Recensioni

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«Listen without prejudice» era la prescrizione contenuta nel titolo del secondo album solista di quella gloria degli anni Ottanta – ma non solo – che fu George Michael. Ma in verità, il pregiudizio è valido, il pregiudizio è giusto, il pregiudizio funziona, il pregiudizio chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo, parafrasando Michael Douglas – aka Gordon Gekko – nel suo elogio dell’avidità contenuto nel film Wall Street di Oliver Stone (benedetti anni ’80, sempre lì si casca). Insomma – per riprendere ancora quel magnifico eloquio – il pregiudizio ha impostato lo slancio in avanti di tutta l’umanità. Ma soprattutto – aggiungiamo noi – il pregiudizio ci azzecca. Nel senso che non c’era bisogno di ascoltare per intero questo Simulation Theory per adattare l’opinione che già avevamo dei Muse anche all’ultimo arrivato della loro ridondante discografia: ormai sono questi, un lieve segno nella storia del rock l’hanno lasciato, se l’hanno lasciato, con i primi due dischi, e forse restano ascoltabili al massimo fino al terzo o quarto. Poi basta, adieu. La prossima estate riempiranno gli stadi (in Italia già prenotati Olimpico e San Siro) ma se oggi è questo il prezzo da pagare per chiamare a raccolta ottantamila adepti, ben vengano i concerti negli scantinati.

Anticipato da quattro estratti (The Dark Side, Something Human, Thought Contagion e Dig Down, ognuno con un videoclip abbinato, come pare sarà per tutte e undici le tracce del lotto) e accompagnato da annunci fin troppo roboanti, il nuovo album di Matthew Bellamy e soci, ben prima della sua uscita, aveva un hype gonfiato ad arte fino all’inverosimile. Ma come spesso accade, le uscite più strombazzate finiscono con l’essere le più deludenti. Non c’è niente, ma proprio niente, che valga la pena salvare di un tale campionario di luoghi comuni – musicali, cinematografici, estetici in generale, finanche negli aspetti grafici legati alla promozione – in materia di Eighties che è questo album, come se il solo dichiararsi fan degli anni ’80 significhi di per sé meritarsi l’indulgenza plenaria e non rappresenti invece un tentativo posticcio di mascherare una composizione musicale imbarazzante condita da testi a livello terza media. Insomma, un’offesa anche all’orecchio più bendisposto e libero da pregiudizi. Pregiudizi che a questo punto è meglio rivendicare, ne siamo fieri, anche perché – come canta Max Collini – l’ascolto senza pregiudizi è quanto di più ideologico ci sia. E poi è difficile dare a intendere che si sia riusciti a mantenere l’orecchio super partes per tutto il tempo e che la terzietà non sia andata a farsi benedire fin dalle primissime note di un disco che, scusate il tecnicismo, fa davvero schifo. Siamo prevenuti? Forse, ma prevenire è meglio che curare.

Poi se uno ha proprio voglia di farsi del male può andare ad ascoltarsi come, ancora una volta, il trio inglese si sia appigliato alle solite formulette che – non si sa come – gli hanno fruttato l’immensa e ingiustificata fama planetaria di cui gode oggi: il coretto da stadio à la U2 qua, il riffone stile Queen là, l’immancabile funk ballad con falsetto simil Prince che ci propinano più o meno in ogni disco da Black Holes And Revelations in poi, le citazioni (plagi?) ai grandi del passato come il succitato George Michael (non vi sembra che il ritornello di Dig Down “omaggi” un po’ troppo quello di Freedom?). Per non parlare dell’appropriazione indebita, stile Renzi all’ultima Leopolda, dell’immaginario strongly 80s rappresentato da Ritorno al futuro nel video di Pressure, dei rimandi al cinema sci-fi vampiresco altezza Vamp e Morte a 33 giri nel clip di Thought Contagion e di un’infinità di altre citazioni che potete andarvi a scoprire da soli, se la cosa vi diverte.

Tutto insieme appare come un’immensa fiera della bruttura, della pochezza, del pressapochismo che è un sacrilegio il solo pensare di accostarla anche agli anni Ottanta più superficiali e tamarri, ché quelli almeno avevano una dignità. Peccato, perché in fondo, coi Muse, in un passato ormai lontano c’eravamo tanto amati (per restare alle citazioni cinematografiche). Oggi i tre del Devon dicono di essere più ottimisti rispetto a quando – tre anni fa – pubblicarono Drones. Sarà perché hanno capito che, per l’ennesima volta, faranno una barca di soldi col minimo sforzo?

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