Recensioni

Ai tempi del loro LP d’esordio, lo Swell To Great pubblicato nel 2016, avremmo classificato i Modern Studies come un ibrido tra certi minimalismi Beach House mescolati al gusto un po’ narcotico dei Low. Un buon disco che convinse i più, tanto che la band scozzese finì addirittura nella ventina dei migliori album dell’anno di un magazine storico come Mojo. Le luci dei riflettori non sembrano spegnersi nemmeno con questo Welcome Strangers, anzi: The Quietus, al momento dell’uscita, ovvero a maggio di quest’anno, lo ha rubricato ad album del mese, e a guardare alcuni dei voti raccolti dal suddetto sulle principali testate specializzate, è tutto un fiorire di 8 (Uncut) e quattro stellette (Mojo e Record Collector).
Al netto di un certo campanilismo d’ordinanza – i magazine che abbiamo citato sono tutti britannici – c’è da dire che per una volta, oltre al fumo, c’è anche l’arrosto, dal momento che il secondo album della band certifica una grande “intelligenza tattica” e un gusto per l’imprevisto – e per il suffisso “art” – nella scrittura che piace anche a noi. Rispetto al primo album (di cui rimangono i tratti stilistici fondamentali), qui si coglie una complessità maggiore, quasi ad articolare un pensiero musicale più ad ampio spettro che parte dall’indie pop di Get Back Down – indie pop solo nei colori, perché in realtà gli incroci di voci e la melodia riportano al folk revival britannico dei Sixties, come del resto fa anche la successiva Disco Session – alle krauterie epidermiche un po’ à la Jane Weaver che si ascoltano in Mud And Flame, o al barlume cameristico di Horns And Trumpets. «Classicismo e sperimentalismo, con una canzone pop in mezzo», lo chiama Rob St. John (chitarre, synth e voci nella band) in un’intervista concessa a folkradio, e a essere onesti ci si ritrova piuttosto comodi nella definizione, come del resto calzano a pennello termini come “no stress”, “very talented” , “creative” o “expansiveness” che si leggono sempre nello stesso articolo a proposito del gruppo e della sua musica.
A dar man forte a questo Welcome Strangers, oltre all’harmonium (qualcuno ha detto Nico?), c’è pure un’orchestra, utilizzata tuttavia non solo per sottolineare semplicemente un mood, ma come struttura portante un po’ in stile beatlesiano (ad esempio in Young Sun), o magari come avrebbe fatto Laurie Anderson se si fosse trovata ad incidere nella campagna del Pertshire. Tutti elementi che se da un lato non individuano una personalità facilmente etichettabile e capace di spiccare nell’immediato, dall’altro sottoscrivono una qualità musicale in bilico tra modernità e passatismo che cresce ascolto dopo ascolto, e non ha proprio nulla di scontato o banale.
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