• Feb
    19
    2016

Compilation

!K7

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Kenny Dixon Jr. è uno tanto eclettico sul lato delle produzioni e dj set, quanto blindato per quanto riguarda rivendicazioni black e orgoglio urbano. Lui del resto è lo schivo paladino house nella città dei motori (e della techno) e il suo è il punto di vista Detroit-centrico, di chi ha pochi dubbi su ciò che gli afroamericani rappresentano e si meriterebbero negli Stati Uniti. Musicalmente le cose sono esposte con altrettanta fierezza, ma le sue dichiarazioni in musica si trasformano in discorsi più fluidi e sexy, in pratica – vedi il disco omonimo – tutto uno zeitgeist musicale e culturale che va dai Funkadelic alla Motown, dall’house alla disco, al jazz al broken beat, ecc….Nei suoi dj set la forbice si allarga ancora, anzi a dismisura, e ci può entrare letteralmente di tutto (White Stripes e Led Zeppelin compresi); e poi quel tornare dalle parti di un funk primordiale, alcolico il giusto, qualcosa che assomiglia all’ecstacy al netto di ogni paganesimo bianco e rave.

Per quanto riguarda il dj kicks, che prosegue la serie dopo quelli di Dj Koze e Seth Troxler, le cose prendono una piega che contempla uno spettro piuttosto ampio di musica afroamericana ma anche roba brit come Nightmare On Wax e persino un live di Anne Clark, la poetessa pioniera dello spoken word. La nota stampa sbandiera il fatto che si tratta del suo primo multi-artist DJ mix con ben 11 edit esclusivi per un totale di 30 tracce in rapido avvicendamento, e la scaletta è strutturata in leggero crescendo con una prima parte con un cuore molto jazz e con braccia e gambe immerse nel soul e nell’r’n’b. In seguito il tiro vira downtempo, con pennellate disco e house alla bisogna, e tutto arriva con molta, molta, calma lungo i 75 minuti del missato e non senza distrazioni (José González), incisi (Kings Of Tomorrow Feat. April) e parentesi (Peter Digital Orchestra). Spazio alle icone della black music, dunque, come Cody ChesnuTT (Serve This Royalty) o Flying Lotus con Andreya Triana al canto (Tea Leaf Dancers), ma non mancano gli eroi underground (Dopehead) o il daftpunkismo al vocoder firmato Talc. Spesso Dixon Jr presenta queste tracce utilizzando i suoi edit, versioni in cui l’attenzione si riversa su ritmi e hi-hats che conferiscono al mix un andamento felpato, a tratti svagato, ma pur sempre di carattere.

Il rovescio della medaglia e, se vogliamo, il maggior difetto del mix, è legato ad un retrogusto da sfilata in vetrina, di blackness un po’ slavata da due minuti e via, con la parte centrale del mix in cui lentezza e svogliatezza paiono andare fin troppo a braccetto (Can’t Hold Back (Platinum Pied Pipers Remix di Rich Medina con Sy Smith). Il maggior pregio di converso è ascoltare quel che Dixon Jr ha voluto condividere con noi, un discorso mai lineare, sicuramente anche contraddittorio, ma che lega tutte le tracce del disco. Un discorso naturalmente moody e meteoropatico, che da Detroit può andare ovunque per poi tornare sempre in città, la sua città, con la sua gente, la sua casa, le sue attrezzature e la sua musica. Musica che ci tocca pure sopportare, quando non amare, nel profondo.

3 Marzo 2016
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