Recensioni

4.5

Il percorso dei Mumford & Sons è stato non poco esemplare per raccontare di una transizione che ha portato la cosiddetta coralità folk-rock dei Noughties (Broken Social Scene, Arcade Fire, Hidden Cameras, Architecture In Helsinki ecc.) verso lidi più spendibili nelle radio FM e nelle chart internazionali (Edward Sharpe and the Magnetic Zero, Monsters and Men e The Lumineers), un continuum verso quella che Zagaglia ha definito la Age of Folk Prostitution, un “sentire” partito urgente ed alternative e finito nella più plastica e innocua delle rappresentazioni (vedi anche alla voce Imagine Dragons). Non è un caso se dietro alla produzione del non disprezzabile e autofinanziato esordio dei M&S – più di un milione di copie vendute – c’era Markus Drays (già al lavoro per l’appunto con gli Arcade Fire). E non sorprese Babel, che chiarì intenti e ambizioni di una band che non si era fatta problemi a fotocopiare la rodata formula folk-bluegrass mettendola al servizio di una fama conquistata alla svelta, consegnata agli (allora) appetiti per quel tipo di offerta, un bel volano per l’ambito Grammy come Album of the Year raggranellato quell’anno. E che dire della collaudata svolta di Wilder Mind? Congeniale nel pararsi dal colpo di una eccessiva esposizione mediatica, un puntare verso lidi stadium rock a costo di vendersi l’anima al diavolo. E grazie appunto al patto con Cifer ottima fu la performance commerciale di quel disco (1° posto in UK e Billboard) come a quel punto inesorabile fu pure la spaccatura creatasi all’interno della critica, con la stampa generalista pro e quella specializzata a calare scuri, sciabole e quanto di più affilato potesse avere a disposizione. Autentico case study, a distanza di tre album, Markus Mumford e soci, già nel 2015, avevano fatto capire di voler indossare qualsiasi vestito potesse farli sfilare ai piani alti di classifiche e festival.

Cosa accada a livello di produzione, affidata a Paul Epworth, in questa quarta prova spacciata come sperimentale (dal rap al jazz e all’elettronica…), è facilmente intuibile alla luce dei flirt elettronici tanto del pop quanto del folk e del rock prestato ai talent che vediamo in classifica e ascoltiamo oggi in radio. L’album «più tenero, introspettivo e riflessivo» non suona come l’ultimo Bon Iver ma come se i Coldplay cercassero di fare un disco à la Fleet Foxes all’interno di un progetto commissionato per un cinepanettone hollywoodiano. Il sound pulito, amplificato e amplificabile ad uso e consumo dei grandi impianti e platee c’è ancora, solo che dal postfisso rock passiamo a quello confidential-pop, e naturalmente lo strumentalone messo in coda non manca (in Beloved il più corposo), così come non manca uno sbandierare temi e argomenti fondanti, manco Delta fosse il loro Hotel California.

Il quarto disco dei M&S è un canzoniere che ostenta la “qualità nella scrittura” sottoponendola ai rigidi diktat dell’airplay FM (vedi il singolo Guiding Light). È un karaoke impersonale ma levigatissimo, inattaccabile per quella pastella di juka-juka chitarristico liofilizzato, inflazionatissimo ma perfettamente orecchiabile per dizione canora, alla perenne ricerca di un pathos che solo gli Snow Patrol nei momenti lacrima di Grey’s Anatomy. A mancare poi è la cosa più importante di tutte: dove sta la band dietro a quest’abito che produttori, songwriter e interpreti professionisti (racimolati anche tra le primavere di X Factor) potrebbero modellare e riprodurre all’infinito partendo dalla stessa manciata di coordinate e contenuti? Se Woman – che ricorda vagamente gli Alt-j – è il loro pezzo influenzato da r’n’b e cadenze Hip Hop, Darkness Visible converte quelle in una glassa psichedelica stile Reznor & Ross versante automatismo su commissione. E sempre in questa versione soundtrack molto stellestrisce troviamo la band accompagnata da strati di archi in plexiglass. Succede in If I Say, che nel coro (in crescendo emotivo) recita (e ripete svariate volte): «Se dico che ti amo, allora ti amo / Se dico che ti amo, allora ti amo!».

Se c’è un pezzo dove i britannici provano sul serio a scrivere qualcosa di sentito, sincero e personale è Wild Heart, un lento per voce, chitarra acustica e poco altro (contrappunti di pianoforte e una nota sospesa alle tastiere); il resto è pura forma, maniera, recita, fiction (e mica quella coi difettucci degli 80s). Ascoltate Forever, Beloved o la stessa title track, in punta dei piedi sì, ma solo per espettorare retoriche come «When it feels like nothing else matters / Will you put your arms around me?». A detta della stessa band questo avrebbe dovuto essere l’album in grado di definirla, un ritorno alle radici svecchiato da un approccio contemporaneo. È tutto vero se lo osserviamo dalle formulaiche lenti di un film con il copione più brillantemente scontato e vuoto che possiate immaginare.

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