scoperto proprio di chi ha deciso di fare del “raccontare” un puzzle criptico, inafferrabile se volete. Lo fa passando in rassegna le vite di perfetti e «benedetti sconosciuti», dalla nascita ai primi amori, passando per matrimoni, figli, conflitti, morte e suicidi. Hinson vive con loro e muore con loro. Un flusso continuo di episodi che ha quel retrogusto amaro di spietato quotidiano, con il Nostro a giocare il ruolo di deus ex-machina, troneggiando per la prima volta nell’artwork con lo sguardo tutt’altro che rassicurante a cui ci ha abituati.

Concepito come una «moderna opera folk» ma interamente analogico e registrato grazie all’uso massiccio di registratori a bobine, tastiere vintage e vecchi mixer Tascam e Yamaha, il disco riconduce Hinson alla scarna essenzialità degli esordi pur lasciando intatta quella maestria nel riuscire a far confluire due mondi – quello della scrittura e del suono tout court –, l’uno nell’altro, quasi fosse la più naturale delle sintesi. Serpeggia con gravità quel cantato a volte trascinato, altre in grado di trascinare, che diresti proprio di Will Oldham o di un antico ma riscoperto Johnny Cash (Lover’s Lane), mentre tutto intorno è un fluttuare tra capisaldi noti quali emulsioni in chiave Tom Waits (The Darling) ed echi luciferini ed eterei che rimandano al più recente Nick Cave (The Last Song), sbandando – come al solito – tra soluzioni country-folk, suggestivo spoken word (Micah Book One) ed un fluttuare d’archi appena accennati ma in grado di sussurrare alle orecchie quelle storie di brucianti sconfitte, rivalse ed abissi da cui non puoi sfuggire (Come By Here). Un trasfigurarsi in musica rodato, ma che qui trova nelle numerose pause strumentali in scaletta (ben cinque su quattordici brani complessivi) una forma alternativa di narrazione, molto più vicina all’universo cinematografico. Piccole isole sonore che servono ad introdurre un nuovo ciclo all’interno del racconto, o semplicemente utile a stemperare tutte quelle atmosfere fumose che aleggiano senza sosta; in ogni caso, episodi in cui Micah, alla profondità del suo cantato, preferisce una melodiosità claustrofobica (The Years Tire On) e che necessita di un ascolto altrettanto immersivo.

Micah P. Hinson Presents The Holy Strangers è un disco che somiglia a un album di famiglia impolverato, dove le pagine si accartocciano schiacciate dal peso del tempo proprio mentre gli scatti su pellicola iniziano a perdere il loro smalto originario. Il Nostro riesce ancora una volta a rendere l’atmosfera vibrante, pur rinunciando quasi del tutto alle ballate sofferte à la The Day Texas Sank to the Bottom of the Sea che ne hanno contraddistinto il percorso fin qui intrapreso. Il risultato è un disco cruento, arcigno, difficile da digerire, ed è come se Hinson cambiasse pelle insieme ad esso. Che sia l’inizio di un nuovo corso che – in prospettiva – miri alle stesse lande desolate tratteggiate in Skeleton Tree da Nick Cave? Staremo a sentire.

8 Settembre 2017
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