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5.5

È difficile avere degli eroi. È la cosa più difficile del mondo. È persino più difficile che esserlo, un eroe. Di solito, dagli eroi ci si aspetta che producano un qualcosa per riconfermare la presa delle loro dita altolocate sulle chiappe di quella stronza della Musa. Ma gli adoranti degli eroi (i fan) devono rassegnarsi al terrore della perdita di valore del proprio eroe. Più o meno questo scriveva Lester Bangs nell’aprile del 1976 sulla rivista Creem nella recensione di Station to station di David Bowie. E chi meglio del più gonzo tra i giornalisti della critica musicale occidentale avrebbe potuto riassumere il senso di spaesamento del fan davanti alla caduta del proprio idolo?

Allo stesso modo, nel maggio del 2020 gli amanti di Moby dovranno fare un sforzo di autocensura per farsi andare giù con serenità l’ultimo disco All visible objects. Per l’amor del cielo, ci sono tutti i ganci a cui appigliarsi per non cadere in una difesa senza senso davanti a una birra ormai calda in una serata al pub con gli amici. Ma forse il fan di Moby non va al pub. Il 19esimo album del musicista newyorkese arriva a due anni da Everything was beautiful, and nothing hurt, ma cambia totalmente direzione. O meglio, prende la macchina del tempo e ritorna agli anni ’90, alla dance music e alla house, al suo disco Ambient. Nostalgia? O forse un ritorno a un confortevole passato? Probabile.

Anche perché Richard Melville Hall non se l’è passata bene ultimamente, con quella storia della figuraccia dell’anno scorso con Natalie Portman. Nella sua ultima biografia Then It Fell Apart – la seconda, dopo Porcelain del 2016 – Moby racconta degli eccessi degli anni ’90, dei litri di vodka, dell’ecstasi e del sesso sfrenato. A parte il fatto… cioè voi ce lo vede il secco Richard in queste situazioni? A parte questo, Moby la fa fuori dal vaso raccontando che nel 1993, guarda caso l’anno di Ambient, se la sarebbe fatta con Natalie Portman. Niente da dire. Peccato che l’attrice israeliana abbia smentito la dichiarazione di Melville Hall, affermando che «questo tizio più vecchio si comportava in modo strano» con lei al tempo del college; tra l’altro Portman aggiunge che lei era appena 18enne e non 20enne come scrive Moby nelle sue memorie. Il musicista reagisce in modo scomposto, condividendo delle “foto di prova”, come lui stesse le ha definite, del rapporto con la giovane Natalie. Resosi conto della figura da sfigato, pochi giorni dopo si scusa e saluta tutti: cancella il tour di promozione del libro e dice: «I’m going to go away for a while».

Ecco, se Moby abbia avuto un tracollo dopo questa vicenda, non è possibile saperlo, ma non deve avergli fatto bene. Lo capiamo: capita a tutti di cercare rifugio in un passato che appare sempre più dolce del presente e più sicuro del futuro. Ma la nostalgia è come il canto delle sirene: melliflua, seducente e fatale. E proprio così suona All visible objects.

L’album è ben confezionato, è piacevole all’ascolto, anche se forse i brani sono un po’ troppo lunghi e capita spesso di pensare “veramente siamo ancora qua?”. Moby è un artigiano della canzone e sa come muoversi. Sa come fare un disco e probabilmente sa cosa vogliono i suoi fan, i quali non daranno addosso al proprio idolo in questo caso. Ma siamo lontani dalla creatività e dall’eclettismo del Moby che abbiamo conosciuto in Play, per esempio. Il disco si divide in due parti: una chiaramente improntata sull’EDM e sull’house; l’altra su delicati pad e pianoforti. La voce di Moby è praticamente assente, a parte in due tracce: una è Forever, brano elettronico in cui le parole del musicista escono flebili: «This is the way we’ll stay, forever». L’altra è un malinconico brano deep house dal titolo One Last Time, nel quale il testo si limita a poche e vaghe parole: «This was how we have cried in the darkness / This is where you will save us all».

Ma i testi si giudicano anche per come suonano, e quindi si potrebbe dire: “chi se ne frega di cosa significhi. Suona bene e basta”. Ma non è così. Il caso più eclatante è nel singolo che ha anticipato l’album, e cioè Power is taken, brano dal sapore rave ’90 con il quale Moby decide di farci la morale sul potere e l’oppressione; sul fatto che «We who hate oppression must fight against the oppressors»e che «Power is not shared, power is taken».  Ecco, fare Étienne de La Boétie su un pezzo da rave in un prato in UK nel 1993 – con tutto ciò a cui rimanda a quel periodo: fiducia sfrenata nel futuro e nel sistema capitalistico. Le cui conseguenze le vediamo oggi e contro le quali lo stesso Moby si scaglia da tempo – suona un po’ pleonastico. Forse avrebbe funzionato 30 anni fa, oggi no. E Richard rischia di passare da radical che straparla dal suo attico di New York, tra un ricordo di una sbronza con Eminem o di una cena con Bowie. Sia chiaro: le cose che dice sono condivisibili. Non entro nel merito, ma nella forma. Le parole sono importati, diceva Nanni Moretti nel film Palombella Rossa. E lo sono anche i contesti.

Per concludere, All invisible objects è un disco di Moby in cui Moby fa il Moby. E purtroppo niente di più. È difficile avere degli eroi. È la cosa più difficile del mondo. È persino più difficile che esserlo, un eroe. Di solito dagli eroi ci si aspetta che producano qualcosa per riconfermare la presa delle loro mani sulle chiappe di quella stronza della Musa. Non sempre è così.

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