Recensioni

6.2

A Moby va riconosciuto un gran talento nel confondere i piani tra complesso e facile, tra dimensione radiofonica e retroterra alternativo, tra fatamorgane vintage e pulsione futuristica. Ciò che gli ha permesso (e ancora gli permette) di confezionare ordigni pop tanto fascinosi quanto didascalici, che nei casi più riusciti sembrano naturalmente destinati ad occupare l’airplay. Merito del metodo, quel ricorso sistematico – al limite dell’ossessivo – ad un espediente in loop (spesso un sample) su cui la canzone si sviluppa e a cui l’ascolto s’aggrappa.

Modalità tanto efficace quanto ripetitiva, proprio il motivo per cui non riesco ad andare oltre un moderato apprezzamento per l’arte di Richard Melville Hall. Il quale in occasione dell’album numero undici ha pensato di accantonare quasi del tutto la pulsione danzereccia, per confezionare una sorta di concept sul tema della vulnerabilità, quanto mai attuale in questi tempi di precariato incipiente e progressivo. Ed ecco quindi che, chiamato Mark “Spike” Stent a co-produrre e una pattuglia eterogenea di ospiti ad interpretare, ci propone una collana di ballate malinconiche e visionarie, sclerotizzate d’imperfezioni calcolatissime, esercizi di nazionalpopolariato evoluto con sospetti di alternativo strisciante.

Qualche strumentale che vaporizza evanescenze siderali da qualche parte tra Air, Eno e Terry Riley (Going Wrong, Everything that Rises), downtempo languidi con implicazioni spacey un po’ Morcheeba e un po’ Zero 7 (The Last Day, per la mestamente sensuale Skylar Grey, oppure A Case for Shame, cantata da una intensa Cold Specks), così come acidità noir asperse di funk cinematico (Don’t Love Me, affidata alla grinta allusiva di Inyang Bassey). Incuriosiva parecchio, sulla carta, la presenza di Damien Jurado, Wayne Coyne e Mark Lanegan: ebbene, il primo regala vibrazioni lunari alla toccante ma invero sempliciotta Almost Home, il secondo sfodera una prestazione sorniona nella pantomima gospel – quasi dei Polyphonic Spree in sollucchero – di The Perfect Life, mentre l’ex-Screaming Trees mastica la filastrocca piana di The Lonely Night come se non avesse alcuna consapevolezza di quanto gli sta accadendo intorno (per inciso: un blando cincischio sintetico che azzecca un crescendo dalla delicata bellezza).

In definitiva è un disco ambizioso, dal quale potrebbero decollare due o tre singoli da alta classifica, che purtuttavia tradisce una insanabile distanza tra intenzione e possibilità. Prendi la traccia conclusiva, quella The Dogs cantata dallo stesso Moby in un tremolio malfermo di tastierine 80s, un po’ come potrebbero dei Depeche Mode visti attraverso una caramella eniana: comunica un senso di smarrimento gradevole, quasi confortante, ma scivola via proprio come l’aurea mediocritas del suo fortunato autore. 

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