Trentemøller (DK)

Biografia

Lost (And Found) Highways

In un cambio secolo che ha visto i Radiohead esplorare le possibilità offerte dal catalogo Warp e una buona fetta della comunità elettronica tuffarsi di testa nella vertigine di micro errori digitali, Dane Anders Trentemøller – nato a Vordingborg, in Danimarca, nel 1974 – è colui che ha allargato le maglie dell’electro per farci guardare dentro reintroducendo il concetto di “house band” come “live act” nell’epoca della minimal e contribuendo a spianare la strada ad una nuova ondata di producer ibridi e ibridati che diventerà paradigmatica all’inizio degli anni ’10. Producer in dialogo sempre più lasco con il dancefloor, attratti dal cadavere del rock (meglio post-rock prima e le wave di ritorno poi), la cui produzione mid 00s rappresenta un ideale spartiacque tra un fase antecedente caratterizzata da produzioni elettroniche ed esecuzioni dal vivo dj e laptop based, e una successiva in cui la regola ritorna ad essere quella postulata nei 90s e dal big beat, ovvero un superamento della musica elettronica come esperienza impersonale legata a uno specifico pubblico o locale.

Con la nu disco norvegese (Lindstrøm e Prins Thomas) da una parte e l’electroclash mittel di DJ Hell e Miss Kittin dall’altra a rappresentare ideali premesse, dal certo non rivoluzionario ma ben architettato, The Last Resort, il percorso di Trentemøller si inserisce in una ondata di ritorno a una figura di producer slegato dai 12”, con lo sguardo rivolto a un pubblico più ampio, trasversale, hipster perché no, ma come adulto, che elegge nuovamente l’album a momento discografico privilegiato e lo utilizza come veicolo per successivi tour all’interno di festival (vedi un Primavera Sound in Europa come il Coachella negli States oppure il finlandese FLOW) che nel frattempo hanno dato sempre più spazio all’universo elettronico. L’LP From Here We Go Sublime dello svedese Axel Willner (The Field) arriverà giusto l’anno successivo e si parlerà di dream (shoegaze) techno, ma più di lui un certo Burial aveva nel contempo prodotto due lavori lunghi con i quali diventerà impossibile non fare i conti. La sua 2 step subliminale, unita a proposte live proprio come quella di Trentemøller o del Caribou pre-soul-house, daranno alla svolta dance di Four Tet molteplici ragioni d’essere, così come il matrimonio celebrato idealmente da Thom Yorke tra tre producer mitteleuropei (Moderat) arriverà come conseguenza di un cambiamento paradigmatico, oltre che di sperimentazioni dello stesso frontman dei Radiohead in solo (attivo a quel punto anche come dj) o in combutta con i citati Burial e Four Tet. A un lustro dall’esordio lungo di Anders e di un conseguente tour che toccherà anche gli Stati Uniti, la rotta diventerà chiara ed eccitante per molti: per una compagine delle indie virate post-soul, James Blake, Jamie XX, SBTRKT e Mount Kimbie nel 2011-2012 in primis, per un signore dei ghiacci come Pantha Du Prince, e non ultimo per un newyorchese di sangue cileno col padre illusionista che fin da principio parla una lingua house tutta sua inchiodandola al concetto Space Is Only Noise (Nicolas Jaar). Senza contare che la pratica del live interesserà dal 2009 in avanti anche super rispettate icone techno-ambient-dub come Sasu Ripatti / Vladislav Delay e Moritz Von Oswald, la cui produzione va accreditata tra le influenze del Nostro.

Proprio come molti lavori dei colleghi, il marchio Trentemøller è eterodosso e massimalista, figlio di Napster e della web culture del download massivo; si nutre di cinetica e cinematica, carne e cromo, istanze da club e contorni di stampo idm e wave, passando per le atmosfere e la cinematografia di David Lynch e le musiche di Badalamenti, ma non tutti i chiodi vengono piantati allo stesso tempo. All’inizio parliamo della musica del classico producer concentrato sul dancefloor: ci troviamo il combustibile dell’electro e le bordature della techno dub riprese dalla minimal del giro Hawtin, come anche l’eleganza dei Thievery Corporation, lo spazio umano di un Moby e un tocco di French Touch che verrà presto abbandonato per le muscolature dell’electroclash del giro Miss Kittin e co. Un insieme di ingredienti che Anders frulla e distilla non con tempismo ma con mano ferma, cercando nel contempo di inserirsi nei filoni dancefloor di cui si innamora o da cui viene travolto. In una primissima fase bazzica una house un po’ rétro e un po’ Roulé intinta nel glitch e nel dub (Le Champagne), di filata il rombo è quello di una Ducati e un sound da big room che assumerà le forme della minimal e della maximal (tech-house).

Ed è in questa versione, dominata da tracce dalle meccaniche concise, bassi profondi e spugnosi groove, anthemica rave e clicks e bleep, che Anders si farà amare nei circuiti dei club europei affamati di emozioni forti, oltre che dall’elite art-synth-tronica norvegese (Royksopp, Robyn e The Knife) e dal sopracitato Moby, che ne alzeranno le quotazioni come dj e soprattutto remixer. A distinguerlo dal branco, ancor prima dello stile, sono l’anagrafica e la scelta di rimanere nella sua Copenaghen: Trentemøller, che a metà anni zero ha già 32 anni, rimane immune alle seduzioni più deteriori veglia/sonno del club infilando comunque alcune bombe di ketaminica tech-house (Physical Fraction o Rykketid), e non perdendo il controllo sulla propria musica e su quello che è diventato un lavoro a tutti gli effetti. Del resto, la dominante nelle sue produzioni è la compostezza e un certo distacco scandinavo: basta ascoltare Minimal Fox, una delle sue tracce più essenziali, per rendersene conto. E d’altro canto, sotto i cieli più berlinesi della sua produzione, soffiavano anche allora venti (vedi quel sitar luminescente e psych che ronza sopra lo scurissimo basso funky di Prana) che andranno a parare in una direzione opposta rispetto a quelli che si agitano al Berghain dei duri e puri, venti che gli permetteranno di resistere anche alla pronta cassa dell’electro-trance e di altre proposte dance di massa.

Always Something Better, contenuta in The Last Resort, come la sua versione da 12” con Richard Davis al canto, è la traccia che inaugura la girandola dei featurer: il parallelo scatta con le derive tardo romantiche di Radiohead/Yorke, e dunque con le melanconie di Apparat e Jon Hopkins, o la politica latinità macchiata di 50s di un Nicolas Jaar. Di differente Anders conserva un tratteggio più asciutto, pronto a sedare il tormento con la lama affilata e sensuale dell’electro prima e delle darkwave poi, caratteristica che incastrerà più avanti con gli amori di sempre, dalla Manchester dei Joy Division alla Londra degli Slowdive. Negli album in cui diventa musicista-curatore-mastermind à la Damon Albarn con i suoi Gorillaz (o Chemical Brothers), come Lost e Fixion, i rimandi con il decennio dei synth e della wave, della Thatcher e di Reagan, si faranno lapalissiani, e questo ben prima che Stranger Things diventi un fenomeno generazionale. Trentemøller a quel punto si è fatto progetto di coerenza, veicolo narrativo, un ponte tra gli amori e gli eroi della sua adolescenza e un futuro che lo vede al centro di una coralità di musicisti che lungo gli anni zero (e oltre) hanno condiviso l’attitudine e la passione per il post-punk e le (industrial) wave. Accanto a lui ritroviamo i da lui amati concittadini Raveonettes, ma anche vecchie volpi dell’indie internazionale come Blonde Redhead e Low fino ad arrivare a Johnny Pierce dei Drums e Jenny Beth e alle Savages, per le quali il danese si cala anche nei panni di produttore di Adore Life (2016). Così gli slanci umbratili riflessi sulla silhouette di un pensoso synth-pop, gli incastri e contrasti tra buio e luce e, soprattutto, l’approccio live assieme alla band, rendono più scoperti i legami tra Anders e i Depeche Mode, tanto che è proprio la band capitanata da Dave Gahan a sceglierlo per aprire i concerti del Delta Machine Tour nel 2013.

E’ un percorso eclettico e versatile, quello di Trentemoller, mai innovatore né dal talento puro; piuttosto il Nostro è un ottimo architetto d’interni, un professionista nella gestione dello spazio, colui che è in grado di dare a un ambiente non solo una forma autoriale ma anche di infonderci un mood con una storia dietro condivisa, nondimeno vivibile, all’inizio danzabile. Come è accaduto al Bill Pullman in Strade Perdute di David Lynch – artista, regista e musicista che il Nostro citerà più volte lungo la carriera -, a un certo punto la sua storia, da The Last Resort in poi, prende una piega inaspettata, e da paladino della minimal e dell’electro house su Poker Flat e Audiomatique (entrambe di proprietà del mentore di allora Steve Bug), Anders diventa alfiere di un movimento trasversale (il New Nordic Movement), cultore di una materia eterodossa che parla della sua terra e cultura, musica che intende plasmare per sé e – come label manager della personale In My Room – per altri.

The first live-house act from Denmark

«Ho sempre odiato lo sport. Soprattutto vivendo in campagna, la sola possibilità di passare il tempo libero era suonare. Avevo 3 o 4 anni quando mi sono innamorato di una tastiera giocattolo. I miei genitori impazzivano perché mi vedevano suonare dappertutto e in ogni momento. Più tardi ho costruito la mia batteria con un vaso e alcune pentole. Quando avevo 10 anni, dovevo partecipare ad un concerto scolastico e avvertivo il timore di salire su un palco. L’insegnante aveva compreso la mia timidezza e mi chiese di suonare le parti ritmiche. E’ stata la prima volta che ho veramente scoperto il legame con la musica» (Nbhap,2016)

Nel 1988 Anders Trentemøller ha 14 anni. E’ un piccolo e timido poli-strumentista ossessionato dalla musica. Suona il pianoforte elettrico e varie percussioni autocostruite che sono i primissimi strumenti con i quali traffica da piccolissimo. A 14 anni ama il blues, l’Hammond e il Rhodes, che è tutta roba che fa molto anni Settanta nel periodo in cui gli 80s stanno lasciando il posto al decennio del crossover e dei rave. E’ l’anno in cui escono dischi come Daydream Nation dei Sonic Youth e Isn’t Anything dei My Bloody Valentine, come anche la raccolta degli Smiths, Louder Than Bombse Music For The Masses dei Depeche Mode. Sono i mesi in cui la band in cui l’adolescente Anders milita viene inviata a Copenaghen per un concerto in cui è presente una non ben precisata icona del blues danese. Chi sia quel tizio, non è dato saperlo, e non è nemmeno importante nell’economia di questa narrazione; ciò che conta è che è l’inizio di un percorso musicale che incontrerà tante metamorfosi, estetiche e musicali. Un percorso decisamente figlio degli anni Novanta.

Del resto il 1988 è cruciale anche per altri eventi che cambiano la mappa del divertimento e delle abitudini di una generazione: parte la Second Summer Of Love, scoppia l’acid house, una truppa di dj ed entusiasti dell’MDMA importa l’esperienza ibizenca nel mondo del clubbing europeo. Nascono locali ad hoc, altri ospitano one night che si riempiono di fumo bianco (ed anche schiuma), all’Hacienda di Manchester approda Hot, una serata interamente dedicata al nuovo melting pot sociale e musicale curato da Pickering e Jon DaSilva. Non ci vorrà molto prima che quel mix di suoni non riconducibile ai soli 12” provenienti da Chicago e Detroit si imbastardisca con alcune istanze che diventeranno tipicamente europee. Sempre a Manchester, nel frattempo soprannominata Madchester, si sviluppa il baggy sound capitanato da Stone Roses, Charlatans, Happy Mondays: è il suono di rocker psichedelici innamorati degli anni ’60, le cui vite vengono travolte dal rave up dell’ecstasy, senza dimenticare che nel 1990 viene pubblicato anche un certo Screamadelica. Ma c’è anche molto altro: il virus della Summer Of Love dilaga in tutta Europa: nel 1993 esce Homework dei parigini Daft Punk il cui successo commerciale – moltiplicato dai videoclip e da MTV – porta il pubblico a familiarizzare con un irresistibile mix di electro, house, techno e pop, ma quel long playing non è altro che la punta di un iceberg che trova nella Gran Bretagna del periodo un focale centro propulsore. Altri punk “sbagliati” come Leftfield, Underworld e Lionrock portano sul “tradizionale palco da concerti” l’esperienza dell’house con delle vere e proprie live band, e da questi scontri tra rock e dance parte l’iperbole dei Chemical Brothers che dalla metà dei 90s porterà all’altro grande fenomeno commerciale del periodo, ovvero il big beat. Ancora dall’Inghilterra, in particolare da Bristol, arriva anche il trip hop: un gruppo di artisti, musicisti e graffitari, sempre alla fine degli 80s, inizia a produrre un sound meticciato, stonato, tattile, che prende tanto dal pop quanto dalla psichedelia ma li ribalta su sample e beat, alternando al canto cavernose voci maschili ed estatiche figure femminili. I protagonisti sono tutti ben noti, e si chiamano Portishead, Massive Attack e Tricky; è proprio la loro musica, in dormiveglia e in bianco e nero, che instilla in Anders una vera e propria epifania durante una gita scolastica a Londra e Bristol nei primissimi anni Novanta.

Un lustro dopo, a suonare una miscela di downtempo e trip hop troveremo gli Action Men, una delle prime formazioni di Andres, qui in combutta con l’amico di sempre Tom Von Rosen (vero nome Thomas Bertelsen), dei quali esiste una traccia discografica nella forma di split con Disco Volante. Il 12” s’intitola Mashed Mellow Grooves (1999) e a pubblicarlo è la londinese Transient Records, i cui proprietari sono proprio i due ragazzi dietro la label specializzata in trance e paraggi, Russel Coultart e Lawrence Cooke, quella stessa trance che cavalcherà nelle sue prime fasi di carriera James Holden. Prima però ci sono stati i FLOW, di fatto il primo gruppo fondato dall’enfant prodige, un quartetto britpop tutto danese e non originalissimo (per sua stessa ammissione) ma decisamente ispirato da quello che è stato il fenomeno generazionale per antonomasia dei 90s. Al loro attivo un album omonimo di debutto nel fatidico 1996, un anno dopo (What’s The Story) Morning Glory? e un anno prima di Be Here Now, giusto per capirci; e giusto per sottolineare quanto le stimolazioni alle quali il giovane Anders è stato sottoposto in quegli anni devono essere state variegate, molteplici e nondimeno potenti. Forgeranno in lui una forma mentis molto anni Novanta, si diceva, ovvero un percorso artistico che non sarà all’insegna della coerenza, o del revival (alla fine degli 80s, per dire, era tutto un ritorno al flower power per duri e puri, camicie comprese), piuttosto quello di una continua contaminazione ed evoluzione non senza cambi d’abito anche plateali, come da insegnamenti del Duca Bianco.

Un anno più tardi, e siamo nel 1997, all’altezza di Everybody Needs a 303 di Fat Boy Slim, Trentemoller traffica con i campionatori e ha già ingranato un’altra marcia, tutta elettronica. Forma una sua versione di live house act, sempre assieme al sopracitato Bertelsen, un personaggio che introduciamo qui come una figura altrettanto eclettica e onnivora; in seguito formerà la synth wave band Lulu Rouge assieme all’amico di entrambi Dj Buda e, nel mezzo, produrrà sotto svariati alias tra cui (dj) T.O.M e T.O.M. And His Computer.

Di fatto i Trigbag, questa la loro ragione sociale, rappresentano la prima (autoproclamata?) formazione di questo tipo in Danimarca e, almeno fino alla pubblicazione della compilation postuma The Trigbag Chronicles (2010), l’unico 12” di cui si scovano le tracce è Showtime/Alpha Dial. Showtime è una amfetaminica house a base di electro-funky, in pratica i Basement Jaxx col turbo, mentre Alpha Dial è pura euforia psichedelica, un’electro progressiva decisamente figlia dei Chiemical Brothers. Ai mix Anders aggiunge un tocco space dubby che deve aver appreso ascoltando la produzione più fehlmanniana degli Orb (o direttamente i Basic Channel, come apprenderemo dai credit del suo debut album) e questa caratteristica è presente anche nel sopracitato album celebrativo di questa fase, pieno di remix dello stesso Trentemøller, come a voler indicare un’opera di revisionismo applicata dallo stesso autore.

A ogni modo, finite le esperienze Trigbag e Action Men, ciò che si sa per certo di Anders è che ha trovato naturali connessioni con l’electro, l’house, la techno dub, il downtempo e il trip hop. Nel brano che dà nome alla band i rimandi vanno dagli Underworld (per via di quella intro con tastiere sospese + spoken) a produzioni house tra suonato felpato e jazzy strattonato da graffi electro daftpunkiani. Ed è proprio su questo versante, maggiormente solare e marittimo, non lontanissimo dai Thievery Corporation e dai Budda Bar, che Trentemøller inizia a produrre a proprio nome. Il Trentemøller EP esce nel 2003 su un’etichetta sanfranciscoana – la Naked Music di Jay Denes e David Boonshoft – e contiene le tracce Le Champagne e In Progress: la prima è una deep house che in sostanza porta i parigini (o se volete il solo Thomas “Stardust” Bangalter) a Montecarlo, la seconda, che inizia dritta e scura con screzi e graffi di puntine di giradischi – i famosi clicks e cuts che già avevano saturato il mercato elettronico nel biennio precedente – è un ritorno sul lato ambient aggiornato al detto altrimenti glitch sound che il giro micro house conosceva piuttosto bene. Il grosso della proposta, in pratica, nel biennio dell’esplosione dell’electroclash, è un po’ vecchiotto, immerso com’è negli anni Novanta (metti una riproposizione, cinque anni dopo, delle produzioni Glasgow Underground o della nostra Irma, per non citare unicamente l’ovvia Roulé), eppure il 12” piace ad un Steve Bug fresco di pubblicazione di Sensual, disco composto da produzioni dance asciuttissime ma anche da pezzi da ascolto in cuffia, dei minimali mix di electro, basso funky e sporadici tocchi easy listening che il giovane Trentmøller (Pleasure Park, All I Need, Purple Brain) deve aver studiato da vicino.

Non passano neppure 12 mesi che nel suo secondo 12”, Beta Boy, è attivo un nuovo DNA, almeno per metà. L’EP esce nel 2004 per Out Of Orbit Recordings e presenta una title track essenziale, buia e sincopata, in linea con le sonorità di I Com di Miss Kittin, pubblicato proprio in quel periodo; l’opposto, in pratica, rispetto ai party in riva al mare precedentemente bazzicati: Il retro però – The Forest – è fatto ancora di quella pasta e la dilata ulteriormente su un’ambient dall’effettistica glitch e techno dub attraversata da un mood non lontano da certi Radiohead più in combutta con il catalogo Warp (e parliamo di Kid A). Di fatto, anche solo quando si tratta di linee di basso, Trentemøller cercherà, per sua stessa ammissione, di infilarci sempre un soffio di rock, e probabilmente anche il pezzo The Forest si chiama così per omaggiare i Cure di A Forest. Sempre riguardo al lato A, le sintonizzazioni su certe frequenze che poi diventeranno di pubblico dominio nella minimal non sono casuali: lo stile portato avanti durante i 90s dal Richie Hawtin producer trova la sua semplificazione e apoteosi sul dancefoor europeo in questo stesso periodo anche grazie all’attività del suo stesso promulgatore in versione dj e label manager.

Nel frattempo, il dubstep sta iniziando a scaldare i motori e l’hauntologico Burial sta celebrando il primo dei suoi requiem rave. Questa però è un’altra storia, anche perché l’attenzione di Anders si riversa, in solo o sporadicamente con amici ultra-fan dei Basic Channel (vedi Vildtand, il trio composto assieme agli amici Krede, Torsten Bo Jacobsen) sul clubbing berlinese, purché la base operativa continui a rimanere la sua Copenaghen, città che nelle interviste dell’epoca – come quella concessa a Higher-Frequency – dichiara di voler abbandonare soltanto per brevi periodi di tempo. A questo punto è Bug, e il suo giro micro house (che poi è costola e parte integrante del giro minimal), a prenderlo sotto l’ala e a pubblicargli alcuni dei successivi 12” come Sunstroke / Minimal Fox e Polar Shift / Chameleon, entrambe produzioni del 2005 perfettamente calate su un dancefloor preciso, libere dal grosso della kitscheria electroclash. Questi dischi, strutturati su un sound felpato e attraversato da clangori digitali, timbriche electro e cyber glitcherie assortite, lo metteranno sulla mappa come un producer che sa affondare il colpo con fredda precisione, senza tuttavia negarsi un tocco sexy e una minimale cinematografia sullo sfondo. E’ questo il sound che si ascolta anche nel 12” Serenetti pubblicato da Tic Tac Toe sempre nel 2005, roba fosca ma sensuale, dotata di una sua spazialità, caratteristiche che non sfuggono agli ambienti dance mainstream in dialogo tra pop ed elettronica: Moby, ad esempio, nel 2005 affida al Nostro il remix dell’inno techno del 1990 per eccellenza, quella Go che contiene il campione della celebre Laura Palmer’s Theme di Angelo Badalamenti, popolare brano presente nella colonna sonora di Twin Peaks che Anders adora (la sua versione finirà nell’album di remix del 2006 The Very Best Of Moby (Remixed)), mentre i Röyksopp gli affidano What Else Is There, una sensuale e angelica pop-song cantata da Karin Dreijer degli svedesi Knife e contenuta nell’album The Understanding, che nelle sue mani diventa un saliscendi electro che spopola nei club.

The new nordic movement

«If you came to Scandinavia 20 years ago, Danish restaurants weren’t really proud of their food, and I totally understand why. Danish artists wanted to sound like their U.K. or U.S. idols. But then we suddenly got more confident about the Scandinavian vibe and style, trusting ourselves to mine our own culture along with the other influences rather than just emulating them. Bands that used to compete with each other were suddenly working together. There was a chain reaction that caught the attention of people outside of Denmark who were noticing what was happening, which motivated us even more. Before that, the only thing Denmark was known for was Aqua’s “Barbie Girl.”» (Trentemøller, Reverb, 2016)

Arrivati al 2006 Anders ha infilato una manciata di banger clubbisti e composto alcuni fortunati remix che ancora scavavano nell’immaginario elecroclash, ma è perlopiù un nome da addetti ai lavori sconosciuto al grande pubblico e al di fuori del circuito di riferimento. E’ Always Something Better, traccia al solito edita dalla Poker Flat, ad introdurre un cambiamento e ad anticipare le sonorità di un esordio sulla lunga distanza che segnerà una marcata linea di demarcazione tra un prima e un dopo. Alla cassa dritta, il brano oppone un arpeggio di carillon, poi la sceneggiatura si complica: un’atmosfera onirica viene scossa da un ossuto electro funky scaldato prima da una chitarra surf appena accennata e poi da avvolgenti laser di shoegazetronica. Di filata irrompe uno pseudo scratch ispirato vagamente da quelli prodotti da Geoff Barrow per i Portishead. E a quel punto l’atmosfera si rarefà nuovamente, la chitarra emerge appena più concisa per poi lasciar il posto ad una vertigine d’archi, mandolino e un fade out di note d’organo. Tanti sono gli elementi in gioco che il prefisso prog non sarebbe mal posto, eppure la composizione funziona soprattutto se vissuta come film sonoro: l’ambient, la progressive, il post rock islandese, le atmosfere noir del trip hop, la psichedelia, questi gli elementi con i quali Anders ha intenzione di muoversi d’ora in poi, decanter in mano.

Nel 12” il brano viene presentato anche in una versione cantata da Richard Davis che non troverà posto nel disco. Il suo è un feat. che fa molto David Sylvian e segna il primo contributo canoro di una lunga serie nella musica del producer. In sostanza, The Last Resort, l’esordio lungo di Trentemøller, massimalista ma sincretico, arriva un po’ come un fulmine a ciel sereno: non mancano gli episodi più ritmati che reimmergono l’ascoltatore nella techno dub precedentemente bazzicata (Evil dub, Chameleon, Snowflake), ma il grosso della scaletta, seguendo le linee estetiche dettate dalla cover che presenta secolari alberi spogli, il ghiaccio e la neve, punta altrove, alla pura musica per immagini curata nei minimi dettagli, proprio come le produzioni che in quegli anni definivamo post post rock, un format sul quale Pantha Du Prince, partendo dalle stesse premesse, si farà notare di lì a qualche anno (The Splendour) e che Anders manovra ora con la scafatezza di un designer d’interni abile nel distribuire gli oggetti e il mobilio all’interno degli spazi. Tra i brani spuntano già refrain di chitarra che richiamano il post-punk sottoforma di schegge Depeche Mode estrapolate dal loro contesto (Vamp). D’altro canto nella traccia d’apertura – Take Me Into Your Skin – non è difficile scorgere un rimando ai Radiohead di Kid A già precedentemente chiamati in causa ma con un risultato inedito (a proposito, del brano verrà prodotta una versione nu-disco da parte dello stesso producer).

«Mi sono accorto che tutte le persone che facevano musica elettronica, suonavano allo stesso modo. Sentivo la mancanza di tornare al songwriting, di suonare con un batterista, un bassista e un chitarrista» (Trentemøller circa 2006)

Altrove l’austerità per piano e clicks e cuts à la Alva Noto / Sakamoto viene sciolta in una chamber music per campanellini, arpeggi dreamy ed altri abbracci Múm e Sigur Rós (la splendida While The Cold Winter Waiting), e a questo lato estatico del disco s’alternano anche downtempo dubby nello stile dei Thievery Corp dirottati su un autobahn teutonica (Nightwalker). Tanta la carne al fuoco nell’esordio lungo del produttore danese pubblicato nell’anno di altri importanti lavori in questo senso, che, a loro volta, avevano fatto della contaminazione il proprio fondamento, come Orchestra Of Bubbles di Apparat e Ellen Allien, e le opere prime di Border Community targate Nathan Fake e James Holden, i cui tratti psichedelici e dreamy non sono lontani da quelli esplorati da Anders e probabilmente, in prospettiva, ne rinfrancano la visione.

Con la sua ora e ventidue minuti The Last Resort, nella elegiaca eleganza e visione sincretica, creerà un brand spendibile per il suo autore, una sorta di versione pop/rock/shoegaze del catalogo Mille Plateaux, Raster Noton o, perché no, del  Vladislav Delay badalamentiano di Anima (The Very Last Resort). Il disco farà la sua comparsa in alcune classifiche di fine anno, e verrà indicato come un importante tassello di quello che è oggi comunemente noto come il New Nordic Movement, un ritorno alla consapevolezza della propria terra e cultura che investirà l’intero blocco scandinavo, dal mondo della cucina a quello delle arti, a partire idealmente dal manifesto curato dallo chef Claus Meyer nel 2004 proprio a Copenhagen. «Purity, simplicity and freshness», come anche un discorso legato al rispetto della stagionalità dei cibi, diventano i nuovi diktat, e riportati nel pensiero e nella nuova ideologia musicale questi concetti si tradurranno in un freno all’importazione di idee e stili dall’estero e in uno stop alla musica preconfezionata (preset e co.) con le sue produzioni omologanti. The Last Resort pare proprio un disco cucinato in questo modo: respira gli umori stagionali – in questo caso invernali – della natia Danimarca e cerca di tradurli musicalmente per giustapposizione di elementi nodali che acquistano lungo lo sviluppo della composizione uno sguardo d’insieme.

Non parliamo ancora di canzoni propriamente dette qui, come accadrà più concretamente in seguito, ma di arrangiamenti, abiti sonori, musica visiva funzionale allo scorcio ambientale, una sintesi di ciò che Anders aveva bazzicato (vedi la techno dub di Evil Dub) e masticato (la produzione di Deadbeat dal 2002 al 2005), ma anche di ciò che aveva finora nascosto ai suoi conoscitori. C’è un’apertura al post-post-rock si diceva, e perciò non troviamo il tipico andamento di molta della produzione europea e storica del genere (vedi Mogwai e co) tra quiete, crescendo e detonazione, piuttosto un discorso più da producer elettronico, un avvicendamento di layer minimali, da manovrare per addizione o sottrazione (Take Me To Your Skin, Like Two Strangers), accumulo e rarefazione, pressione e rilascio.

Pur non rappresentando il capolavoro sbandierato da alcuni al momento della sua uscita, il disco ha avuto il non trascurabile pregio di rimettere in circolo nel suo tempo quel tipo di produzioni crossover che nei 90s avevano attirato una variegata umanità, dal clubber in ritirata casalinga all’indie rocker dalla mente aperta, dai circoli della moda (mutatis mutandis Trentemøller si troverà in camuffa anche lo stilista Henrik Vibskov nei panni di batterista della sua live band) fino alle frange più generaliste. Grazie alla sua riproposizione in versione live con la band, l’album aprirà idealmente la strada a un comparto di elettronica che negli anni identificheremo come “organica” – tornano ai paralleli col cibo e non solo – ma anche più umana (da Moderat a Caribou passando per Apparat, James Blake e Jon Hopkins), apprezzata da una generazione cresciuta nei primi Duemila che scoprirà, come evidenziò il Guardian, che «stare a casa è meglio che andare nei club».

Nel grande aldilà

«When I started, I learned so much about how the music is made since I could listen to the individual tracks. When I worked with Depeche Mode I was like, “Ah! The bass is done like that, and the background vocals are actually a little out of tune, but it sounds great when it’s all put together.” I learned a lot about production and about how you build up a track after doing a few remixing projects» [Trentemøller, Reverb, 2016]

A un anno di distanza dall’album, il Nostro fa uscire alcuni singoli e EP dove invece di inseguire unicamente il club trend del momento come avrebbe fatto in passato (vedi l’aggressiva electro a metà strada tra Chemical Brothers e Mr. Oizo di African People), apre anche a produzioni più psichedeliche e ambientali. Gamma con l’amico Buda è pura ambient music per grappoli di note al piano dalle parti di Eno/The Orb che serve da blend per i remix di Minilogue e Perc, An Evening With Bobi Bros con il ritrovato T.o.m. è una felpata house in cui un organo (una ripresa delle tastiere con cui bazzicava da quattordicenne? Nostalgie Trigbag?) jamma psichedelico e doorsiano per la sua intera durata. Sempre nel 2007, per capitalizzare il successo racimolato fino ad allora, Poker Flat fa uscire The Trentemøller Chronicles. Si tratta di due CD che fanno il punto sulla carriera del danese extra album fino ad allora, remix compresi. Vi compaiono infatti i lavori per Moby, The KnifeRöyksopp, Robyn ma anche per l’icona berlinese Mathias Schaffhäuser, mentre sul lato delle produzioni personali la raccolta si articola in crescendo, dalle tracce più mentali alle bordature più electro.

A quel punto Anders, come il protagonista/i di Strade Perdute e come accade più volte nella filmografia di David Lynch, vedi Twin Peaks, ha un doppio, e quel doppio è un producer limitato a produzioni dance e dintorni che suona non troppo differente da tanti altri, ma sa affondare la lama dell’electro con chirurgica precisione. La dicotomia si evolverà (e risolverà) in seguito, senza cesure: da un lato il danese punta a tavoletta sul live, tanto che nel 2007 esce Live In Concert, un EP che contiene il concerto che la band ha presentato al festival Roskilde di quell’anno, mentre 12” come Miss You (2008) continuano lungo la falsariga dell’esordio affidando ai remix – dunque ad altri producer – il compito di amplificarne i tratti più dance (pratica che poi continuerà in seguito con le versioni remix dei suoi album); dall’altro, il viaggio nel segno del dub techno e dei Basic Channel continua con Rauta EP (2009), un lavoro a quattro mani con DJ Lab pubblicato dall’etichetta danese Echocord.

Anticipato dal lead single Sycamore Feeling con la sodale Marie Fisker nei panni di una discreta – ma non equiparabile – Hope Sandoval dei Mazzy Star al canto, Into The Great Wide Yonder, il secondo album di Trentemøller arriva finalmente nel 2010 a ben quattro anni dall’esordio lungo. Il disco, che esce su una neonata e personale etichetta che d’ora in poi pubblicherà principalmente cose sue – In My Room – fa da ponte tra l’esordio e l’impianto stilistico produttivo delle produzioni successive: dall’impianto digitale-suonato, Anders capovolge i termini, passando ad arrangiamenti più corali, tanto che non si fa mancare un sound orchestrato che nell’opener, ad esempio, è affidato al violinista e compositore italiano Davide Rossi, residente a Copenaghen, di cui va senz’altro sottolineata la sua attività dal 2000, sia in studio che nelle vesti di turnista live, con i Goldfrapp (da Felt Mountain in avanti).

«I never wanted to make club music. Truth is, I don’t see myself as part of the electronic music scene. Maybe I’m even more part of the indie scene, although that’s also not quite right» (The Quietus, 2014)

Al generoso intarsio di vari tipi di chitarre, cimbali, thremin, mandolino, campane, batterie, synth ed effettistica varia (cori, acqua, vento, disturbi elettrici, field recording, battiti di mani ecc.) si aggiungono quindi i featurer (oltre alla citata Fisker, che lo accompagnerà anche dal vivo, troviamo anche Solveig Sandnes, Josephine Philip e Fyfe Dangerfield dei Guillemots) per un canzoniere sempre sul punto di sciogliersi su background esplorativo, avvolgente e caloroso, dreamy ma sottolineato, come accadeva anche nell’esordio, con mascara gotici. La minimal è soltanto un ricordo, un richiamo estetico tuttalpiù. Dei glitch neanche più l’ombra e complessivamente, pur sempre ambientata nei mesi invernali, è la prova di un artista ancora alla ricerca di una quadra stilistica (questa volta) analogica tra i propri amori di gioventù. Risiede qui forse l’eccessiva indulgenza nei riguardi di un impianto fortemente caleidoscopico come questo, che gioca sull’elemento dell’imprevedibilità per tenere alta l’attenzione inframezzandola con studiati (e un po’ preconfezionati) manti cinematografici (vedi gli archi finiti o meno di Haxan).

L’altro trait d’union con il debutto è rappresentato dal surf rock che ora, da ciò che apprendiamo dalle interviste, ha anche un referente chiaro, i Ventures, e fa un po’ da fil rouge – Strade Perdute style – tra i pezzi, mentre le nuove citazioni al catalogo dei Depeche Mode, My Bloody Valentine – e i citati Mazzy Star – si chiamano The Mash And The Fury, Metamorphosis e Tide. Trovano inoltre abbondante collocazione anche nuovi terreni d’indagine che scivolano dal chamber folk di Last Resort a quello magico di matrice scandinava ma anche indie tour court (vedi Neverglade, scritta e cantata da Fyfe Dangerfield dei Guillemot nei panni di un sognante Elliott Smith), fino ad arrivare alla prima delle sue incursioni post-punk, qui nella forma di una surf song trasfigurata – Silver Surfer, Ghost Rider Go – che, a dire il vero, sembra presa da un dj set di Fatboy Slim di fine 90s.

Con il sophomore Trentemøller inaugura un modello di produzione già piuttosto noto nel music biz (vedi Chemical Brothers o anche i Gorillaz) che sarà portato avanti nei lavori successivi: Anders è il composer e arrangiatore, il mastermind, spesso primo tra pari, il polistrumentista che si circonda di musicisti a cui far eseguire specifiche parti di una produzione già pensata e da lui preventivamente imbastita e di ospiti canori che sono anche gli autori dei brani inediti che gli vengono proposti proprio per quelle basi.

Into The Great Wide Yonder piace al pubblico europeo, specie quello in madrepatria, che lo premia con un secondo posto nella classifica album nel 2010. Nel frattempo, Anders ha accresciuto ulteriormente le sue quotazioni come remixer, tanto che i nuovi lavori in questo senso vengono commissionati tanto dai Franz Ferdinand (No You Girl) quanto dai Modeselektor con feat. Thom Yorke (The White Flash). E sempre a Yorke e ai suoi Radiohead torniamo alla fin fine, parlando della collaborazione con gli Efterklang, gruppo di connazionali che nel 2010 aveva esordito su 4Ad con Magic Chairs, terzo lavoro in discografia che apriva all’electro pop dopo un paio di acclamati lavori orchestrali per coro, chamber folk in salsa glitch e una generale attitudine (post) post rock. L’EP Raincoats Vs. Tide ‎(2011) funziona sullo scambio di remix: Trentemoller, calcando l’impronta post-Kid A degli arrangiamenti originali (leggi alla voce pre-Alt-J), veste la loro Raincoats degli abiti neri della synth wave confermando così la volontà di muoversi su territori più indie dalla porta del post-punk e della wave ’70/’80.

Direzione che il 12” dell’anno successivo My Dreams, sempre con i sodali Marie Fisker e Steen Jørgensen al canto, oltre a Jacob Høyer alla chitarra, conferma soprattutto attraverso la title track (una cosa tra Goldfrapp, i Knife e i Joy Division di Love Will Tear Us Apart), mentre il retro Blue Hotel, è l’ennesimo omaggio a Lynch e al suo cinema, e dunque ai 50s, attraverso una crooning ballad con gli occhi blu di quelle che ti aspetteresti da Chris Isaak (N.B. il cantante recita anche nel film Twin Peaks: Fire Walk With Me). Il brano è inoltre l’unico presente all’interno della selezione curata per Late Night Tales (2011), in cui compaiono garage band come Thee Oh Sees, la psichedelia col turbo dei Black Angels e l’inossidabile coppia formata da Nick Cave e Warren Ellis, a testimonianza di uno spostamento di interessi “di area” ampio ma a suo modo coerente. E compare inoltre come bonus di un nuovo live album – Live in Copenhagen – che comprende perlopiù brani di Into The Great Wide Yonder eseguiti dal vivo con la band in versione “stripped down”, ovvero, come è solito procedere Anders in questa veste, selezionando alcuni elementi chiave dell’arrangiamento originale, perché come dice lui, un conto è il disco, un conto è il disco suonato dal vivo. Curiosità riguardo alla formazione che accennavamo più su: il batterista che per un lustro sarà al suo fianco, è il popolare designer d’abbigliamento Henrik Vibskov, anch’egli uno degli elementi chiave del sopracitato “New Nordic Movement”.

Sempre nel 2013, a coronamento della trasformazione da producer a composer, arriva l’offerta dei Depeche Mode che assolderanno Anders per le aperture del loro Delta Machine tour. Giusto l’anno prima Anders aveva remissato la loro Wrong. Nel frattempo, è uscito anche il primo album “indie” di Trentemøller, Lost.

Darkways here we come

«One of the most boring thing ever is to listen to some electronic musician with a MIDI keyboard and a laptop on stage. In the end, I’ve got the best from both worlds right now. Because it is me who designs the music and thinks about the bigger structures, but I also need my band to empower it on stage, to live it the right way once it’s written» (nbhap, 2016)

Lost è l’album con il quale Trentemøller in un certo qual modo torna alla base, ovvero al formato canzone fatto (anche) di canzoni vere e proprie, brani non certo ispirati dal britpop come accadeva ai tempi della sua prima band, i FLOW, piuttosto composizioni originali di altri artisti che come lui trovano continuità e ispirazione in un periodo storico che va dalla wave di fine Settanta al dream pop di inizio Novanta. I Depeche Mode rientrano anche questa volta nell’equazione, ma non mancano nemmeno i Cure o i Joy Division con l’aggiunta di una buona dose di chitarre e pedali di marca Ride e soprattutto Slowdive, tutte formazioni di cui Andres non ha mai nascosto la stima e l’influenza sulla sua opera. Non parliamo di un disco citazionista ma anzi, come accadeva nel precedente, di un’altro dei suoi voli pindarici, il più generoso finora, un collaudato treno di tensioni, speranze e torbide emozioni, nonché un’altra delle sue mirabolanti parate di suggestioni musicali e visive, patinate sì ma con grande classe.

Dietro a quella surreale foto in b/w che campeggia nella copertina del disco, incorniciata come quella di Closer o quella del debut dei Bauhaus, si nasconde un disco agrodolce stipato di arrangiamenti che innanzitutto si fanno ammirare per l’invidiabile sfilata di indie star, giovani e meno giovani, famose e meno famose, ma mai così prestigiosa e internazionale: aprono gli elegiaci Low – con The Dream – che, proprio come suggerisce il titolo, fanno appunto il classico pezzo nel loro stile: una progressione in lento sbocciare tra ricordi, fragilità e speranza sulla quale Anders gioca di minuteria concreta aggiungendo un gioco di pedali alla sei corde sua e dell’ospite Jeppe Brix. Spetta dunque a Jana Hunter (protetta di Devendra Banhart e già allora nei Lower Dens) aprire la traccia che darà il la al disco a livello di portamento e ambizioni. La sua Gravity, che pare possedere lo scheletro di un remix electro dei suoi applicato a un immaginario Slowdive, è in verità uno dei suoi sontuosi tour de force. Non centrali nell’economia del brano, le sue strofe sono trattate al pari dell’arrangiamento che, similmente a Always Something Better, si compone di una concatenazione di momenti dal forte impatto visivo: si parte da una cupa intro con tetre note all’organo sulla quale s’innesta uno slancio luminoso con la melodia ad ingrossarsi nel corpo folk; da lì, la classica intermissione con contrappunto electro, la ripresa del momento precedente, l’aggancio di un momento per coro e contrappunto di campanellini ad introdurre altra luce e colore, poi di nuovo l’oscurità e la Hunter a salmodiare, l’introduzione di un solo di chitarra sopra i cori sopracitati a dare un tocco shoegaze, il crescendo sul finale e la coda orchestrale per ottoni (grazie a Mads Hyhne). Gravity mostra ancora una volta quanto il Trentemøller produttore sia bravo nell’imbastire mini suite dalla scafata precisione, ma quando nel disco a entrare in gioco sono le personalità più ingombranti, come Kazu Makino dei Blonde Redhead e Jonny Pierce dei Drums, la dinamica risulta quella introdotta nell’opener dai Low, ovvero è l’ospite a giocare le sorti del brano e quel brano non è tra i centrali del disco. Con un testo niente male di Pierce, la sua Never Stop Running, ritornello a parte, pare un po’ forzata nei suoi abiti elettronici, e non indimenticabile è Come Undone con una Makino fin troppo ordinaria nel recitare la parte di – in fin dei conti – se stessa.

Senza troppe sorprese, sono gli episodi con gli ospiti danesi a regalare le soddisfazioni migliori sul lato dei cantati, anche perché, come dicevamo su, sono tutte partiture funzionali all’arrangiamento: Deceive con Sune Rose Wagner è la darkwave secondo Trentemoller che con il contributo del Raveonettes a restringersi al ritornello, dà piena libertà al maître à penser di giocare con tutti i trucchi produttivi che conosce. Meglio ancora River Of Life, con i Ghost Society che sanno di essere in vetrina qui e con la loro formula dream pop forniscono il combustibile ideale per il secondo dei brani meraviglia del disco, tra basi cyberpunk e aperte citazioni tastieristiche ai Joy Division. In scaletta, a proposito, fa la sua comparsa anche la sodale Fisker che, come al solito, fa la sua bella figura anche qui nella valida Candy Tongue.

«Bass is so important. I love it. In all of my productions bass plays a central role. Joy Division and New Order are my favourite bands. The role that bass plays in their music is similar to mine. The bass line is often the hook» (The Quietus, 2014)

E se questa che vi abbiamo raccontato è la messa cantata del disco, nella sua ora e undici minuti di durata c’è anche spazio per una corposa parte strumentale tra l’uptempo (Still On Fire) e il downtempo (Morphine), e qualcosa come Constantinople in cui ritroviamo una jam blues per Hammond che immaginiamo chiuda un cerchio con le primissime esperienze live da adolescente del producer, oltre che naturalmente con i Trigbag. Più che un album, il terzo lavoro lungo di Anders sembra un kolossal cinematografico, oltre che la prova più ricca e complessa finora prodotta, ma neppure questa volta, dopo aver stupefatto ed essersi dimostrato pura gioia per l’impianto Hi Fi, il producer danese è riuscito a colpire il bersaglio più ambito, quello che giunti a questo punto gli avrebbe fatto fare il salto definitivo: la conquista del cuore, di una base di fan disposta a seguirlo in capo al mondo. Rispetto a canzoni di per sé non indimenticabili (e forse un po’ dispersive), il Nostro ha sempre rimediato con arrangiamenti spettacolari, e dove questi rischiavamo di sembrare puro intrattenimento, ecco che forma, colori e densità hanno continuato ad avvicendarsi ed evolversi nei suoi dischi o anche all’interno delle singole tracce. Unitamente ai live, più compatti e (elett)rock, è così che Trentemøller, da bravissimo architetto, ha dominato, stregato e allargato il suo pubblico (che sia un caso il fatto che nel 2016 parli di avere una fidanzata architetto?), eppure ad aver fatto grandi band come Röyksopp o i Kinfe, per rimanere dentro a confini prettamente scandinavi, sono evidentemente entrate in gioco alchimie che il Nostro non è ancora riuscito a distillare e/o riprodurre. Ecco perché nel successivo Fixion l’intento sarà quello di non strafare innanzitutto, e di concentrarsi sulle canzoni, strumentali e cantate.

New Moon Rising

«I really wanted only one voice on this album. My last album had 5 or 6 voices and I thought it was a little bit to get that personal flow. It’s why I started with only Dane Marie Fisker who sings on 4 tracks. But later on when I mixed the last SAVAGES album I found Jehnny Beth’s voice kind of close to Dane Marie Fisker’s own voice. We ended up doing two songs together in my studio, in only two days» (nbhap, 2016)

Prima di pubblicare il suo quarto album, nel 2014, Anders fa uscire l’album contenente remix e rework di cinque brani di Lost ospitando tra gli altri, Toydrum, Jenny Wilson, Pinkunoizu, oltre all’amico e vecchio socio Thomas Bertelsen, in arte T.O.M. And His Computer. Il dj danese, che avevamo incontrato agli esordi di Anders come compagno nel progetto Trigbag, interviene su River Of Life esaltandone e amplificandone le linee di basso e la sensazione di claustrofobia generale. Anche Anders, sullo stesso brano, calca la mano stringendo le ritmiche verso un’ansiogena cavalcata. Come Undone presenta la batteria dei Todyrum, sulla quale Trentemoller applica un intervento electrowave simile a quello applicato per Deceive. La voce di Sune Rose Wagner, inoltre, ben si presta ai nuovi smalti tra hip-hop e post r’n’b di Unkown, e nello stesso anno il brano sarà presentato anche come singolo nel dub remix dello stesso Anders.

Lost Reworks è senz’altro un lavoro funzionale ai dj set di Trentemoller ma anche una raccolta di remix che evidenziano il progressivo interesse riversato dal Nostro su una nuova ondata di revival degli anni Ottanta, sia nella direzione del post-punk (vedi i connazionali Iceage, apertamente consigliati nelle interviste, i Communions) sia in quella delle synthwave e darkwave varie di Tropic of Cancer, KVB, Lust For Youth. Nella sua Copenhagen, attorno alla pubblicazione della compilation Dokument #1, del 2013, la scena underground sta ribollendo, ma anche a livello più esposto le cose puntano chiaramente in questa direzione. Il segnale più chiaro che farà da capofila per tutte le varie frange, è rappresentato dalle Savages, caso discografico di quell’anno, ma dall’altra parte dell’atlantico anche il progetto gothgaze  capitanato da Luis Vasquez, in arte Soft Moon, si è guadagnato una bella fetta di pubblico e contatti (vedi la collaborazione con l’icona John Foxx) indirizzando nel contempo la sua formula su solidi binari elettrowave prima e in area Nine Inch Nails dopo.

Trentemøller e Vasquez finiscono inevitabilmente per piacersi e uno scambio di remix tra i due arriverà, a distanza e in due tempi, tra il 2015 e il 2016, con il primo a remissare la Black dello statunitense (da Deeper, 2015) e quest’ultimo a mettere le mani su Complicated (Fixion). Poi accadrà che il suo batterista, Matteo Valicelli, finirà per suonare nel successivo tour del danese, ma facciamo un passo indietro prima. Prima che la colonna sonora di Stranger Things curata dai S U R V I V E lo rendesse palese innescando un fenomeno trasversale e generazionale culminato in un revival che nei suoi casi più estremi (ma non rari) è equivalso a una pedissequa riproposizione del sound di un’epoca, i segnali di un ritorno ad un minimalismo dark pop per tastiere e drum machine rigorosamente analogiche – Arp Odyssey e co. – sono molteplici, e per Anders, sempre attento al sottobosco e ai continuum del nero in qualsiasi forma, diventano la perfetta scusa per immaginare un riposizionamento delle sue complesse produzioni in qualcosa di più puro e distillato, dalla porta delle melodie malinconiche sulle quali lavora da anni ormai. Inizialmente ha in mente un disco dove a cantare è la sola Marie Fisker, poi incontra ad un festival a Parigi il produttore delle Savages, Johnny Hostile, in vista di un suo coinvolgimento per il successivo tour, e dall’amicizia con lui e la cantante della band Jehnny Beth (in passato i due formavano la band lo-fi indie rock John & Jehn) nasce l’idea di affidargli il missaggio del secondo disco della band Adore Life, di cui è produttore.

Dal lavoro per conto del quartetto post-punk britannico scoccherà la scintilla per una proficua e veloce session a due tra Jehnny e Anders, che produrrà entrambi i contributi per il disco, River In Me e Complicated. Tenendo a mente che in precedenza la regola era stata quella vigente per la maggior parte dei producer, ovvero lo scambio di file, è la prima volta che il Nostro siede accanto a un/a musicista in carne ed ossa per comporre musica, una modalità che si sposerà perfettamente con l’idea iniziale di Lost, ovvero produrre musica in chiave minimal dark partendo da melodie pensate inizialmente al piano. Senza girarci troppo attorno, Anders ha in mente un’inedita produzione pop: se pop deve essere, le melodie devono poter restare in testa. Comprendendo che la sua produzione finora entrava più potente da porte sensoriali differenti, s’impone la regola che le uniche selezionabili devono essere quelle che il giorno successivo è in grado di ricordare a memoria, e per conferire maggior omogeneità al tutto stabilisce che le ospiti della parte cantata devono essere tutte femminili. Accanto a Fisker e Beth si aggiungerà la sola Lisbet Fritze dei Giana Factory, che contribuisce inoltre ad alcune parti di chitarra assieme a Jeppe Brix (che viene confermato dal precedente lavoro). Il disco si apre con One Eye Open, una porta che da Love Will Tear Us Apart si apre su Cure e Siouxsie and the Banshees, di fatto la più luminosa pop song mai prodotta dal Nostro e la prova della Fisker più vicina – vicinissima? – allo stile della Beth.

«It’s great that a lot of old analog gear doesn’t have presets. You really have to sculpt your sound from the beginning every time – you cannot save it. When you finally get a sound you like, you have to record it right away or risk missing your chance» (Trentemøller, Reverb, 2016)

Essendo un disco di canzoni, la parte strumentale viene contenuta al massimo, tanto che la stessa Never Fade, dove Anders per la prima volta si cimenta con le sue capacità vocali cantando quattro versi, presenta un inseguimento di angeliche voci post-soul annegate in tastierismi, chitarre e drum machine, tutto riconoscibilmente Cure prima maniera e Joy Division ultima maniera come mai era accaduto prima. Se Lost è il disco più conciso di Trentemøller, è anche quello più revivalista, una mossa complessivamente vincente visto il contesto e il percorso intrapreso fin qui. Eppure se il progressivo allargamento del proprio pubblico non è certo cosa di per sé stigmatizzabile, il tentativo di arrivare a una tracklist impeccabile e quintessenzialmente 80s si risolve in una prova solo sporadicamente ispirata a livello d’atmosfera (November è sicuramente tra gli highlight), mai davvero memorabile su quello canoro (River In Me è un pezzo estemporaneo in tutti i sensi; meglio Redefine, che purtroppo non capitalizza il buon riff iniziale) e dagli interludi che spesso scivolano dallo slancio pittorico alla maniera (Phoenicia in omaggio ai Suicide è lodevole, ma lontano dalle vertigini del duo). Contributi di Luigi Lupo.

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