Recensioni

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Che il nuovo disco di Morrissey sarebbe stato un album di cover si sapeva da tempo, grazie alla promozione; quello che ancora non sapevamo era il sollievo con cui avremmo accolto, una volta uscito, il fatto che le canzoni in scaletta non siano le sue: dopo le polemiche per la spilla del partito di estrema destra For Britain sfoggiata in tv, con conseguenti discussioni e reazioni eclatanti, è un sollievo poter parlare solo di musica senza dover cercare nei testi eventuale traccia di questa conversione o altre affermazioni clamorose o poco diplomatiche.

La questione è lunga – la vecchissima The National Front Disco (male interpretata, ma a questo punto chissà, volendo anche Suedehead e ancora Panic), il sostegno a quel partito manifestato già lo scorso anno, le domande su come sia possibile che una persona intelligente e arguta faccia affermazioni politiche così ingenue come quelle della suddetta intervista nonché su come sia possibile schierarsi con chi disprezza quelli come te, le domande sul suo carattere che peggiora e le risposte che dicono che da giovane non era tanto meglio e che se non avesse problemi probabilmente non gli vorremmo bene – e noi ce ne sfiliamo con gioia, preferendo andare a scavare nel passato per le questioni che una tale operazione suscita.

In primo luogo, il rapporto del nostro con le cover: quasi nessuna con gli Smiths e qualcosa in più da solista (per lo più sui singoli), da sempre scelte in ambito vintage (’50-’60, ricordiamo ad esempio Moonriver o la splendida Interlude nel suggestivo duetto con Siouxsie) con qualche puntata in quegli anni ’70 che l’hanno formato (Bowie, Reed, Patti Smith, Bolan), cosa già evidente ai tempi della compilation Morrissey: Under the Influence of…, nella quale il Nostro, scegliendo le canzoni più importanti per lui con un criterio uguale a quello di questo disco (anche se qui non riprende nessuno di quei titoli) mostrava quali ambiti musicali avessero formato il suo gusto di ascoltatore e artista.

Perché poi ogni album di cover è un dialogo tra l’artista e i suoi ispiratori, tra il suo stile e gli ingredienti originari che hanno contribuito a formarlo; e questo non fa eccezione nel confermare che Morrissey, con quella voce e quello stile di cantato così peculiari, è capace di riportare tutto  -dalle cover di epoche e artisti differenti ai differenti collaboratori e autori musicali – a sé, a uno stile che non ha conosciuto finora grosse varianti, né nel passaggio dagli Smiths alla carriera solista, né all’interno di quest’ultima – al massimo le canzoni più dilatate in Southpaw Grammar, il suono più aggressivo del solito in Years Of Refusal, annunciato da Ringleader dove si mescolava a un po’ di orchestra.

L’ultimo Low In High School mostrava, riuscita o meno, una maggiore varietà sonora, che ritroviamo accentuata anche qui: non tanto per la varietà delle fonti (si va da Roy Orbison alla Joni Mitchell jazz del ’75) o per gli ospiti (che quasi non si sentono), quanto per la produzione movimentata: dai tocchi di elettronica di Morning Starship del glam rocker buonanima Jobriath ai dettagli coi quali si va al difficile inseguimento della succitata Mitchell di Don’t Interrupt The Sorrow, dalla bellissima e drammatica Suffer The Little Children (un titolo che il Nostro ama da tempo, vista la quasi omonima sull’esordio degli Smiths) di Buffy Sainte-Marie trasformata in un efficace stomp, alla drum machine che guida il rifacimento di When You Close Your Eyes di Carly Simon, mentre altre volte ci si mantiene tutto sommato fedeli agli originali, sia il pop sbarazzino Bacharach-Warwick di Loneliness Remembers What Happiness Forgets (titolo chilometrico ed epigrammatico come tanti suoi) e altro vintage vario, fino ai suggestivi lenti finali pescati dal repertorio dei folksingers Tim Hardin e Melanie.

Ci sono in realtà altre due canzoni tratte dal repertorio di cantanti folk, ed è qui che l’intento di parlare solo di musica cade: si tratta infatti in un caso della chiamata all’impegno di Days of Decision di Phil Ochs (col verso attuale in cui dice che non si può rimanere defilati «mentre il ghiaccio si assottiglia») e nell’altro, nome ancora più grosso, nientemeno che di Dylan, del quale Moz riprende Only A Pawn In Their Game tirando fuori dal brano quel po’ di Irlanda che il premio Nobel, nell’originale, aveva nascosto dietro le sue pennate irregolari e la sua voce. La canzone è un Dylan minore, ok, ma soprattutto parla di razzismo sobillato e scatenato ad arte da politici che hanno disegni nascosti: i razzisti come pedine raggirate, dunque, il che rende il disco di cover meno innocente, diciamo, di quanto si pensasse.

Stupisce che abbia preso canzoni di gente decisamente lontana dalle idee di For Britain mentre li sostiene, chissà se il brano di Bob è un modo di giustificare quelle posizioni o se ha preso in prestito la canzone di Dylan per ribadire la sua classica empatia verso chi non ne riceve mai. Resta il fatto che il disco suona come un buon album di Morrissey, con alcune riscoperte interessanti e un suono vario. E alla fine teniamoci questo.

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