• Ago
    17
    2018

Album

Dead Oceans

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Ci sono due anime che sembrano scontrarsi in continuazione ogni volta che si prende in mano un nuovo lavoro di Mitski, la cantautrice nippo-americana di cui anche su queste pagine abbiamo accolto più che positivamente Puberty 2 nel 2016. Da un lato c’è un’onda fatta di smaniosi consensi della critica, grandi attese dei fan e spasmodica ansia verso un’artista che sembra essere obbligata ad affermarsi come la prossima next big thing. C’è poi un’altra corrente, quella che proviene dalla stessa Mitski Miyawaki, ed è fatta di sentimenti un attimo più complessi, di scrittura perennemente contrastante, di una ricerca su sé stessa tutt’altro che scontata, unita a quel desiderio finalmente soddisfatto di trasformare la musica in un lavoro.

Be The Cowboy è una perfetta sintesi di queste due correnti: riprende esattamente da dove si era interrotto il disco precedente, con il suo mood adolescenziale intriso di romanticismo malinconico sempre sul punto di esplodere tra chitarre distorte e drum machine. Appartengono a questa categoria pezzi come Old Friend, esempio di quel songwriting accondiscendente e carezzevole ma al tempo stesso amaro e disperato, piuttosto che l’irriverente spigolosità di Geyser o una ballata dimessa come Lonesome Love. Ma al tempo stesso questo è un disco interlocutorio, di transizione, più positivo e curioso di esplorare nuove atmosfere musicali in una ritrovata leggerezza virata verso il pop. Si prendano le aperture di Why Didn’t You Stop Me infarcite di synth, i toni in maggiore di Me And My Husband o le ritmiche di Nobody. C’è spazio anche per brani dalla profondità maggiore e meno immediata (Pink In The Night, A Horse Named Cold Air) e scatti in avanti come Remember My Name che riportano Mitski ai suoi livelli autoriali migliori, quelli in cui rabbia, amarezza e chitarre si uniscono in un crescendo, fino a cristallizzarsi nei due minuti migliori del disco.

Ma la sensazione è che dopo l’exploit di Puberty 2 questo Be The Cowboy sia il segnale di soluzioni meno radicali ed urgenti, più ragionate e mature. Il disco si conclude in tono dimesso, con un brano (Two Slow Dancers) che sembra mostrare più di un’assonanza con la produzione di St. Vincent, e la curiosità va tutta verso quello che Mitski sceglierà di riservarci per il futuro, magari con un po’ di hype in meno a circondarla e l’auspicio che anche dal vivo riesca a raggiungere una maturità fin qui mancata.

17 Agosto 2018
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