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Come affetta da una sorta di Golden Age thinking, quasi tutta la produzione mediale contemporanea ha cominciato a guardarsi alle spalle, a riprendere metodi e strumenti che hanno creato successi, a riproporre quell’atmosfera che si respirava in passato nei cinema, nei salotti di casa, nei pub e nei discorsi con gli amici. Infatti, era solo questione di tempo prima che Netflix, regina delle operazioni nostalgia (primo fra tutti, Stranger Things), ripescasse dal grande calderone del tempo gli anni dei braccialetti che si arrotolavano al polso, delle retine elastiche strizza collo, dei piercing al naso, delle pettinature improbabili delle Spice Girls o degli Nsync, delle Britney Spears annoiate tra i banchi di scuola, della furente esplosione del grunge e del post-grunge (porta bandiere degli weirdos che «what the hell i’m doing here»), degli iconici Unplugged di un Mtv in epoca d’oro, del bombardante «rythm of the night», dei nullafacenti principi di Bel-Air e delle paturnie sessuali della baia di Dawson Leery, del trionfo comico di Friends e di uno scatenato Jim Carrey, delle commedie e degli slasher a sfondo sessuale, del lento passaggio del cinema al digitale (con i suoi vantaggi e le sue soluzioni garb)… e molto altro ancora.

È dogma che per storicizzare un fenomeno bisogna prima integrarlo e superarlo, vedere fino a che punto è riuscito a radicarsi nel terreno fertile della memoria; per questo motivo, e per questi ultimi vent’anni di distanza, è possibile vedere la serie Everything Sucks! non come un semplice prodotto adolescenziale, ma come un racconto degli anni Novanta in quanto vero e proprio fenomeno antropologico, probabilmente anche grazie al punto di vista interno dei suoi due creatori: il regista Michael Mohan e lo sceneggiatore Ben York Jones (il quale si è ritagliato una divertente e piccola parte all’interno della storia). Il problema principale di un progetto del genere è che il periodo storico di riferimento potrebbe non essere ancora percepito come così lontano del tempo (quindi non ancora idealizzato), soprattutto quando molti suoi elementi tipici sopravvivono all’usura e vengono facilmente traghettati negli anni successivi.

Everything Sucks! è ambientato nel 1996, ma scegliere la metà del decennio è perfetto per capire le abitudini che si erano accomodate e quelle che portarono a dirette evoluzioni; inoltre, non esiste miglior luogo del liceo per scrutare attentamente usi e i costumi, essendo il naturale contesto delle prime esperienze sessuali, della formazione caratteriale e poi professionale, ma soprattutto della condivisione della noia. Nella periferica cittadina dell’Oregon, Boring (lett. «noioso»), turistica solo per chi vuole farsi una foto ricordo con il cartello stradale inaugurale, la gioventù è abbattuta da una vita in cui tutto fa schifo («sucks» è stato innalzato a leitmotiv, anche in modo fastidioso) e dove nessuno sembra avere una meta da inseguire. Soltanto Luke (l’esordiente Jahi Winston) ha un obbiettivo preciso, ovvero diventare un regista cinematografico. Gli altri – personaggi bidimensionali a cui giovani attori non così brillanti prestano il volto – riempiono i vuoti con le attività extra-scolastiche come il drama club, habitat naturale dei ragazzi più cool e spocchiosi della scuola (cosa che verrà totalmente ribaltata nei Duemila, come ha dimostrato la serie musical Glee), e il laboratorio di produzione audiovisiva, impegnato nella realizzazione di “sentiti” cine-giornali mattutini («Have a Boring Day!»).

Se non fosse per i divertenti e citazionisti video amatoriali di Luke, che ricordano l’artigianato di Be Kind Rewind – Gli Acchiappafilm (Michel Gondry, 2007) o del più recente Quel fantastico peggior anno della mia vita (Alfonso Gomez Rejon, 2015), Everything Sucks! avrebbe veramente poco da dire, visto che i suoi autori sono stati tanto impegnati nella messa in scena (quasi documentaristica) quanto poco accorti sulla solidità narrativa. Per quanto possa emozionare l’importanza data agli Oasis di (What’s the Story) Morning Glory? o alla Tori Amos di Cornflakes Girl (quindi gli anni Novanta vengono veicolati innanzitutto attraverso la musica e i suoi videoclip), la sensazione che accompagna la visione è quella che, invece di essere delle maschere universali, i personaggi siano delle comuni pedine a-temporali costrette ad interagire in situazioni da copione, perché condividono il medesimo spazio; nelle battute e nel dispiegarsi dei fili dell’intreccio manca la verve, la spinta ribelle, la scoperta… tutte cose che invece sono ritrovabili in quel The End of the F***ing World che ha fatto tanto discutere il mese scorso.

«Mr. Play It Safe was afraid to fly» cantava Alanis Morrisette nella sua iconica Ironic (il cui videoclip viene genialmente imitato da Luke, assieme a quello di Wonderwall degli Oasis e di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana) e così è per gli autori della serie, che hanno preferito allacciarsi stretta la cintura di sicurezza piuttosto che lanciarsi spericolati nell’oscura profondità della disperata insoddisfazione giovanile, del non saper trovare un posto in un mondo che necessariamente si disconosce. Non stupisce nemmeno che, nonostante sia una delle più abusate, la linea narrativa dedicata al personaggio di Kate (Peyton Kennedy è da tenere d’occhio), alla scoperta della sua omosessualità, sia effettivamente uno dei pochissimi motori che accelerano il racconto verso il finale di stagione. Sta di fatto che Everything Sucks!, al netto di qualche sporadico sussulto nostalgico, è solamente un piccolo teen drama che non eccelle in scrittura e che fa fatica ad emergere nel vastissimo catalogo di Netflix.

21 Febbraio 2018
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Jonathan Entwistle

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