• Set
    08
    2017

Album

Warp Records

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Che il primo capolavoro firmato Mount Kimbie, quel Crooks & Lovers del 2010, non fosse solo una delle tante chimere post-dubstep di inizio anni ’10 era chiaro a molti. Già con il sophomore Cold Spring Fault Less Youth – che segnò anche il passaggio di roster da Hotflush a casa Warp – lo scarto fu netto ed evidente: basta field recordings made in Brighton e via i rimasugli di folktronica e l’approccio da cameretta. L’impronta era diventata quella di una band che registrava in studio senza perdere di vista il dancefloor e che non rinunciava, nel contempo, alle contaminazioni più disparate: dal post-glo all’industrial, dalla dance (Made to Stray è ancora lì a fare la sua porca figura) a qualche occasionale concessione a un hip hop imbastardito (vedi i due feat. di King Krule).

Nal terzo capitolo il percorso evolve ulteriormente verso una formula che (e meno male) non vuole proprio saperne di cristallizzarsi in una forma definitiva. Sulla scorta dell’ultimo Trentemøller, la parola chiave diventa post-punk: Love What Survives è un disco pregno di inglesità fino al midollo, con Siouxsie, Bauhaus e Clash (vedi il cantato ancora di King Krule in Blue Train Lies) a sventolare la manina dal finestrino. Quello che balza immediatamente all’orecchio è la densa corposità delle batterie, robuste e mai-come-oggi orgogliosamente analogiche. L’ottica è definitivamente (casomai vi fossero ancora riserve) traslata da producer a live band: pezzi pensati per essere suonati eppoi suonati per davvero. Non di sole tirate post ’77 vive però la formula. Il ventaglio di influenze rimane vario e sfuggente, nonostante il chiaro inquadramento di fondo: abbiamo vaghi rimandi kraut (You Look Certain (I’m not Sure)), struggenti ballate piano e drums (How We Got By, una delle due collaborazioni con James Blake, un altro degli ex prodigi nati dal giro post-dubstep), spezie dub e post-rock (la strumentale SP12 Beat) e cavalcate wave bass-driven (l’iniziale Four Years and One Day).

Se prendiamo il terzo disco come la proverbiale prova del nove, bisogna anche sottolineare quanto questi tre lavori abbiano ognuno una distinta e peculiare personalità. E sono tutti ugualmente validi. Una volta di più il trasformismo del duo è funzionale ad una sostanza che filtra palpabile tra le pieghe delle varie tracce, ben lungi dall’essere uno specchietto per le allodole per coprire furberie od opportunismi.

8 Settembre 2017
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