Queen (UK)

Biografia

We will rock you: anatomia della regina del rock (e del suo vasto reame)

1. Il pianeta silenzioso

C’era una volta, sul finire degli anni Cinquanta, un ragazzetto suppergiù decenne nato alla Gloucestershire House Nursing Home, in quel di Hampton, nel Middlesex. Il suo nome era Brian Harold, ed era il figlio unico di tali Harold e Ruth, lui inglese, lei scozzese, l’uno impiegato come disegnatore presso il Ministero dell’Aviazione, l’altra una semplice ma compita casalinga nonché madre di famiglia. Nel tempo libero, Harold-l’ingegnere elettronico (che durante la guerra aveva prestato servizio per la Royal Air Force, dove conobbe le sua futura consorte, che invece era nella Women Royal Air Force) si dedicava ai suoi hobbies: tipo il fai-da-te. In effetti costruiva un po’ di tutto – dai giocattoli ai modellini in scala – e lo faceva con una perizia davvero sbalorditiva. In più, sapeva anche suonare il pianoforte e strimpellare l’ukulele, che il dizionario definisce come “uno strumento musicale, un cordofono a stretto rigore, appartenente alla famiglia delle chitarre”, ma che per noi è semplicemente una buffa chitarrina adatta alle manine di un bambino dell’età di Brian. Difatti è proprio a quell’età, anzi da un bel po’ prima, suppergiù da quando aveva cinque anni, che il piccolo Brian se ne ritrova uno fra le mani e subito comincia a suonicchiarlo.

Risultato: è amore. At first sight, come dicono laggiù, nella terra d’Albione. Così, mentre il piccolo Brian inizia le scuole elementari, a Londra, più di preciso nel distretto residenziale di Feltham, mamma Ruth e papà Harold decidono che vale la pena provarci: sì, lo manderanno a lezione di piano. A dirla schietta è l’unica cosa da fare; perché è ormai chiaro come il sole che Brian possiede una certa inclinazione per le sette note, che ha covato sin da quando a stento emetteva i primi fonemi; tipo che tu accendevi la radio, e lui ballava a tempo. Tipo. Le premesse dunque ci sono tutte: il piccolo Brian – che la sua mamma ricorderà anche come un accanito costruttore di modellini in legno di balsa, proprio come il suo amato papà, nonché collezionatore compulsivo (“Raccoglieva con grande passione qualsiasi cosa trovasse”, dirà lei un giorno, quando Brian-la-rockstar avrà preso il posto di Brian-il-poppante, “tipo i fumetti della Eagles, i puzzle, le scatole di fiammiferi, e persino certe etichette di formaggi”) – avrebbe potuto amare alla follia quei lunghi pomeriggi trascorsi a sbatacchiare 88 tasti, 52 di colore bianco, e 36 neri. Invece li odia. Punto e basta. Infatti Brian, che per la cronaca fa May di cognome, è e sempre sarà un tipo taciturno e solitario, che preferirà creare da sé le proprie occasioni di divertimento. E perbacco se lo farà: “Nel tempo libero”, scriveranno anni dopo Jacky Gunn e Jim Jenkins, che delle sorti di May-la-rockstar saranno i reporter, “suonava quasi sempre la chitarra e lo si poteva spesso vedere circondato dai compagni di studio che, ammirati, lo ascoltavano eseguire pezzi quali Never Felt More Like Singing The Blues di Guy Mitchell, che fu messo in commercio nell’ottobre del 1956 e stazionò per ben 10 settimane al numero uno della U.S. Billboard chart”.

Corre l’anno 1957: il rock’n’roll è esploso, Elvis ‘The Pelvis’ Presley, l’indiscusso dio del rock, ha girato ben due film, Loving You e Jailhouse Rock, più relative soundtrack, e ha appena iniziato la sua missione traviatrice nei confronti della gioventù, bruciata dal suo ancheggiare e dal suo ammiccare sensuale, aldilà come aldiqua dell’Atlantico. Brian, 10 anni spaccati, a questo punto della storia, ha appena superato l’esame di ammissione alla Hampton Grammaer School, nel Middlesex, e pertanto si appresta a perpetuare la tradizione di famiglia iniziata ai tempi di papà Harold (che nei corridoi di quella stessa scuola, qualche anno prima, s’era fatto valere come alunno modello). Sia come sia, Brian-il-ragazzetto-sveglio ha perlomeno due grandi passioni in questo preciso momento della sua vita. Una è la musica (ça va sans dire!), l’altra è… ta-dà… l’astronomia. Logico dunque che Brian “faciliti” questa sua inusuale passione in mille modi, alcuni decisamente colti – tipo leggere, quando gli capitano a tiro, lì a casa, gli articoli dei giornali che parlano di stelle, galassie e cose così – altri molto meno: tipo la fantascienza. Roba forte, questa. Roba che asseconda la sua neonata sete di conoscenza e assieme ad essa la sua inesausta fame di avventure.

Roba tipo questa insomma: “Ransom aveva letto qualcosa sullo Spazio e per anni, e in fondo ai suoi pensieri, c’era stata l’immagine lugubre di un gelido vuoto nero e senza vita che separa i mondi. Solo adesso capiva quanto questa fantasia lo avesse influenzato e la stessa parola Spazio gli appariva come un nome blasfemo per l’oceanico empireo di radiosità in cui lui e i due scienziati che l’avevano rapito sciovalavano dolcemente. Non poteva di certo definirlo morto, visto che si sentiva pervaso dall’onda vitale che ne proveniva senza posa. […] L’aveva pensato sterile, e invece era il grembo di astri che si erano moltiplicati all’infinito e guardavano nella notte con innumerevoli occhi fiammeggianti”. Okay, bel passo davvero: evocativo e tutto quanto! Ma c’è dell’altro: infatti sembra quasi che Brian, pardon… Ransom, sia stato totalmente rapito dall’avventura spaziale che qui ha inizio. E in effetti, rapito, lo è eccome; perché il romanzo Lontano dal pianeta silenzioso – frutto maturo della fulgida fantasia dello scrittore, saggista e teologo britannico C.S. Lewis (che lo mise nero su bianco nel lontano 1938, e che sarà il primo tomo della cosiddetta Space Trilogy) – vede davvero per protagonista un povero filologo, fellow del Cambridge College, di nome Elwin Ransom; un tipo alto, con le spalle un po’ curve, tra i quaranta e cinquat’anni, che veste nel tipico modo trasandato dell’intellettuale in vacanza, e che complice una gitarella nel posto sbagliato, al momento sbagliato, viene prima sequestrato da due eccentrici scienziati, poi sbattuto su una navicella volante e infine portato di peso su un pianeta misterioso.

Occhio però ai dettagli: la descrizione di questo nerd, età matura a parte, è stranamente affine a quella dell’adolescente Brian, che a tutti gli effetti si riconoscerà nella fisionomia del tragicomico eroe e financo nelle sue tragicomicissime avventure. Il resto della storia ce lo racconta, in data 10 marzo 2017, la rivista di science fiction Andromeda, che così riassumerà la trama del romanzo del cuore di Brian-l’aspirante-astronomo: “Lontano dal pianeta silenzioso narra le vicende di un prof in vacanza, che viene drogato/sedato e poi trasportato sul fantomatico pianeta Malacandra. Sfuggito ai rapitori il giorno stesso dello sbarco, solo in un mondo dalle tinte di acquerello, dove le foreste sono labirinti di fragili steli violetti alti dodici metri, il prof incontra Hyoi, del popolo dei hrossa, agricoltori e poeti dal nero corpo lucente, e gli altri abitanti del pianeta: gli altissimi ancorché sapientissimi sorn e i pfifltriggi, simili a ranocchi, maestri di tutte le arti della pietra e del metallo. Scoprendo, con il loro aiuto, i segreti del pianeta Malacandra, il prof scoprirà anche il segreto della Terra, ovverosia il “pianeta silenzioso” che da millenni ha cessato di conversare con gli altri mondi”. Fine dello spiegone.

Torniamo a noi: Brian May si laurea con lode in Mathematics and Physics nel 1968, poi intraprende il dottorato di ricerca in Astronomia dell’infrarosso, nel 1971, portandolo a termine ben 36 anni dopo, nel (non troppo) lontano 2007; ma a quanto pare ci sono ancora delle cose che dobbiamo sapere sulle paturnie interstellari del nostro uomo, e sarà leggendo le pagine del sito Ultimatequeen.co.uk che lui stesso ce le svelerà senza peli sulla lingua: “Il mio campo di specializzazione, oltreché la mia passione, in realtà fu quello della cosiddetta “polvere interstellare”, ossia quel complesso di piccole particelle di materia che, assieme ai gas, è contenuto nel mezzo interstellare, che poi sarebbe lo spazio tra le stelle all’interno delle galassie”. E bravo Brian. Ci hai messo del tempo, è vero, ma alla fine ai realizzato uno dei tuoi sogni. E siccome di sogni si vive, e non si sogna mai abbastanza, ecco che sta per ritornare in campo la tua passione n°1, la musica, che non ti ha mai abbandonato, nemmeno negli anni tosti del college, allorquando iniziò ad assorbirti al 100%. E il medium che unirà forever and ever te e lei ha davvero una storia fantascientifica: “Grossomodo a 16 anni”, ricorderai a tempo debito, tu, futura rockstar col pallino delle stelle, “mi resi conto che la chitarra acustica era assolutamente insufficente per la musica che ascoltavo e cercavo di imitare. All’epoca non avevo molti soldi, e di certo quelli che avevo non bastavano ad acquistare delle prestigiose chitarre elettriche come le Gibson o le Fender.

Ergo: un giorno, con l’aiuto di mio padre, decisi di autocstruirne una. Fu così che, nell’agosto del 1963, la piccola camera da letto di riserva nella nostra casa di Feltham venne trasformata in una specie di laboratorio da scienziato pazzo”. Frutto di cotanto geniale trovata, e di ben due anni di lavoro, è una chitarra. Nome in codice: Red Special (ma voi potete chiamarla anche Old Lady o Fireplace). Tratti distintivi: una cassa in quercia (ricavata da un pezzo di legno duro come l’acciaio), dei segnatasto di madreperla (recuperati nella scatola dei bottoni della mamma), un manico sui generis (“Era parte di un vecchio camino”, spiegherà anni dopo l’ex chitarrista fai-da-te) più l’immancabile leva del vibrato (“Fatta con un supporto del cestino di una bicicletta, completato con la punta di uno dei ferri da calza di mia mamma”, a parlare è sempre lui). Bene, ora Brian ha tutto il necessario per fare sul serio. Infatti di lì a non molto entrerà in azione.

Le cose andranno suppergiù così… Flashforward. Estate 1964: il da-poco-diciassettenne-Brian (che compie gli anni il 19 luglio) si dà da fare con diversi lavoretti (tipo stampare le parti metalliche dei tergicristalli – “Roba da perderci il cervello”, dirà lui ex post – o ancora tipo distribuire gli stipendi in una fabbrica di estintori), giusto per racimolare qualche sterlina. In più, frequenta con regolarità i concerti della band chiamata Others, nella zona di Hampton. Lì, una notte qualsiasi, assieme al fido amico Dave Dilloway, Brian mette il turbo e fonda la sua prima band. Il nome, che è tutto un programma, suona come la perfetta summa delle passioni fantascientifico-distopico-musicali dell’aspirante rockstar: «All’inizio – dirà in sede di intervista il bassista Dave Dilloway, che assieme a Brian May (alla voce e alla chitarra), Richard Thompson (alla batteria) e Tim Staffell (alla voce e armonica) formerà i fantomatici 1984 – Volevamo chiamarci con l’assurdo nome Bod Chappy And The Beetles, ispirandoci alle parole con cui un insegnate lì a scuola chiamava noi allievi (chappy) e alludendo a un certo modo dinoccolato di camminare (il beetling). Poi optammo per 1984; in fondo tutti i membri della band c’avevano almeno una cosa in comune: l’idolatria per quel romanzo di George Orwell».

La parabola della nostra band dal nome futuristico è riassumibile in 5 semplici mosse. Mossa n°1: Brian &Co. fanno la loro prima apparizione in pubblico, il 28 ottobre del 1964, alla St. Mary’s Church di Twickenham. «Avevamo tutti indosso abiti che ricordavano delle uniformi – spiegherà a questo proposito Tim Staffell – non so perché ma adoravamo questo aspetto militaresco». Mossa n°2: forse c’entra poco con i 1984 in sé per sé, ma c’entra col fatto che fu proprio mentre militava nei loro ranghi che Brian recuperò certe sue doti sceniche, affinate durante certe sue serate passate lì, nel coro della società filodrammatica della Hampton School, e poi ovviamente anche sulle assi del palcoscenico, sul quale il timido Brian esordì vestito da donna, nel ruolo della contesa Miss Lydia Languish, protagonista della “comedy of manners” in cinque atti The Rivals, scritta dal commediografo Richard Brinsley Sheridan e messa in scena per la prima volta nel lontano 1775.

Mossa n°3: è bene che sappiate che i 1984, nonostante la loro inesperienza e relativa imperizia, erano parecchio fichi, e finirono per fare da spalla ad un sacco di artisti altrettanto fichi (e una volta persino a una danza di serpenti!). Il più fico del lotto fu senza dubbio Mr ‘Chiome Rampicanti’ Jimi Hendrix, che con la sua Fender Stratocaster tenne un memorabile concerto all’Imperial College, il 3 maggio del 1967. Ancor più memorabile fu l’unica frase che il Mito rivolse ai pivellini 1984 e che a quanto pare suonava così: “Da che parte è il palco, ragazzi?”. Mossa n°4: Brian, che ormai astronomo lo è a tutti gli effetti, sebbene non abbia ancora tecnicamente conseguito la laurea, proprio in quel periodo si butterà a capofitto in una impresa a suo modo spaziale, giacché sarà chiamato a coordinare i lavori per la costruzione di un osservatorio sul Testa grigia, che poi sarebbe un monte della Svizzera proprio sotto il Cervino. Lì, in mezzo ad un sacco di apparecchiature fantascientifiche, il nostro laureando si dedicherà allo studio della cosiddetta luce zodiacale (che la gente che ne mastica d’astri e di stelle definisce come segue: “È una debole luminosità che appare lungo l’eclittica, in particolare nelle vicinanze del Sole”). Poi l’osservatorio verrà spostato alle Canarie, visto che laggiù il clima è meno imprevedibile e di sponda gli esiti delle rilevazioni meno aleatori. Infine, Brian tornerà in patria, sarà contattato da un suo prof (tal Sir Bernard Lovell), che gli chiederà di lavorare nel suo laboratorio di ricerca dopo la laurea, e riceverà in risposta un bel no.

Poi c’è l’ultima mossa, la n°5: che in realtà precede la n°4, perché a un certo punto i 1984 si sciolgono; dopotutto, si sa come vanno queste cose: poco tempo per provare, le opinioni divergenti sulla strada da intraprendere, e bla bla bla. Ma non tutto è perduto: infatti, subito dopo gli eventi testé esposti, Brian e l’amico Tim Staffell incominciano a fantasticare di una nuova band. Detto, fatto: ma non prima che un fatale fogliettino fosse appeso nella bacheca dell’Imperial College. Su c’era scritto: “Cercasi batterista à la Ginger Baker/Mitch Mitchell, no perditempo”. La volete la verità? Pochi furono i tizi che risposero all’avviso. Fra di essi ce n’era uno destinato ad avere un grosso peso nella nostra storia. Ma tralasciamo i convenevoli, e facciamo le presentazioni.

Nome di battesimo: Roger Meddows Taylor. Data e luogo di nascita: 26 luglio 1949, a King’s Lynn, nel Norfolk. Occupazione al momento dei fatti: studia dentistry, al London Hospital Medical College. Curriculum da musicista: a 15 anni ha suonato con i Reaction, una delle band più fiche della sua scuola, la Truro School, in Cornovaglia. Caratteristica distintiva: ha iniziato a suonare la chitarra da bambino, poi si è accorto che percuotere oggetti come pentole rovesciate o piatti e coperchi, con i ferri da lana della mamma, era moolto ma molto più eccitante. Ed eccolo lì, in quel lontano giorno di fine anni Sessanta, al provino, di fronte a Brian e al suo amico, in un posticino a Shepherd’s Bush, distretto del Hammersmith, Londra, lì dove il volenteroso batterista nasconde i suoi bonghi (la batteria era rimasta a Truro). Tutto è pronto per l’audizione. Da una parte i testanti, dall’altra il testato. L’atmosfera è quella di un film minimalista, dove nulla sembra accadere ma tutto accade. Poi, il fotogramma chiave: Roger solleva le palme delle mani, percuote le pelli e fa la sua cosa. Stop. May e il suo amico annuiscono, ammirati. Poi è la volta di Brian e sodale d’esibirsi, alla chitarra acustica. Un duetto striminzito, giusto un assaggio, ma tanto basta a Roger per capire: quei tipi sono fottutamente in gamba. “Okay, sarò della partita”, dice. Caso chiuso.

Così nascono gli Smile, che come avrete intuito annoverano nei ranghi due nerd del calibro di Brian e Roger, il gregario Tom più… beh, la parte strumentale degli Smile (a proposito: che nome fulminante, cool e facile da ricordare è questo! In poche parole, è perfetto per dei tipi che vogliano davvero sfondare nello showbiz!) sembrerebbe proprio al completo. Quel che manca è una voce all’altezza. Ma sì, una voce che si distingua. Una voce che quando la senti dici “wow, che voce”. Una voce che canti fuori dal coro ma con la potenza di un coro. Insomma, una voce così. E di voci così, si sa, ce n’è poche in giro. Pertanto non stupiamoci se, solo dopo mille vicissitudini, e dopo che Tim supplisce più o meno (mal)volentieri a cotanta carenza, la voce da sballo salta fuori… Autunno 1968: il gruppo che ha per logo una grande bocca gigante, con dei labbroni rosso acceso e dei denti d’un bianco accecante, comincia a ingranare. Che tradotto in soldoni significa: compone, e fa concerti. Allo scopo, la band recluta un ex compagno di scuola di Brian e Tim, tal Pete Thomas, che viene persuaso a barattare la sua bellissima Morris Garages sportiva con uno spartano furgoncino Ford Thames 400E color fondo di bottiglia, assai più adatto alle necessità locomotorie della rampante band. Oramai Brian si è laureato (il 24 maggio, per la cronaca), e a dispetto di quella sua passionaccia per l’astrofisica, c’è la musica che gli occupa sempre di più la testa e il cuore. Lui ne è felice. Ma non tutti coloro che gli stanno attorno lo saranno altrettanto: «Ovviamente eravamo fieri di lui – confesserà un giorno la sua mamma, rievocando il periodo fra i Sessanta e Settanta che marchierà a fuoco la vita del suo unico figlio – e sapevamo quanto lui ci tenesse alla musica, ma in cuor nostro speravamo che l’avrebbe lasciata per portare a termine il dottorato».

Invece no. Brian persevera, e alla fine, assieme alla neonata band, raccoglie i suoi primi importanti frutti. Tipo il concerto di debutto degli Smile, quando Brian & Soci si esibiscono, proprio all’Imperial College, assieme ai (loro sì) spazialissimi Pink Floyd (ma la cosa non è certa, a detta di tal Chris Smith, che del gruppo fu tastierista per breve tempo, e che giura che loro esordirono di spalla ai veterani Troggs). Il calendario segnava la data 26 ottobre ’68, e i pivellini, tanto per usare un giro di frase in voga fra la critica musicale più accorta, spaccarono il culo ai passeri. Poi, concerti. E ancora altri concerti. Finché gli Smile riusciranno persino ad esibirsi nella rinomata Royal Albert Hall, assieme agli astri nascenti Free, e poi anche come opening act agli idoli del prog-rock Yes. Morale della favola: appena 12 mesi dopo l’inizio delle rivolte studentesche, nell’anno esatto in cui l’Apollo 11 sbarcherà sulla Luna, per l’esattezza 60 giorni prima di tale epocale evento, ovverosia a maggio del ’69, la major discografica Mercury bussa alla loro porta. Scopo prefissato: metterli alla prova. All’uopo si prenotano i neonati Trident Studios, al 17 di St. Anne’s Court, una pittoresca viuzza nel quartiere di Soho, a nemmeno un paio di chilometri dal(l’epi)centro della Swingin’ London. Bottino della sessione: l’incisione di tre canzoni (due delle quali, intitolate Earth e Step On Me, finiranno sul primo e unico singoletto dei Nostri, uscito nell’agosto del 1969, per il solo mercato a stelle e strisce).

Una cosa comunque è certa: lì negli studi di registrazione, fra consolle, manopole e levette, loro si sentono come a casa. Tipo che si divertono da matti a suonare, a sperimentare, e persino a fare un po’ gli scemi (dopotutto, sono o non sono dei giovanotti nel pieno delle forze fisiche e mentali?). Dunque, tutto è bene quel che finisce bene: contratto firmato; ormai ce l’hanno fatta, gli Smile. Sono sulla retta via. Hanno visto la luce in fondo al tunnel. Un radioso avvenire sembra splendere dinnanzi a loro. Sì, forse, chissà. Comunque, checché se ne pensi, e a dispetto delle apparenze, il vero acme raggiunto della band non fu quello bensì questo… Inizio del 1969: gli Smile si rintanano di nuovo in sala prove. Routine, penserete voi. Le band lo fanno di continuo! Invece stavolta sarà diverso. Perché nulla li ha preparati alla sorpresa che li attende, che è incarnata in un volto al contempo dolce e virile, in un corpo muscoloso ma aggraziato, e in una voce che, beh, levati. Perché lì, quel giorno con gli Smile, c’è Freddie.

Ma come Freddie chi? Freddie l’amico di Tim Staffell, che se ne viene all’appuntamento con questo tizio, che cazzo se ha una voce d-i-v-i-n-a. Ma non fu tanto la sua voce (tant’è vero che Tim continuerà a fare il lead singer) a colpire la fantasia dei tre Smile, quel giorno. Piuttosto fu il campionario a dir poco stratosferico di ipotesi-teorie-desideri-bizzarrie che Freddie esprimeva su argomenti tipo: gli abiti da indossare scena, il modo di suonare e di muoversi sul palco, le scenografie che avrebbero dovuto o no accompagnare ogni performance degna di tale nome. Era lampante: quel tizio c’aveva un certo non-so-che, e poi non tirava mai indietro il culo. Ad esempio, ci dava dentro con le descrizioni: tipo che prima ti mimava un balletto, poi una piroetta, poi un qualcosa d’astratto, che nella sua fantasia avrebbe dovuto o potuto essere la coreografia più cool mai vista sul Pianeta solitario (pardon, sulla Terra). Beh, così era Freddie: che ben presto divenne il factotum della band, che accompagnava dappertutto, su quel loro scalcinato furgone, e che aveva la straordinaria abilità di fare ore e ore di viaggio pressato fra i compagni e poi di scendere dal mezzo, et voilà, fresco come una rosa e con i vestiti, immancabili i pantaloni di raso immacolato, che parevano appena usciti dalla stireria! Ma fermiamoci un po’ qui: perché prima di procedere oltre, e prendere confidenza con questo tizio davvero spaziale, converrà dare una sbirciatina nella sua testa. Giusto per capire che cosa gli frulla lì dentro. Iniziamo quindi da qui, in modalità vivavoce:

Voglio sempre esibirmi davanti al maggior numero di persone. Più grande è la platea, meglio è! Penso che sia così per chiunque voglia avere successo e ha successo, e non ho paura di ammetterlo e di dirlo ad alta voce. Anzi, vi dirò di più: mi piacerebbe che il mondo intero mi adorasse e che tutti mi ammirassero.

Ebbene sì: Freddie-l’amico-degli-Smile è uno che ha le idee dannatamente chiare. Inoltre, non è decisamente timido o insicuro di sé o possibilista sulle propria, radiosissima, sorte. Lui ha una meta, e vuole raggiungerla. A tutti i costi. E lo farà. Oh, se lo farà! Ma non ora, dopo. Allora, bando alle ciance. Giù di nuovo il tasto play, e che riparta il nastro con la voce di Freddie:

Mi vesto per fare colpo ma con un certo gusto, e mi diverto con i miei abiti di scena. Non è solo un concerto quello che il pubblico vede, è una sfilata di moda. Adoro cambiare vestiti; fa tutto parte degli effetti teatrali.

E ancora:

Sono attirato dalle coreografie sfarzose in scena. Mi piace quel modo di concepire uno spettacolo e mi piace l’idea di cabaret. Ad esempio, amo alla follia Liza Minnelli, penso che sia fantastica.

E infine:

Avere talento significa fare in modo che la tua arte arrivi alla gente. Non puoi limitarti a essere un artista meraviglioso e un performer eccezionale, ce n’è un sacco in giro. Devi imparare a farti avanti, devi cercare di esserci al momento giusto e devi imparare a trattare i tuoi affari sin da subito o sarà la fine.

Ehi, Freddie: ma allora è proprio vero; tu non sei un tipo tutta apparenza e niente sostanza, come potrebbe sembrare di primo acchito! No, no: tu sei una mente geniale, stracarica di energie e di progetti e di sogni, che fra non molto verranno realizzati. Ma prima che la tua ascesa nello stardom abbia inizio – dirigendo Brian e Roger ben oltre “il pianeta silenzioso” abitato da noi comuni mortali, e facendo schizzare per sempre la navicella degli Smile oltre l’orbita dei gruppi talentuosi-ma-non-troppo – permettici di continuare a puntarti addosso i riflettori. Perché la tua vita sarà strana, affascinante, memorabile, e molto altro ancora. E noi non vogliamo perderne neanche un dettaglio. Nemmeno il più imbarazzante…

2. Freddie il tricheco

… che poi sarebbe questo: tu hai degli incisivi un tantinello… come dire?… ingombranti. Tant’è che una volta – suppergiù quando avevi 12 anni, e abbandonasti il natio arcipelago di Zanzibar per approdare a Panchgani, settanta chilometri da Bombay, India, in qualità d’allievo del college inglese St. Peter – un tizio di nome Bruce Murray, che per inciso formò gli Hetics (fu lui a farlo, e non tu, come narra la vulgata…), il primo gruppo in cui suonasti (per la cronaca: il pianoforte), mentre gli altri membri della band se ne stavano a guardare (che sempre per la cronaca erano: Derrick Branche, chitarra; Farang Irani, basso e Victory Rana, batteria), ti prese in disparte e ti chiamò… (sì, quasi ci vergogniamo a dirlo)… tricheco. E tutto per via di quei tuoi maledetti dentoni. Ovvio che tu, Farookh Bulsara, nato da genitori iraniani di confessione zoroastriana, papà Bomi e mamma Jer, giovedì 5 settembre 1946, all’ospedale statale di Stone Town, colonia britannica di Zanzibar, a un tiro di schioppo dalla Tanzania, non lasciasti impunito l’affronto. E scazzottata fu. Ora, non è dato sapere chi fra te e il tuo amico (?) Bruce prevalse quel giorno. Qualcosa però sappiamo, e a dircela è questo articolo, comparso sulla rivista La Repubblica, in data 23 agosto 2016, dal titolo Body Shaming:

«Con body shaming si intende la pratica, oggi ampiamente diffusa sul web e sui social network, ma non solo, di giudicare il corpo di qualcuno dalla taglia o da un presunto difetto fisico, causando vergogna nell’interlocutore. L’espressione inglese significa letteralmente “far vergognare” qualcuno, in questo caso per le sue caratteristiche fisiche, criticando o comunque facendo riferimento a questioni come il peso, l’altezza, ma anche la peluria corporea o i tatuaggi, per esempio. Si tratta di una pratica che colpisce sia uomini che donne, di ogni età, anche se gli adolescenti tendono a essere un bersaglio particolarmente vulnerabile dinanzi a queste forme di violenza psicologica, specie in Rete… ma non solo».

Freddie non teme il bullismo, né ora né mai. Nemmeno quando assurgerà allo status di superstar (tranquilli, ci arriveremo presto), e si verrà a sapere (perché lo dirà lui stesso alla stampa, più di preciso alla rivista musicale anglosassone New Musical Express, in una intervista del dicembre 1974) che è “gay come un Narciso”, ebbene, nemmeno in quel frangente ci sarà qualcuno che oserà chiamarlo: “pusillanime” o “vittima di te stesso” o assai più volgarmente “fottinculo”. No, mai.
E il perché sarà lui stesso a spiegarcelo: “Vivo a pieno”, confesserà un giorno Freddie-la-star-mondiale, allorquando la sua musica, come un indimenticabile proiettile tracciante, spargerà una coda luminescente d’indelebile rock’n’roll nella notte del (non più) Pianeta silenzioso chiamato Terra; e poi proseguirà dicendo:

«La mia spinta sessuale è enorme. Vado a letto con uomini, donne, gatti – quello che volete. Andrei a letto con qualsiasi cosa! Il mio letto è così grande che ci si può dormire comodamente in sei» Freddie Mercury

Prima di infilarvi nel letto con Freddie, e di godere una delle sue pazze notti di piacere sfrenato, è bene che sappiate una cosa: lui, omosessuale dall’appetito onnivoro, è uno che non ama i coinvolgimenti emotivi, invece adora la cosiddetta promiscuità sessuale. Che tradotto significa: sì, lui copulerà come se non ci fosse un domani con voi, ma poi lo farà anche con tizio, caio e sempronio. “Non sono altro che una vecchia baldracca”, dirà molto giustamente Freddie a questo proposito, adoperando quel frasario sboccato che nel mondo gayo è spesso sinonimo di sì-io-sono-orgoglioso-di-quello-che-sono-così-come-sono, “che si alza tutte le mattine, si gratta la testa, e si chiede: con chi ho voglia di scopare oggi?”. Okay, concetto afferrato: Freddie-bei-dentoni è decisamente una persona parecchio incline alle tentazioni della carne, ma col tempo imparerà (o almeno, ci proverà…) ad essere un tantinello più esigente e ad operare un minimo di selezione fra i tanti possibili partner. Tutto ciò senza mai sacrificare la sua dionisiaca filosofia di vita, che vuole sì la moglie ubriaca ma anche la botte piena. O se preferite, la sicurezza ma anche la libertà. Perché lui non è un tipo da “o, o” bensì da “e, e”. That’s all, folks.

E dopo aver gettato uno sguardo su ciò che Freddie sarà, ritorniamo a bomba su ciò che egli è. Qui, ora, nel presente: cioè nel 1970, che vedrà la fine degli Smile e l’inizio dell’ascesa di Freddie-la-superstar. Prima, però, lasciamoci andare a un’altra fuitina nel passato… Flashback. 19 dicembre 1963. Zanzibar ottiene l’indipendenza dal Regno Unito e diventa così una monarchia costituzionale governata da un sultano e da un’élite politica araba. Tempo poco più di un mese, e laggiù esplode il caos: tipo che il sultano Jamshid bin Abdullah viene spazzato via dai “moti popolari”, innescati dagli africani, che nel paese sono la maggioranza. Risultato: molti inglesi e indiani e altra gente ancora, sebbene non minacciati in modo diretto, decidono di abbandonare le proprie abitazioni. Fra queste famiglie c’è quella del 17enne Farookh Bulsara, che fa armi e bagagli e vola dritta in Inghilterra (diciamo dalle parti di Feltham, nel Middlesex). Lì, papà Bulsara ricomincia da zero: si impiega come contabile presso una società di ristorazione aziendale, acquista una villetta a schiera linda e pinta della zona, e dulcis in fundo… dà una chance al pubescente Freddie, che prima si iscrive alla vicina Isleworth Polytechnic School, West London, poi studia grafica all’Ealing Art College, diplomandosi nel 1969, con gran soddisfazione di tutti quanti a casa. Il resto del film che porterà Freddie a incrociare le sorti degli Smile si sviluppa in una serie di fotogrammi, che noi visualizzeremo seduta stante grazie al potere della parola e dell’immaginazione.

Silenzio in sala, ché la pellicola comincia a scorrere: a) C’è Freddie che, per guadagnare una manciata di sterline, si dedica a sbarcare il lunario con qualche lavoretto (tipo sfaccendare in un magazzino alimentare o svolgere le più svariate mansioni all’aeroporto di Heathrow); b) C’è Freddie che fa il fan numero uno di Jimi Hendrix (che il 23 settembre del 1966 prese in prestito 40 dollari e si imbarcò su un aereo per Londra; allora era solo un altro musicista fra i tanti che cercavano di farsi un nome e di certo non aveva idea del successo interplanetario che lo attendeva dietro l’angolo…), ne imita meticolosamente le pose e lo omaggia con numeri di air guitaring da medaglia d’oro; c) C’è Freddie che nell’estate del ’69 avvicina un gruppo di sbarbatelli chiamato Ibex (che nell’ottobre di quello stesso anno cambieranno nome in Wreckage, per poi sciogliersi nell’indifferenza più totale nemmeno un mese dopo) e offre loro i suoi servigi.

«Si capiva subito che per gli Ibex non c’era futuro, però si trattava di un gruppo di talento e Freddie se ne accorse. All’epoca era un ragazzo squattrinato e un po’ sopra le righe, ma ce la mise tutta con gli Ibex. Ad esempio, qualche volta aiutava Mike Bersin con le parti vocali. In effetti, fu proprio durante la loro esibizione del 9 settembre del 1969, al The Sink di Liverpool, che Freddie incontrerà per la prima volta i suoi futuri compagni d’arte Roger Taylor e Brian May»
Ken Testi, in arte apprendista manager, nonché roadie e uomo di fatica…

d) Ora veniamo al tesoro nascosto di Freddie, la sua ugola d’oro, che all’epoca dei fatti è sì una pepita di notevole caratura ma non ancora sgrezzata. Sentite un po’ cosa sta per raccontarci, a questo proposito, l’ex Ibex Mick “Miffer” Smith: “Facemmo un provino a Freddie, per vedere se poteva sostituire Mike al canto. Fu all’Imperial College. Eravamo tutti dei musicisti provetti, con gli strumenti ci sapevamo fare, ma nessuno di noi cantava granché bene. Freddie aveva sì una gran ugola, con un’estensione incredibile, però non sapeva come usarla. Il suo arrivo ci rese un po’ più grezzi ma ci regalò anche infinite potenzialità”. Piccola nota a margine: gli scienziati, per quanto poi ci abbiano provato, con tutte le loro forze, non sono mai riusciti a dimostrare che Freddie avesse un’estensione vocale effettiva di quattro ottave, così come lui asseriva, di contro hanno evidenziato che benché il cantante sia stato spesso classificato come tenore probabilmente era un baritono.

e) Fu proprio durante quell’estate che Freddie propose all’amico Roger Taylor di rilevare assieme a lui una bancarella a Kensington Market, celeberrimo quartiere bohémien londinese. Roger, che di certo non navigava nell’oro con gli Smile, accettò di buon grado l’offerta. Su quella bancarella, che si trovava in una viuzza che i mercanti locali chiamavo Death Row, Freddie tentò di smerciare alcune delle sue opere grafiche. La cosa però non funzionò, e la strana coppia ben presto incominciò a vendere abiti vittoriani, splendide sciarpe, manti di pelliccia, giacche di varia foggia e tipo e persino delle stole. Pizzi e merletti, a richiesta. Capi su misura, idem; f) Forse voi non lo sapete, ma fu quello il periodo in cui i membri degli Ibex e i membri degli Smile incominciarono a convivere sotto lo stesso tetto. Accadde in un appartamento a Ferry Road, Barnes, South West London, nell’estate dell’allunaggio, allorquando Roger, Brian e Freddie si trasferirono armi e bagagli nell’alloggio affittato da quasi tutti gli Ibex.

Piccola annotazione di colore: ogni volta che alla fine del mese la padrona di casa veniva a riscuotere l’affitto, siccome il contratto prevedeva al massimo tre inquilini, finiva sempre che tutti gli altri abitanti abusivi della casa correvano a gambe levate a nascondersi nel suo unico cesso, con effetti, a seconda delle circostanze, comici, tragicomici, o decisamente tragici. Fine della pellicola. Torniamo alle nostre considerazioni. Tipo questa: detto fra di noi, grazie a dio esistono ancora degli appartamenti come quello, ossia dei posti dove allegria fa rima con anarchia, e marijuana va a braccetto con famo-la-cosa-strana, con buona pace dei vicini che nelle ore notturne vorrebbero dormire e non far festa. Punto. Sia come sia, anche gli Ibex, proprio come i loro “gemelli” Smile, stanno andando i mille pezzi. E il perché è presto detto: concerti sempre più scalcinati, guadagni sempre più micragnosi, un trasferimento da Londra a Liverpool che non migliorerà la situazione, e alla fine… uno di loro, Mick per la cronaca, getterà la spugna (e tornerà a fare il suo vecchio lavoro, il lattaio, ma non prima di aver sudato le proverbiali sette camice come operaio edile sull’autostrada in costruzione M65).

Così, volente o nolente, Freddie è (di nuovo) senza band. Per un po’ rimane nel limbo. Non sa cosa fare. Poi, adocchia un paio di annunci. Il più interessante del lotto è quello pubblicato sul magazine musicale Melody Maker, che recita così: “Cercasi cantante”. Et voilà, il gioco è fatto: in men che non si dica si (ri)trova su un palco con i fantomatici Sour Milk Sea, a rodare le mossette che mandano in visibilio il pubblico femminile, vestito di abiti strani, con tanto di capelli lunghi e favoriti al posto delle più prosaiche basette. Durerà suppergiù un mese, la faccenda: dal febbraio al marzo 1970. Poi arriverà un nuovo cantante. Ma Freddie non è di certo il tipo che se sta con le mani in mano, infatti ben presto torna alla carica: «Il suo desiderio di emergere come uomo da palcoscenico – dirà interpellato qualche lustro più tardi Mike Bersin – gli impediva di rimanere inattivo per troppo tempo e alla fine formò un gruppo tutto suo, i Wreckage, con Mike Bersin e Tupp Taylor degli Ibex e Richard Thompson alla batteria». È la fine di un’epoca, l’epoca d’oro della famosa Swinging London. Ma ovviamente non sarà la fine di tutto. Perché la città che sino a poco tempo prima era stata il centro del mondo, lo sarà ancora, forse in modo diverso, certamente meno eccitante, ma sempre e comunque con un ruolo da prima donna. Insomma, la Regina (ma voi chiamatela pure Queen) delle capitali europee sta cambiare di nuovo volto. E qui scatta il momento nostalgia, che a sua volta fa scattare la lacrimuccia, e con essa l’imperdibile scatto (qui alla lettera) di polaroid che catturerà il fremito della Londra tutta minigonne, Mini Minor, Carnaby Street, pop art, riviste underground, localini più o meno à la page, concertoni alternativi, Beatles e Stones:

London Life, numero dell’8 gennaio 1966. Compare un trafiletto – scrive a pagina 13 del suo saggio intitolato Swinging City la giornalista Valentina Agostinis – vi s’annuncia l’arrivo in città del famoso regista italiano Michelangelo Antonioni, che girerà il suo nuovo film, Blow Up, con una troupe interamente british, a cui si aggiungerà qualche collaboratore dall’Italia. La sua è una decisione presa da tempo, maturata nei mesi vissuti in città nel corso del ’65, quando Londra gli si offre come ideale sfondo alla storia che ha in mente. Una città che freme di un’energia nuova, attraversata da una corrente che accende risorse creative sconosciute e si propaga ovunque, nei teatri, nelle gallerie e nelle scuole d’arte, nei media che sfidano tabù e convenzioni; una città dove i giovani impongono le loro passioni musicali, i vestiti colorati, le gonne sempre più corte, una sessualità giocosa e sdrammatizzata. Il milieu è ricco di impulsi dai quali Antonioni può trarre linfa per arricchire l’esile trama che ha tra le mani, ispirata a un racconto dello scrittore argentino Julio Cortázar, Le bave del diavolo.

Estate 1970. Le bave del diavolo di antonionesca memoria si sono disseccate alla luce della storia. Swinging London R.I.P. Ora c’è altro che bussa alla porta. Perché questi sono gli (a loro modo) mitici) early Seventies, e la nuova musica che aleggia nell’aria si chiama Glam Rock. Chiudete gli occhi e immaginatela: è un concentrato di riff sensuali ma duri, di urletti ammiccanti ma non troppo, di capigliature di scena ma più spesso oscene, di costumini attillati e sbrilluccicosi coi pantaloni a zampa; ma sopra ogni cosa è la musica di profeti tipo Marc Bolan e i suoi T.Rex e David Bowie, che la getteranno in pasto all’heavy rotation delle radio, nazionali ed internazionali, grazie ad album epocali tipo Electric Warrior, del 1971, e soprattutto il siderale The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, del 1972.

E qui ci fermiamo. Anzi, no: perché stiamo per riprendere la storia di Freddie e compagnia suonante dall’esatto punto in cui l’avevamo lasciata… Prima, però, una considerazione: ormai è chiaro a tutti che Freddie, Brian e Roger devono unire i loro talenti. E c’è un’altra cosa altrettanto chiara: i tre, a questo punto del loro cammino, artistico ma non solo, hanno maturato l’esperienza necessaria e le abilità tecniche atte ad affrontare i perigliosi marosi del music biz. Freddie, poi… è una vera miniera di idee e trovate. Ergo: occorre dar vita a un nuovo gruppo. Sì, ma un gruppo come? Risposta secca: uno che suoni col cervello ma anche con i muscoli, e che non tralasci l’aspetto teatrale della faccenda. Okay, ma un gruppo così come potrebbe chiamarsi? Tentativi di risposta: Brian e Roger propendono per The Grand Dance, che è un’espressione presa a prestito dal loro romanzo preferito, lo spazialissimo Lontano dal pianeta silenzioso; Roger simpatizza altresì per Rich Kids, che non fa schifo però non fa breccia; poi tocca a Freddie dire la sua. E qui s’accende la lampadina: ebbene sì, il nuovo gruppo di Brian+Roger+Freddie si chiamerà… (rullo di tamburi, squillo di trombe)… Queen.

«Questo nome venne pensato da Bulsara, che cominciò inoltre a farsi chiamare Mercury, come il messagero degli dei. Subito dopo l’esordio dal vivo [che per la cronaca avvenne il 27 giugno del 1970, alla Truro City Hall, Cornovaglia, quando si chiamvano ancora Smile e c’era Mike Grose al basso] Freddie propose al gruppo di suonare vestiti da donne, infine richiese i servizi di una sarta, Wendy, che aveva già preparato alcuni abiti per il negozietto di Kensington, e le spiegò che ciò di cui aveva bisogno era un pezzo unico di colore nero con una grande scollatura anteriore e “ali” ai polsi e sui fianchi, che Freddie battezzerà da narciso qual è Mercury Dress»
dalla biografia ufficiale della band firmata da Jacky Gunn e Jim Jenskin

Bizzarie a parte, il punto forte di quel concerto fu Stone Cold Crazy, un pezzo dei fu Wreckage che nella sua versione definitiva (ma ne parleremo poi…) sciorina un riff incandescente di chitarra proto-thrash metal destinato ad ispirare un sacco di metalheads a venire. Questo è quanto. Sia come sia, i neonati Queen non ebbero la vita più facile dei gruppi che li precedettero; furono tempi duri, quelli: occorreva sbattersi da una città all’altra e da un concerto all’altro (a proposito: per un intero tour, nel 1971, la band si esibì con la ragione sociale Roger Taylor And Queen, e addirittura a Truro il live venne reclamizzato con una locandina tipo: “Il leggendario batterista della Cornovaglia”, scritto bello grande, e poi un po’ più basso “e i suoi Queen”, scritto a caratteri minuscoli), occorreva provare a lungo con ostinazione e concentrazione quasi sovraumane (non a caso, allo scopo di famigliarizzare meglio gli uni con gli altri, all’inizio di quel fatidico anno del nuovo decennio, i Queen inanellarono cinque mesi filati di rehearsals), occorreva far fronte alle difficoltà di routine e a quelle assai più serie (tipo Barry Mitchell, il bassista, che dopo appena due concerti – il primo l’8 gennaio 1971, al Marquee di Wardour Street, il secondo il giorno successivo, all’Ewell Technical College, nel Surrey, di spalla ai progesters Genesis e al folletto Kevin Ayers – decide di dar forfait e lascia vacante il posto (di lì a poco temporaneamente occupato da un nuovo gregario, Doug Bogie), occorreva fare tutto questo e persino di più.

Insomma, detto fuori dai denti: c’era da farsi il culo! È il destino comune di tutte le band esordienti, sebbene di talento, nessuna esclusa. E può andare avanti in eterno. Oppure… può capitare l’evento che ti dà la svolta, altrimenti noto ai più con l’aulico giro di frase “la stramaledetta botta di culo”: “Più o meno a settembre di quell’anno”, dirà un bel giorno Freddie, durante una delle sue momentanee gitarelle sul viale dei ricordi, «Brian incontrò un vecchio amico, tal Terry Yeadon, impegnato in prossimità di Wembley nei lavori di costruzione di un nuovo studio di registrazione». Facciamola breve, le cose andranno suppergiù così: il tizio ha bisogno di dei tizi che sappiano come si tiene uno strumento in mano e che si impegno a testare le apparecchiature di recente installate lì ai De Lane Lea Studios, sulla Dean Street, Soho, Londra. Unico requisito richiesto (e manco a dirlo soddisfatto dai Nostri): che la band suoni forte, anzi… fortissimo! Compenso pattuito: la band potrà suonare e registrare lì dentro a volontà e senza pagare nemmeno un penny.

A occhio e croce, l’affare sembra vantaggioso. Lo è. I Queen accettano, e poi sotto con le danze: «Il produttore e tecnico del suono adibito a testare le macchine era un tipo di nome Louis Austin – ci ragguaglia la solita coppia Gunn/Jenkins, a pagina 63 della biografia ufficale del gruppo – e dato che Roger e Brian avevano già avuto esperienze in studio di registrazione, la collaborazione si dimostrò sin da subito fruttuosa». Fruttuosa è un eufemismo: perché ci regalerà l’incisione, magari un po’ grezzotta, ma di sicura efficacia, di ben quattro brani originali dei Queen – i cui titoli sono nell’ordine: Liar, Keep Yourself Alive, The Night Comes Down e Jesus – di cui almeno uno, ovvero il primo della lista, è una vecchia song degli Ibex originariamente intitolata Lover.

Dice Brian: «L’avevo ascoltata per la prima volta nel corso di una delle prove dei Wreckage e mi era piaciuto in particolare un riff. Il resto lo rifacemmo ex novo sfruttando alcuni dei miei riff e le parole di Freddie». La storia di questa canzone potrebbe anche finire qui. Invece si porta appresso un corollario assai intrigante, e a svelarcelo sarà il solito May: «Liar fu uno dei primi pezzi a cui lavorammo assieme e a un certo punto dovemmo decidere se in casi simili c’andava la firma di tutti e quattro oppure no». Alla fine fu il solerte Freddie a spaccare in due il pomo della discordia, mettendo la parola fine ad una (potenziale) diatriba: «Per quanto mi riguarda – proclamò guardando in faccia gli altri membri della band, con un tono che non ammetteva repliche – chi ha scritto le parole è l’effettivo autore della canzone». E così sia, Freddie: perché fra non molto Norman Sheffield, che per la cronca è il boss dei già menzionati Trident Studios, esprimerà un giudizio lusinghiero su quei vostri primi sforzi («Trovai quel primo nastro interessante, ma non me la sentivo di impegnarmi con loro sin da subito»), dopodiché scatterà la caccia al contratto discografico major, che manco a dirlo allineerà il classico filotto di rifiuti.

«Nell’estate del 1972 portai il demo dei Queen alla EMI nella speranza di far ottenere loro un contratto discografico. La Decca, dal canto suo, li aveva già rifiutati; ma in quel periodo la EMI stava organizzando un settore rock. Fino ad allora aveva fatto incidere tutti i suoi artisti per la His Master’s Voice, ma ora voleva operare una distinzione fra le formazioni più melodiche e i giovani talenti. Io proposi un pacchetto di tre nomi. La loro risposta fu un interessamento solo per i Queen» Norman Sheffield

Così non se ne fece nulla. Fine dei giochi, dunque? Che i Queen siano destinati al medesimo, negletto, destino che fu di Smile e Wreckage? La risposta è ovviamente “manco per sogno”: poiché Norman-il-lungimirante non vuole mollare l’osso, o meglio il cavallo vincente, e si accinge a fare la sua scommessa sui Queen, che a stretto giro di boa rientrano nei Trident Studios con un ordine ben preciso: mettere mano (pardon, strumenti) al loro primo, glamourosissimo, long playing…

3. Kitsch’n’Roll

… che ha un ingrediente segreto, che poi sarebbe questo: il Kitsch. Lente di ingrandimento sulla strana parolina: il sostantivo tedesco – che nella lingua dei crucchi, in accezione dialettale, significherebbe qualcosa tipo “scarto”, poiché deriverebbe da kitschen, “intrugliare” – è il termine correntemente usato per indicare (s)oggetti, d’uso comune o d’arte poco importa, che tendono smielatamente e placidamente al sentimentale, allo svenevole al patetico. In altre parole, al kitsch. E i Queen, kitsch, a loro modo lo sono sempre stati, e lo saranno per sempre. Ma prima di affondare il coltello critico nella piaga artistica dei nostri eroi, sarà bene prendere un po’ di confidenza con questo sfuggente concetto, tanto incriminato e tanto bistrattato dalla società moderna. E qui la palla passa allo scrittore, poeta, saggista e drammaturgo ceco naturalizzato francese Milan Kundera.

“Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore. I sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria. Un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse: questo ideale estetico si chiama Kitsch […], con esso si elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile” Milan Kundera

(Ri)formuliamo l’obbiezione: ma davvero la musica dei Queen è imparentata con quello che è o sembra il virus infettante sì larga fetta dell’arte (di massa) contemporanea? La risposta è: sì, ovviamente. Ma anche: no, non del tutto. Ed il perché è presto detto: Freddie, e di riflesso gli altri Queen, fonderanno la propria ragion d’essere, ontologica, e financo commerciale, sulla cosidetta estetica dell’eccesso (ossia sulla ridondanza barocca, che voi potete immaginare come il ricciolo di troppo nella parrucca di Luigi XVI, o la curva in sovrappiù in una scultura à la Gaudì, o come il pastorello dallo sguardo sospettamente languido nel portacenere di cattivo gusto di vostra nonna, o più semplicemente come il dettaglio decorativo ridondante in/di quel-cavolo-che-vi-pare), filtrandone però i sedimenti radioattivi attraverso il setaccio di una ispirazione sovrumana.

A testimoniare l’anima kitsch, e dunque glam, immoderata, sovrabbondante e barocca, eppure illuminata di Mercury & Co, non ci sono solo i loro esplosivi quanto iperteatrali live. Nossignore. Ci sono anche i dischi. Tipo il loro 33 giri d’esordio. Titolo dell’lp: Queen (sic et simpliciter; piccolo promemoria sulla regal paroletta: «Secondo me ha un che di sontuoso e suona splendida – dirà Freddie nel giustificarne la scelta è una sigla forte, universale, immediata, evocativa e aperta a ogni sorta di interpretazione e perdipiù allude a un sacco di cose: tipo il teatro, e la sua pomposità»). Canzoni in scaletta: 10. Produttori in carica: non uno ma tre, ovvero John Anthony (cioè l’uomo che ha messo le mani su alcuni dei più formidabli dischi dei progressivi Genesis – tipo Trespass, 1970, e Nursersy Crime, 1971 – nonché su quelli dei Van der Graaf Generator del bienno ’60/’70, oltreché sulle prime prove soliste del loro leader Peter Hammill), Roy Thomas Baker (che ha esordito in questo ruolo lì alla Decca, alla tenera età di 14 anni: un tipo di grande talento), più gli stessi Queen.

Studio di registrazione: i Trident Studios, con le loro 24 piste, utilissime nel momento in cui Baker chiederà alla band di ri-registrare in modo professionale i pezzi del demo, di per sé grezzotti e non adatti ala pubblicazione. Modalità d’uso del medesimo: nelle sole ore concesse al gruppo, vale a dire le cosiddette “ore morte” (ad esempio a tarda notte, o durante i fine settimana; il resto del tempo la band lo “ingannerà” comunque componendo o arrangiando il proprio materiale), perché all’epoca, lo studio principale, nelle diuturne ore mattutine e pomeridiane, è ovviamente ad esclusivo appannaggio dei cosiddetti big (vedi alla voce: Rolling Stones, Beach Boys, Elton John e David Bowie). Durata delle sessioni di registrazione: assai dilatata, diciamo pure dal dicembre ’71 a tutto novembre ’72. Data di uscita dell’lp: 13 luglio 1973. Retroscena gradito ma imprevisto: in uno studio dell’edificio in cui lavora la band, c’è l’ingegnere capo dei Trident, tal Robin Geoffrey Cable, che sta smanettando su un vecchio pezzo cantato dai Beach Boys (e non solo da loro; fu infatti scritto da Jeff Barry, Ellie Greenwich e Phil Spector e suonato all’inizio dalle Ronettes, nel 1966) dal titolo I Can Hear Music. Robin adora la voce di Freddie, e in men che non si dica lo convince a incidere il brano, che vedrà anche i contruibuti di Brian e Roger e verrà pubblicato nel 1973, a 45 giri, sotto lo pseudonimo di Larry Lurex. Conclusi gli aneddoti e i ragguagli tecnici, sfiliamo il 33 giri dal suo cartonato (che sul retro c’ha stampata la seguente frase: “Niente sintetizzatori”) e facciamo andare il giradischi. Poi, prepariamoci ad ascoltare le sue top five song:

Top song n° 1, Keep Yourself Alive, primo singolo estratto = qui Brian sbobina parrucche di riff sopra-le-righe da paura, cesellando con precisione chirurgica i suoi assoli, che sin da subito c’hanno un appeal al 100% classico.

Top song n° 2, Doing All Right: composta dalla coppia May/Staffell, quando ancora entrambi militavano negli Smile, è una specie di ibrido fra jazz atmosferico e hard rock arrembante, introdotto da un recital al chiaro di luna di Freddie.

Top song n° 3, Great King Rat: è un bolero ipercinetico dal passo roccioso, al solito barocco, pomposissimo (l’effetto è creato ad arte col preciso scopo di far scuotere il culo e commuovere, non a caso rimarrà per anni una delle cose più amate dalla fanbase dei Nostri), impreziosito nei punti strategici da grandi inserti vocali della band.

Top song n° 4, My Fairy King: pur narrando una storia che vira al fantasy (frutto dell’inesausta fantasia di Mercury, che qui ci regala un primo assaggio delle sue abilità al piano, e anche un’indizio in forma di liriche sul suo peculiare nom de plume: “Mother Mercury, look what they’ve done to me”), possiede la carica dell’heavy metal di quasi un decennio dopo, senza però perdere un’oncia della sua trasognata e kitschevole eleganza.

Top song n° 5, Liar, secondo singolo estratto, per il solo mercato U.S.A = è un pezzo di puro hard cabaret à la Mercury (e anche uno dei pochi in repertorio con dentro l’organo Hammond), che qui ci dà sotto in teatralità, come d’altronde il resto della band, che profunde a pieni mani quei coretti-ad-ugola-spiegata che diventeranno ben presto uno dei marchi di fabbrica della Regina del Rock.

Gennaio 1973: l’album eponimo dei Queen è bello che finito. Manca un solo un dettaglio: la casa discografica, che prova di qua e prova di là, sbucherà fuori alla chetichella a fine anno (e che per la cronaca sarà la EMI, in UK, con licenza alla Elektra, in USA). Aperta parentesi: i queenologi più sgamati avranno senza dubbio notato che la top 5 songs qui proposta concide col lato A del disco Queen; ora, non è che il lato B sia una cessata – anzi, contiene gà dei piccoli classici come lo stoner rock Son And Daughter (side b del 7” Keep Yourself Alive), la cavalcata a rotta di collo proto-thrash in odor di Led Zeppelin di Modern Times Rock ‘N’ Roll, il quadretto accorato in stile musical rock’n’roll di Jesus e sopratutto l’anticipazione della gloria futura incarnata dalla strumentale Seven Seas Of Rhye – però il succo dello stile degli early Queen è già tutto distillato nei primi 25 minuti (o poco più) di musica stipata in quella prima metà di scaletta. Ovviamente, la bellezza di quelle note non piovve all’improvviso dal cielo; e in effetti, fu tutt’altro che un gioco da ragazzi conciliare in fase di scrittura/esecuzione le varie anime del gruppo, già allora oscillanti fra tentazioni hard e svenevolezze frou frou. Anzi, fu decisamente difficile: al punto che la divergenza di opinioni fra i vari membri della band avrebbe potuto trasformarsi (scusateci l’immagine assai poco poetica) in una specie di enorme elefante invisibile che scorazza in una vetreria. Invece no, tutto filerà liscio. Apurato ciò, gettiamo pure l’occhio sulla rassegna stampa. Giusto per scoprire che tipo di accoglienza verrà riservata al primo vagito dei Queen.

Iniziamo da qui: «Se questi quattro giovanotti – reciterà il New Musical Express – manterranno anche solo la metà di quel che promettono, potranno fare grandi cose». Poi sotto col Daily Mirror: «Ecco un nuovo gruppo rock – proclamerà la prestigiosa testata inglese – che vi farà saltare in aria con la sua musica diabolica, corroborante e stuzzicacervello». Quindi è il turno del Melody Maker; e qui incominciano le dolenti note (“Poca originalità”), che la rivista musicale Sounds trasformerà in una totale débacle (“Un lp che non decolla mai”). Ma non tutto sarà perduto: perché a risollevare le sorti critiche dei Queen ci penserà nientepopodimeno che Mr. John Peel, ovverosia il dj più visionario e lungimirante lì nello United Kingdom, che nella sua rubrica Sounds commenterà il singolo d’esordio col seguente giudizio: “Ottimo sintetizzatore, buoni momenti di chitarra”. A proposito di promozione: l’ellepì Queen non ne ebbe poi molta (comunque vendette: egregiamente, in UK, e schifosamente, in USA…), però finì per attirare l’attenzione di un sacco di bella gente del giro (tipo Mike Appleton, il produttore del programma televisivo rock della BBC, The Old Grey Whistle, che in data 24 luglio 1973 vorrà la band lì in studio a suonare Keep Youself Alive).

Okay, ammettiamolo: forse l’accoglienza generalmente riservata al primogenito di Freddie & Soci (che è pieno di cose ottime ma anche di altre un cicinin… ingenue) non sarà sempre benevola e accomodante. Vero è che i Queen fanno i Queen, al 100%, sin da subito, e le cose o si fanno a loro modo, e col loro inimitabile stile, o non si fanno affatto: «Credevamo molto in noi stessi quando abbiamo cominciato – specificherà Freddie nello zibaldone autobiografico intitolato Parole e pensieri – ma io pensavo che in capo a cinque anni tutto sarebbe finito e io avrei fatto qualcos’altro. Poi le cose hanno continuato a crescere, e dato che tutti noi eravamo stati in altre band prima dei Queen, avevamo grande esperienza su cosa non fare. Qualcuno ci disse: «Faremo di voi i prossimi T-Rex! Ma noi fummo molto, molto attenti a non cascarci». Sia come sia, dal questo momento in poi, i Queen saranno ufficialmente considerati una hot band di belle speranze in vertginosa ascesa: «Quell’ottobre – spiegherà rievocando quei giorni il lungocrinito Brian May – i Mott The Hoople avevano in programma un lungo tour britannico. Così Jack Nelson, il nostro manager, cercò di convincere il loro manager, Bob Hirshmann, che i Queen sarebbero stati la perfetta band apripista”. La volete sapere una cosa? Alla fine i Queen ce la faranno: e suonarono assieme alla band capitanata dal carismatico Ian Hunter, cavandosela per giunta alla grandissima. Un po’ come quando Freddie-il-grafico si cimenterà con questa regal impresa:

Freddie Mercury – ci spiega il sito Brand-identikit – voleva per il proprio gruppo un simbolo che evocasse i valori del Regno Unito; tipo l’eleganza, il patriottismo e la regalità; per questo motivo, il logo dei Queen si basa sullo stemma reale degli U.K. Ma c’è di più: infatti le figure in esso incluse rappresentano i segni zodiacali dei quattro componenti della band; i due leoni sono Taylor e Deacon; il granchio/cancro è May; le due fate bianche Freddie Mercury, la vergine. Al centro del disegno c’è la Q di Queen, che racchiude la corona reale di Her Majesty The Queen, sormontata da un anello in fiamme, ulteriore richiamo alla Corona. Ora passiamo ai colori del simbolo: il giallo e l’arancione sono quelli predominanti (“Trasmettono energia e potenza”, dirà a tal proposito Freddie), mentre una sfumatura di porpora – la tonalità regale per antonomasia – compone la fascia che forma la Q di Queen. Infine: su tutto capeggia una grande fenice, ritratta ad ali spiegate; l’animale mitologico, noto per la sua capacità di rinascere dalle proprie stesse ceneri, è da sempre il simbolo della speranza ma soprattutto dell’immortalità.

Lettura finita. Ora facciamo un gioco. Si chiama: indovina chi è “l’intruso” (che poi tale non è). Perché, a ben leggere l’articolo, c’è un (cog)nome (all’apparenza) di troppo: è quello di tal Deacon. Focus sul tizio che ha catturato la nostra attenzione: il suo nome completo, all’anagrafe, è John Richard, il cognome invece lo avete testé letto. Proseguamo con l’identikit: è nato a Leicester, il 19 agosto 1951, una domenica, da mamma Lillian Molly e papà Arthur Henry. Ancora: a soli sette anni riceve in dono la sua prima chitarra, una Tommy Steele in platica rosa. Infine: a scuola è uno studente svogliato, e il suo carattere timido lo porta un po’ a isolarsi. Poco male, comunque: ciò non gli impedirà di fondare, a 14 anni appena, la sua prima band, gli Opposition, che esordiranno nel lontano ’65, in pieno fermento mod, e che al loro primo ingaggio di un certo peso (che la leggenda vuole si tenesse a Enderby, di spalla a un gruppo locale), guadagneranno la stratosferica cifra di 2 sterline. Poi gli Opposition diventeranno i New Opposition, parteciperanno a qualche concorso dedicato ai gruppi emergenti (vedi alla voce: Midland Beat Championship), guadagnano altre 5 sterline, e poi… Altro giro, altra corsa: adios New Opposition, welcome Art. È il 1968, e anche questa creatura artistica ha vita breve, poi il tempo passa e nulla sembra accadere. Finché una sera… «Era l’inizio del 1970 – ricorderà a tempo debito lo stesso Deacon, che ormai ha definitivamente abbandonato la chitarra ritmica ed è passato al basso elettrico – mi trovavo nella discoteca del Maria Assumpta Teacher Training College assieme ad un amico, Pete Stoddart, e alla sua amica, Christine Farnell. Fu quest’ultima che mi presentò a tre sue conoscenze: Roger Taylor, Brian May e John Harris. Roger e Brian erano membri dei Queen, che io avevo già visto in azione, ed essendo alla ricerca di un bassista mi proposero un provino (ricordo che feci tre pezzi del loro repertorio, inclusa Son & Daughter), che si svolse nella sala conferenze dell’Imperial College e si concluse con una lunga blues session».

Risultato del test: un sì incondizionato, o se preferite un 30 e lode all’università delle aspiranti rockstar, che il batterista dei Queen ricorda ancora oggi col batticuore: «Tutti lo trovammo eccezionale. E comunque, noi della band ci conoscevamo sin troppo bene l’un l’altro, e sapevamo di essere dei tipi un po’ sopra le righe. Lui invece era uno tranquillo, e noi pensammo che si sarebbe inserito nel gruppo senza creare troppi problemi. In più, oltre che un eccellente bassista, era anche un mago dell’elettronica». Fu così che John entrò nei Queen: tant’è che già a fine febbraio ’70, John-il-timido è arruolato a tutti gli effetti, e sin da subito apporterà il suo silenzioso quanto fondamentale contributo alla defizione del classico Queen sound. Questo è quanto. Giochetto finito.

Torniamo alla nostra storia. Avanti veloci col nastro: ora è l’anno 1974, più di preciso il 21 febbraio, e i Queen stanno per esibirsi lì al famoso show musicale della BBC, Top Of The Pops. Pezzo in programma: (il singolo ancora inedito, ma non per molto: verrà infatti pubblicato due giorni dopo) Seven Seas Of Rhye… Attenti a un dettaglio: questa versione differisce dalla canzone già apparsa sull’album di debutto per via della durata (1 minuto e 15 secondi, quella, qualcosa in più, questa), perché è cantata anziché strumentale (all’altezza del finale, suppergiù quando attacca il coretto che fa “I do like to be beside the seaside”, compare un inserto di stylophone – nient’altro che una tastiera metallica collegata attraverso un resistore ad un piccolo oscillatore interno a bassa tensione – suonato dal fido Roy Thomas Baker, che è l’unica eccezione dell’lp alla famosa dicitura “no synths”), ma soprattutto perché è uno dei pezzi più fighi – nonché oscuri ed affascinanti – nel repertorio dei primi Queen:

«Voglio che sia la gente a trovare il significato dei miei testi – insisterà poi Freddie, in sede di intervista, quell’anno, coi tipi del New Musical Express – e comunque sia.. è solo una ‘little fairy story’». A dispetto di tutto, il pezzo farà centro: 10° posto nella Uk Singles Chart, e un sacco di airplay su BBC Radio 1. Al primo strike, ne seguirà un secondo: trainato dal singolo esce infatti l’atteso Queen II, che in copertina c’ha un bello scatto della band fatto da Mick Rock, ed è il seguito a 33 giri del promettente esordio dei Nostri. Prima di metterlo sul piatto e godercelo, becchiamoci però un’anteprima di quel che accadrà a pubblicazione avvenuta: «La prima volta che andammo in America – racconta Freddie voglio-disperatamente-diventare-una-rockstar Mercury dalle pagine della miscellanea Parole e pensieri – fu di spalla ai Mott The Hoople; si trattò di un tour “per rompere il ghiaccio”. A quel giro assaggiammo gli States e cercammo di capire di cosa ci sarebbe stato bisogno la volta successiva. Noi credevamo che contasse la musica e non i trucchi, ed eravamo al 100% convinti che la nostra fosse davvero diversa, più originale, più versatile. Ma la nostra casa discografica laggiù, purtroppo, non la pensava allo stesso modo, e non ci lanciò come i Nuovi fenomeni. Il loro messaggio fu invece: “Ascoltate un po’ i Queen, loro sì che sono pure british rock!”».

Ehi Freddie, non avertene a male: sono gli inconvenienti del mestiere, il tuo, che fai la rockstar in erba e ti massacri di concerti e pubblichi dischi. Infatti, assieme ai Queen, ne hai appena pubblicato uno: che come anticipato uscirà l’8 marzo 1974, ancora una volta con la dicitura “niente sintetizzatori”, e con una strana denominazione del lato a e del lato b del vinile, che in questa occasione saranno ribattezzati rispettivamente lato nero (quasi tutto a firma May) e lato bianco (quasi tutto a firma Mercury). Ma ciò poco importa: perché stavolta il disco salirà dritto dritto in classifica (alla 35esima piazza, già il 20 del mese), finendo comunque per racimolare… (ahivoi e ahinoi)… i soliti pareri trionfal-discordanti da parte dei critici; tipo questi… Melody Maker: «Si dice che i Queen abbiano ottenuto un certo successo negli Stati Uniti, mentre qui il loro futuro pare ancora incerto. Se mai dovessero farcela, promettiamo di mangiarci il cappello. Di sicuro ci mettono molto impegno, ma il loro suono manca di profondità e passione»; Sounds: «Semplicemente intitolato Queen II, l’album ce li mostra al top della forma»; Disc: «Materiale, esecuzione, registrazione, e anche parte grafica, sono di grande livello»; Record Mirror: «Eccola qua, la feccia del glam rock. Deboli e iperprodotti, se sono loro il nostro gruppo più promettente allora è proprio tempo di un bel rock’n’roll suicide!».

Dice l’adagio: nemo profeta in patria, che tradotto significa semplicemente: tu ci provi, fai la tua cosa, qualcuno la apprezza subito, qualcuno la apprezzerà dopo, ma se la cosa che fai è roba forte… beh, stai tranquillo, perché alla fine ce la farai. Fine del predicozzo. Ora passiamo in rassegna il contenuto di Queen II, evidenziandone i pregi (tanti) e difetti (sempre i soliti). Inziamo con le note positive: il disco funziona, nonostante le tonnellate di kitsch a tinte hard-glam-prog dispensate a pene mani. E lo fa sin dalla prima canzone (dopo l’intro chiamata Procession), che si intitola Father To Son, ed è capace di mixare nell’ordine: pomp-rock, glam-metal, scampoli vocali stile Beach Boys, più il solito piglio melodrammatico che a questo punto, lo avranno capito anche i duri di comprendonio, è tipo… la firma della band. Poi c’è White Queen (As It Began), altro rocambolsceo numero dall’afflato drammatizzante (ancor più che drammatico). Poi è la volta della canzone n° 3 (la folkeggiante Some Day One Day), e a questo punto ci è chiara una cosa: il nuovo lp dei Queen suona mooolto più professionale del precedente, dal punto di vista tecnico-esecutivo, ma anche mooolto più “monocorde”. Questa è la nota dolente.

A salvarlo, c’è però la complessità che accompagna i suoi cavalli di battaglia: tipo la conclusiva Seven Seas Of Rhye (qui nella nuova versione con tanto di testo, of course!, che Freddie definirà come segue: “A fantasy land were only good and nice things happen”); o tipo The Fairy Feller’s Master-Stroke, sempre a firma Mercury, che qui ci dà un altro assaggio delle sue potenzialità fantasy – grazie ad un ottovolante glam-cabarettistico che sin dal titolo rimanda all’omonima opera del folle pittore vittoriano Richard Dadd (ossia l’uomo che nel 1843 uccise suo padre e poi fu internato in manicomio a Bedlam, dove passerà il resto dei suoi giorni… con pennello e tavolozza in mano) – riuscendo a restiruirne l’enigmatico garbuglio di figure fiabesche attraverso un affresco sonoro parimenti aggressivo e sublime. Giudizio critico: capolavoro. E altro non diciamo. Per ulteriori dettagli, c’è qui il diretto interessato: «Devo ammettere che non sono il tipo che trova ispirazione in una scena in particolare, o in un’opera d’arte – ammetterà con un pizzico di rammarico Mercury, interpellato sulla genesi di questa song – per quanto ci sia un esempio del genere su Queen II; alludo a The Fairy Feller’s Master-Stroke, che ho scritto ispirandomi ad un dipinto che avevo visto alla Tate Gallery.

Ne fui profondamente colpito, poi scoccò l’ispirazione”. Altro non c’è da dire su Queen II (che a settembre del ’74 avrà già superato le 100.000 copie vendute: disco d’argento), se non che figurerà fra gli album dell’anno in alcuni dei più blasonati magazine musicali britannici, e che nonostante tutto rimane ad oggi uno dei dischi meno frequentati e più bistrattati dell’intera discografia dei Queen. Peccato. C’est la vie. Ma non facciamoci intristire dalla notizia; perché il vero piatto forte del quartetto, ben aldilà della sfera puramente sonora, è e sarà, ora e sempre, la loro istrionica quanto camaleontica abilità teatrale, che gli consentirà di mutare pelle ogni qualvolta lo vorrano senza mai smarrire l’anima. A raccontarcela c’è qui Matteo Innocenti, che sulle pagine del sito Letteradonna, mette sotto l’occhio di bue Freddie-la-primadonna e le mille metamorfosi del suo spazialissimo Personaggio:

Il periodo bianco = capelli lunghi, camicia o maglietta attillata, più pantaloni scampanati. È il look di Freddie agli inizi. In effetti, secondo il zoroastrismo – che a quanto pare ha influenzato persino il look di Mercury – il bianco sarebbe il colore della purezza, della saggezza nonché della verità

Il periodo Zandra Rhodes = Freddie inizia a prendere consapevolezza del proprio orientamento sessuale, porta ancora i capelli lunghi, usa smalto per le unghie e eyeliner, e veste abiti della stilista Zandra Rhodes. A questo punto anche la musica della band, così come il suo look, è una continua sperimentazione, e i concerti diventano dei veri e propri spettacoli teatrali.

Il periodo delle tutine aderenti = siamo a metà degli anni Settanta, quando il glam declina e persino David Bowie (che aveva creato lo spazialissimo personaggio di Ziggy Stardust) decide di adottare uno stile più sobrio. Questo è il periodo forse più efficace di Freddie, dal punto di vista del look: petto nudo, tutine aderenti, spesso con motivi geometrici. I Queen ora sfornano singoli di successo a raffica, il pubblico li ama, mentre la critica continua a storcere il naso (troppo commerciali, dicono).

Il periodo delle pelle: Sul finire degli Anni ’70, lo stile di Freddie è in continua evoluzione. I suoi capelli si accorciano e inizia a indossare sempre più spesso, sul palco, indumenti e accessori di pelle. Ma anche catene. I suoi pantaloni sono sempre attillati, come richiede d’altra parte la moda del periodo, e quasi sempre si esibisce a petto nudo. Nel frattempo, i Queen pubblicano i loro più famosi inni da stadio, destinati a diventare Leggenda.

Il periodo Castro clone = nel 1980 Freddie dà una svolta ulteriore al suo aspetto: si taglia i capelli e si fa crescere i baffi. Ora il suo look è più mascolino, ma solo in teoria, visto che segue la moda Castro clone, lanciata dagli omosessuali della comunità gay di San Francisco. Piccola nota a margine: tale trasformazione fu inizialmente contestata dai fan, che inviarono al cantante rasoi da barba usa e getta, in segno di protesta. Nell’immaginario collettivo è invece proprio questo il ‘vero’ Freddie Mercury. Quello con i baffi, le canottiere e i pantaloni bianchi stretti, che mixa bianco e colori accesi, soprattutto giallo e rosso. Ma anche simboli come fulmini e frecce, ancora una volta cari allo zoroastrismo.

Dice un detto: la vanità non è altro che l’esser sensibili all’opinione degli altri su di noi, l’orgoglio è l’essere insensibili ad essa. Ovviamente, i Queen & Freddie sono la vanità fatta persona. Ma voi non date retta alle malelingue: perché la verità è che loro non sono una band tutta apparenza e poca sostanza. E fra non molto ce lo dimostreranno.

4. Casa di bambola

Il rock è fatto così: si suona assieme, si fanno un sacco di verdoni, poi ognuno torna a casa sua…

Noi ci piazzavamo sul retro del palco, nella Casa delle Bambole: una stanzetta fatta di elementi prefabbricati, collocata sempre o quasi in fondo a destra, proprio alle spalle della superficie su cui si svolgeva il concerto. Nel corso dell’esibizione, quello spazio veniva usato da ciascun membro del gruppo per concedersi una bevuta o per discutere assieme agli altri su cosa aveva o non aveva funzionato durante il live. A poco a poco, noi tutti imparammo che quel luogo era il più adatto per sfogare le frustrazioni, le insoddisfazioni e i risentimenti, che altrimenti ci avrebbero travolto.

… finché la ruota del business non ricomincia a girare e a macinare: dischi, concerti, interviste (che delle rockstar sono croce e delizia). Solo che stavolta i criceti sulla ruota sono loro: i Queen, nati in quel di Londra, suppergiù nel 1970, e composti da quattro tipini tutto pepe. A proposito di concerti: i nostri eroi ne faranno tanti, viaggiando in lungo e in largo per il mondo, dalla Russia al Brasile fino in Giappone (che rimarrà sempre una delle mete preferite di Mercury); i loro saranno tour fantastici, e col passare del tempo sempre più faraonici: in pratica formeranno un ciclo ininterrotto dal 1970 al 1982, con una piccola pausa nel 1983, e poi via di nuovo l’anno successivo, e quello ancora dopo, per le ultime vere tournée, che li vedranno sempre più lanciati nelle vesti di stadium rock band. Ma ora è l’estate del 1974, e lì ai Trident Studios (ma non solo: perché stavolta la band userà anche i Wessex Studios, i Rockfield Studios e last but not least gli Air Studios), per un paio di mesi buoni, si lavorerà al successore di Queen II (che uscirà l’8 novembre, in Uk, e quattro giorni dopo, in USA).

Questo elleppì sarà una bomba, annunceranno ai quattro venti i diretti interessati, rinfocolati dal proprio entourage. Regolare. Cose che si dicono, in quei frangenti. O forse no. Di sicuro c’è che ha un titolo letteralmente da cardiopalma, e una foto di copertina (forse la più bella mai apparsa su un album dei Queen) che creerà non pochi grattacapi a Freddie & Co: “Dio mio”, esclamerà al solo ricordo di quegli scatti Mercury, che fra le sue tante doti non ha di certo la pazienza, “l’agonia che ci toccò sopportare per le immagini poi finite sulla cover di Sheer Heart Attack!!! Cari miei, riuscite ad immaginare cosa è stato convincere gli altri a ricoprirsi di vasellina e a farsi innaffiare da un idrante? Risultato finale: i quattro membri della band con un’aria decisamente poco regale, abbronzati, pimpanti, e fradici come se avessero sudato una settimana di fila”. Okay, tutti si aspettano dai Queen un lp che sia una specie di Queen III: invece loro sono oltre; primo, perché la band ha appena iniziato una nuova fase della propria esistenza e ci tiene a comunicarlo all’universo mondo; secondo, perché la suddetta fase si concretizza in un pugno di canzoni mai così ficcanti, audaci e ben suonate.

Canzoni tipo: Brighton Rock (scritta da Brian May durante le sessioni dell’album precedente, e strutturata su due parti di chitarra, una main, e una echoed, più un assolo al fulmicotone che gli varrà la 41esima posizione nella classifica Greatest Guitar Solos Of All Times redatta dal prestigioso magazine statunitenese Guitare World), o Now I’m Here (che porta ancora una volta in calce la firma del boccoluto chitarrista, e fu scritta durante la sua convalscenza per l’operazione di ulcera duodenale, al King’s College Hospital, proprio all’inizio delle session di Sheer Heart Attack; un “incidente di percorso”, questo, che costringerà l’Uomo-con-la-red-special ad attendere le dimissioni prima di incidere tutte le parti di chitarra en solitaire, a disco praticamente fatto), o ancora la mitica Stone Cold Crazy (uno dei cavalli di battaglia degli early Queen, che grazie al suo “fast tempo” e alla distorsione pesantissima della elettrica di May, è oggi considerata uno dei brani precursori dello speed metal), per non parlare poi di Bring Back That Leroy Brown (un vaudeville con appoggi vocali swinganti in overdub, più una sezione di ukulele/banjo da urlo, a cui si aggiunge un Mercury in gran spolvero al piano), ma soprattutto la marcetta vocal-oriented in salsa hard rock Killer Queen (che nei primi suoi versi fa riferimento a una ben nota “uscita” di un’altrettanto nota regina del passato – “Let them eat cake, she says, just like Marie Antoinette” – che avrebbe pronunciato la summenzionata ancorché infelice frase in riferimento al popolo francese, affamato e incavolato per la mancanza di pane), prima vera hit inrernazionale dei Nostri, pubblicata in formato 7”, con tanto di doppia facciata A (l’altra è Flick Of The Wrist), il 21 Ottobre 1974, e destinata ad acciuffare l’ambita seconda posizione nella Uk Singles Chart. Accidenti, penserete voi: allora si tratta davvero di una canzone che parla di Storia (quella con la s maiuscola che si insegna a scuola).

Ma non tutto è come sembra, e infatti la song composta da Freddie ha un doppio fondo a dir poco… scottante: «Killer Queen – ammetterà candicamente il suo autore, dinnanzi alle platee di giornalisti ficcanaso – racconta di una squillo dei quartieri alti. Cercavo di spiegare che anche fra i ceti più elevati ci sono le puttane». Ben fatta, Freddie: in fondo la tua canzone, a suo modo, rivoluzionaria lo è per davvero. Ad accorgersene non saranno solo i fan, sempre più numerosi e sempre più dalla vostra parte, ma anche quei criticoni dei critici musicali di professione (che secondo Brian-l’astro-chitarrista vi avrebbero snobbato a lungo e alla grandissima: «Ad essere sincero – ribadirà assai giustamente il nostro uomo in più occasioni – non sono così entusiasta della stampa musicale britannica, sono stati piuttosto ingiusti con noi. Sento che i giornalisti emergenti, in generale, si mettono al di sopra degli artisti. Hanno certamente avuto un’idea sbagliata di noi. Siamo stati chiamati una “sensazione” da supermercato. Ma poi ci vedono sul palco e… bingo… gli si accende la lampadina… perché noi siamo una fottuta rock band”).

E qui scatta la rassegna stampa, che per la prima volta sta per dare a Cesare (pardon, ai Queen) quel che è di Cesare: «Freddie Mercury si dimostra raffinatissimo cantante rock e l’accompagnamento strumentale, pur se a tratti intricato, emerge robusto e nitido (Sounds)»; «I Queen hanno plasmato un suono raffinatissimo che dimostra come non si tratti di un effimero gruppo da classifica (New Musical Express)»; «Forse il più pesante assalto rock da molto tempo a questa parte (Circus)»; «Se sono difficili da amare, non lo sono da ammirare: questa band è abile, dopo tutto, e sa osare (Rolling Stone)»; «La chitarra multi-traccia di Brian May, la splendida vocalizzazione di Freddie Mercury e il dinamico lavoro di produzione di Roy Thomas Baker hanno contribuito a un disco coi fiocchi (Winnipeg Free Press)».

Aperta parentesi: uno degli ‘effetti collaterali’ più graditi – a livello pecuniario, ma anche di pura e semplice gratificazione dell’ego – derivanti dal neonato successo dei Queen, che hanno sparato in rapida successione in classifica i proiettili Killer Queen e Now I Am Here, sarà un cospicuo adeguamento dello “stipendio” settimanale versato dai Trident Studios a ciascun membro della band, che all’inizio si aggirava intorno a 15 misere sterline poi sulle 60, perché… beh, perché i Queen sono appena usciti dal bozzolo e sono diventati una macchina-sforna-hit da paura (e poi perché, a sbrogliare l’ingarbugliata matassa, ci penserà un tale chiamato Jim Beach, professione avvocato, esperto in legislazione musicale, un azzeccagarbugli coi controfiocchi). E qui casa l’asino: perché loro tutto vogliono essere fuorché una rotella nell’ingranaggio, una parte del tutto, una frase nel tema, un fuscello nell’albero… insomma, ci siamo capiti no? Loro vogliono tutto, e lo vogliono adesso. Per raggiungere tale scopo sono pronti a rischiare, infischiandosene di chi gli suggerisce di lanciare in classifica 1000 cloni di Killer Queen.

Isomma, lo avrete capito: loro non sono… come dire?… i tipi che amano sedersi sui proverbiali allori campando di rendita. Infatti, non lo faranno… Ma prima di avanzare a spron battuto con la nostra storia, diamo pure il benvenuto alla paroletta che li aiuterà a scardinare le porte dell’ovvio e a innalzare la tacca dell’ambizione, qualunque cosa essa sia, nettamente oltre il limite. Ladies & Gentlemen, diamo il benvenuto all’oscuro, forse un tantinello pomposo, eppure assai stiloso concetto che illuminerà il percorso artistico dei Queen verso il Futuro del Rock: «Siffatto tipo di composizione musicale – recita il Nuovo soggettario Thesaurus alla voce rapsodia – non segue uno schema fisso, ma si presenta come un insieme di spunti melodici, anche molto diversi tra di loro per ritmo e armonia, che conferiscono dei toni quasi improvvisativi alla composizione». Ma c’è dell’altro: «Poiché si presenta come una sequenza di diversi episodi musicali, la rapsodia si presta facilmente ad avere un contesto tematico fisso, i cui molteplici aspetti sono presentati dai brani in essa contenuti. Da questo punto di vista la rapsodia è decisamente affine al poema musicale».

Arcano svelato. Passiamo oltre. Anzi, no: perché varrà la pena ascoltare quanto Freddie-il-geniaccio sta per dirci sulla nuova canzone dei Queen, che uscirà su singolo il 31 ottobre 1975, e brillerà nel firmamento del Rock come la stella cometa sulla capanna del Salvatore:

Bohemian Rhapsody è una canzone che in effetti desideravo scrivere da parecchio tempo. Non ci avevo pensato troppo registrando gli album precedenti, ma con il quarto album ho capito che l’avrei realizzata.

E ancora:

In verità si tratta di tre diverse canzoni che a un certo punto ho unito in una sola. Avevo sempre desiderato incidere qualcosa di operistico, qualcosa con un tema iniziale che stabilisce cl’atmosfera, per passare poi a un rock che sfocia in una sezione operistica – un’inversione violenta – e poi ritorna al tema.

Infine:

Non volevo provare a spacciarla per un’opera vera, certo che no – nessun furtarello dal Flauto magico. Né volevo propormi come un fanatico melomane, uno che sa tutto sull’argomento: volevo solo che fosse un’opera in senso rock. Perché no, in fondo? Poteva funzionare!

Infatti funzionerà: e questo a dispetto dello scetticismo iniziale di manager (a proposito: ne avete appena assunto uno nuovo di zecca, tal John Reed, che ha portato alle stelle nientemeno che Elton John e non vede l’ora di far di voi delle Superstar megagalattiche), alti papaveri assortiti delle case discografiche, più un sacco di dj et similia di turno, che hanno in mente un’obbiezione in realtà più che sensata: può davvero un pezzo che cuce assieme strati e strati di sovraincisioni vocali sovracute da brivido (pare siano ben più di 180!), sezioni canonicamente pomp-rock, altre speditamente hard, più una quantità di parole all’apparenza insensate e anche un po’ butate lì a casaccio (tipo: Galileo, Figaro, Beelzebub, Scaramouche e Fandango) – senza contare poi che dura la bellezza di 5 minuti e 55 secondi (non proprio un pezzo radiofonico, dunque; più regolare il suo lato b, I’m In Love With My Car, una innocua quanto grintosa canzoncina a firma Roger Taylor…) – spaccare di brutto e sbancare il bottechino?

A tutta prima, la risposta sarebbe un bel: no, ovviamente no. Invece Bohemian Rhapsody, che inizia con i versi del tipo sogno-o-son-desto “Is this the real life? Is this just fantasy?”, si imprimerà sin da subito nella testa degli ascoltatori inglesi (poi europei, quindi mondiali…) e li trasporterà a piè pari in una landa immaginaria dove il kitsch è oro e i Queen sono la miniera che lo contiene. La parola di nuovo a Freddie, che ci svelerà un altro sfiziosissimo retroscena di questo profetico pezzo: «Ad un certo punto – dirà negli anni Ottanta, incalzato sulla nascita di MTV e sullo strabordante successo ottenuto dai video musicali – decidemmo di mettere Rhapsody – che avevo scritto nei primi mesi del 1975, nella mia casa di Kensington, zona ovest di Londra – su pellicola e di farlo vedere alla gente. Non sapevamo come sarebbe stato considerato il video, né come sarebbe stato accolto. Per noi era solo un’altra forma di spettacolo. Invece ebbe un riscontro pazzesco, e da allora lo fanno tutti». Piccola nota di colore: il 20 novembre di quell’anno, a Top Of The Pops, ci sono i Queen, ma la verità è che non ci saranno loro in carne ed ossa, come si è soliti fare nella trasmissione, bensì… i loro alter ego in celluloide.

Risultato dell’esperimento foto-cinematografico: un successone, roba da delirio, mediatico e non. Punto. E ora i numeri di BR, che manco a dirlo sono tutti da record o meglio ancora da leggenda. Ascoltate un po’ qua: 9 settimane di fila alla vetta della Official Singles Chart, più di un milione di copie smerciate a gennaio 1976 (un sentito grazie a dj Kenny Everett, che trasmetterà il pezzo a tutto spiano su Radio 1 e che registrerà per i suoi amici la intro parlata usata poi all’inizio dei concerti), sicché nel 2005 risulterà ancora il terzo singolo più venduto di sempre nel Regno Unito (con più di due milioni e mezzo di copie fisiche certificate), mentre grazie al triofno della pellicola Bohemian Rhapsody – ne parleremo poi – diventerà addirittura la canzone incisa nel XX secolo più ascoltata in assoluto in streaming (si parla di un totale di 1,6 miliardi di riproduzioni). Son numeri da capogiro, non c’è che dire: 6 settimane di dura fatica, iniziate il 24 agosto 1975, lì al Rockfield Studio 1, presso Monmouth, amena cittadina sul fiume Monnow, nel bel mezzo del nulla gallsese, hanno dato i loro frutti.

Poi, arriveranno i bei dollaroni fruscianti. Tanti. E pian piano, finiranno anche nelle tasche dei Queen. Ma prima di passare alla fase due di questa esaltante epopea rock, e di affrontare il lato oscuro della forza chiamata Successo, faremmo meglio a parlare dei due dischi gemelli-ma-non-troppo che stanno per fare da colonna sonora all’ascesa al trono della Regina. Cominciamo col primo: il suo titolo è A Night At The Opera, e ragguagli tecnici a parte (ma ci vogliono anche quelli, dunque eccoli: viene registrato in quattro mesi, in quattro studi diversi, ed esce il 21 novembre del ’75, vendendo in men che non si dica oltre 250mila copie ed entrando negli annali come “primo disco di platino” dei Queen”; poi: il suo titolo ricalca alla lettara quello di un famoso ‘comedy film’ dei mitici Marx Brothers, che risale al 1935 ed è entrato nientemeno che nella classifica dei 100 migliori film americani di ogni tempo, stando ai tipi dell’American Film Institute; infine: sarà un album a dir poco maestoso, inciso e sovrainciso fino all’impossibile, grazie all’uso ed abuso di un 24-track tape, in conformità al magistero baroque’n’prog di Bo Rap), è una summa di quanto di meglio (o di peggio, se siete detrattori della Regina) Freddie & Soci hanno finora espresso.

Facciamo qualche esempio? Eccone alcuni fra i migliori in scaletta: c’è Death On Two Legs, in cui Freddie sputa veleno sul primo anfitrione della band (dirà May a tal proposito: “C’aveva un testo così vendicativo che mi sentivo male ogni volta che dovevo fare i baking vocals”), vale a dire il già più volte menzionato Mr. Norman Sheffield, reo di aver abusato della sua posizione e del suo ruolo di alto papavero discografico dal 1972 al 1975; poi c’è Lazing On A Sunday Afternoon, un’altra song di Mercury che parla di un dandy giramondo a suon di swing; e ancora You’re My Best Friend, scritta dallo schivo Deacon, che qui suona il Wurlitzer Electric Piano, uno strumento a dir poco “”horrible”, secondo il punto di vista di Freddie; e poi ci sono le varie The Prophet’s Song (composta da May, ed ispirata ad un sogno su diluvio universale, è un pezzo strutturato come una mini-suite in cui la voce di Freddie verrà sovraincisa ben quattro volte in modo non sincronico), e dulcis in fundo c’è… Bohemian Rhapsody.

Okay, appello finito. Le canzoni che spaccano sul quarto studio album dei Queen ci sono tutte. Anzi, no, ne manca una. E mica una di poco conto; perché ci parla dall’anima e ciò che più conta dell’anima del suo autore, che manco a dirlo è Freddie-il-romanticone:

«Love Of My Life è la ballata pianistica che ho dedicato alla mia Mary. L’ho conosciuta nel 1970, circa, e da allora abbiamo sempre avuto un rapporto meraviglioso. L’ho incontrata alla Biba Boutique di Londra, dove lavorava. Sapete, sono stato un fanatico di Biba sin da quando aveva aperto i battenti, molto prima che si trasformasse in un grande magazzino. […] Io e lei siamo stati più intimi di qualunque altro, anche se dopo circa sette anni abbiamo smesso di vivere assieme. La nostra storia d’amore è finita fra le lacrime, ma abbiamo costruito un legame profondo, e questa è una cosa che nessuno ci potrà portare via».

Segnatevi questo nome: Mary Austin; e poi pensate a quanto deve essere stata deliziosa, stimolante, esaltante, e ovviamente sopra le righe una relazione fra questa dolce biondina e Freddie-la-prima-donna. O meglio ancora: fra lei e Freddie-sono-sessualmente-confuso. Perché suppergiù a metà degli anni Settanta, i nodi verranno al pettine: e la sessualità di Freddie (che qualche volta si definirà bisessuale, qualche altra semplicemente gay, qualche altra semplicemente una persona libra di fare quel che vuole col e del (suo) sesso) romperà i lacci che la costringono nella camicia di forza delle convenzioni sociali e alla fine… eromperà. Anzi, eploderà: tipo un vulcano. Ma non tutto filerà liscio. Ci saranno delle conseguenze: perché lo spettacolo di una sessualità libera e felice di colare fuori come fosse lava, si accompagnerà agli zampilli di cenere della gente che ti giudica, e roba così; senza poi contare i casini interni alla band, giacché il successo è come un’arma a doppio taglio, che da una parte ti regala il sogno/utopia della felicità e dall’altra ti dice che per l’appunto è solo un sogno, e che tutti a questo mondo nasciamo soli e muoriamo soli, e se poi diventiamo delle fottute rockstare può darsi pure che viviamo sì in mezzo a tanta gente – tipo i fan, o i manager, o i tizi che affollano i party a fine concerto (Freddie li adora, il resto della band no) – ma alla fin fine realizziamo che siamo più soli di un traliccio elettrico nella tundra subpolare. Dannatamente soli. Ed è qui che la parola lavoro diventa una scusante perfetta per tappare i propri vuoti interori, vero Freddie? E allora, diamoci sotto col lavoro, cari Queen, perché c’è ancora un disco-gemello da mettere a punto: giusto per capire fino in fondo quanto vi abbia cambiato, a livello sonoro, ma non solo, la supernova chiamata Bohemian Rhapsody. Che si apra il sipario ed entri il nuovo elleppì(-gemello-del-precedente) dei Queen.

Titolo dell’opera: A Day At The Races (un altra citazione dai fratelli Marx, ça va sans dire). Luoghi delle registrazioni: presso gli studi Sarm East, The Manor e Wessex Studios, in Inghilterra. Durata della medesime: dal luglio al novembre del 1976. Produttore in carica: Mr. Mike Stone, detto Clay, ovviamente assieme ai Queen. Segni particolari: è un disco eclettico tanto quanto il precendente, e proprio come quello è minuziosamente rifinito nei dettagli. Trovata pubblicitaria ad effetto: la escogiterà la EMI, o meglio alcuni dirigenti della major discografica, che ebbero l’idea di organizzare una vera giornata di corse ai cavalli in onore della band, all’ippodromo di Kempton Park, e di battezzarla come il titolo del nuovo nato in casa Queen (ossia: Days At The Races Hurdle).

Ora uno sguardo alla scaletta, iniziando da quello che sarà il suo primo singolo, nonché una delle ballate più belle mai scritte/incise da Mercury: «Somebody To Love mi ha fatto impazzire – ammetterà ai giornalisti e a se stesso il nostro uomo – volevo scrivere qualcosa in stile gospel, alla maniera di Aretha Franklin, ispirandomi soprattutto ai suoi primi album. Nelle armonie l’impostazione può sembrare la stessa, ma in studio è tutto diverso, perché è diverso il registro, e poi… il gospel era uno stile nuovo per noi». Anche stavolta, come sempre del resto, il gruppo scrive tanto nuovo materiale ma raccatta anche qualche cosa dal passato. Tipo il rock tiratissimo di Tie Your Mother Down (uno dei capolavori di Brian May), che risale addirittura al 1968, ovverosia a due anni dal primo vagito dei Queen. Ancora una volta, sarà un sogno (o meglio ancora: il successivo risveglio) che porterà consiglio all’uomo-con-la-red-special: «Un giorno mi svegliai e c’avevo in testa questo riff ossessivo – dirà lui un giorno – suonava tipo uno di quei giri di chitarra di Rory Gallagher; a ruota scattarono anche le liriche nella mia testa. Sapete, c’era una specie di vocina dentro di me che ripeteva ininterrottamente: ‘Tie your mother down, tie your mother down…’».

Dunque, son questi i pezzi forti del 5° lp dei Queen. Ma anche il resto della scaletta – che può contare sulle ottime Good Old-Fashioned Lover Boy (un delizioso quadretto demodé, in forma di ballata, proprio come promette il suo titolo) o ancora Long Away (a firma Brian May, che qui tradisce la sua amata Rossa, nella parte ritmica, per una Burns Double Six a sei corde) – fa il suo sporco lavoro, e contibuisce a fissare nella mente dei fan l’immagine dei Queen che ancora oggi resiste al Tempo (ossia quella del gruppo che mischia ballate romantiche, hard rock, vaudeville, e vocalizzi ultrarreni come nessn’altro al mondo). Caso chiuso. Morale della favola: alla fine, e non senza sforzi, i Queen sono riusciti ad agguantare l’agognata maturità artistica e ora se la tengono ben stretta. O forse no: perché là fuori il mondo sta cambiando, e adesso a fare il bello e il cattivo tempo nel mondo della musica ci sono i bad guys del punk (dirà Mercury: «Tutta la faccenda del 1977 di Sex Pistols, Damned, Clash e compagnia, fu una dura fase e all’epoca pensai che sarebbe stata la nostra fine, ma se c’è una sfida noi la accettiamo ed è una delle molle che ci spingono a continuare»), e i nuovi antem da stadio della band (che potete ascoltare nel loro lp settantasettino News From The World, e che si intitolano We Are The Cahmpions e We Will Rock You), stenteranno a toccare i cuori dei kids scapestrati d’Albione che indossano spille da balia, catene di varia foggia e tipo, giubbotti strappati, capelli dritti sulla testa, e scarponcini Dr. Martens.

All’urlo “morte ai dinosauri del rock”, si muove anche la critica rock, che a questo giro – suppergiù intorno al 20 maggio, cioè in corrispondenza con il nuovo tour insulare della band e soprattutto alla vigilia della pubblicazione del loro primo ep-venduto-al-prezzo-di-un-singolo, che include ben quattro gemme del calibro di: Death On Two Legs, Good Old Fashioned Lover Boy, Tenement Funster e White Queen – ci va giù dura con i cari vecchi Queen: «Ascoltandoli vien proprio voglia di mettersi una di quelle magliette con la scritta Art Rock Sucks. Al rogo, al rogo (Sounds)»; e ancora: «Questo è a quanto pare il primo ep dei Queen ed è stato intitolato, con grande sforzo di fantasia, Queen’s First EP. Un votaccio al gruppo per aver pubblicato quattro pezzi che i loro fedelissimi fan già posseggono su lp. Un regale “vergogna” (New Musical Express)».

Meno male che a tenere alta la bandiera del queen-sound ci sono i già menzionati anthem di News Of The World (l’elleppì registrato fra il luglio e il settembre del ’77, presso i Sarm West e i Wessex Sound Studios, e uscito poi ad ottobre, con una futuristica cover raffigurante un robot che Brian-l’appassionato-di fantascienza pare aver scovato sfogliando un vecchio numero del magazine Astounding Scienze), ovvero We Are The Champions (numero 2 nelle classifiche UK, e 4 in quelle USA, scritta da Freddie Mercury), e il suo rovescio su singolo We Will Rock You (immaginata invece da Brian May come un esplicito inno da stadio, su un ritmo di 4/4 e un’ossatura ritmica del tipo ‘stomp, stomp, clap, pause’). Piccolo restroscena gustoso: pare proprio che la sempiterna lotta fra i vecchi dinosauri, del glam rock, e le giovani promesse, del punk, abbia avuto uno dei suoi picchi nell’esatto momento in cui Sid Vicious – detto anche Simon Ferocious da Mercury – dei Sex Pistols è piombato nello studio di registrazione dei Queen e ha rivolto le seguenti sardoniche parole al loro leader: «Ehi, Freddie, sei poi riuscito a portare il balletto alle masse?»; al che Mercury avrebbe risposto in tono piccato: «Stiamo facendo del nostro meglio, caro». Che dire: carino il siparietto. Ma i veri problemi dei Queen, in quello scorcio di Seventies, non si trovano all’interno di uno studio di registrazione ma nei loro cervelli. Perché il successo è una brutta bestia: tipo un’idra dalle mille teste, sempre pronta a tormentari, senza lasciarti né il tempo né il modo di goderti la meritata gloria. È l’altra faccia della celebrità, baby: e non risparmia nessuno, nemmeno i Queen. Tant’è che persino nel loro elemento naturale, là dove sguazzano tipo i delfini nell’oceano, si insinua il malcontento:

Per la prima mezz’ora dopo il concerto – dirà un giorno Peter Freestone, assistente personale di Freddie-la-sciantosa da un po’ di tempo in qua – potevano entrare nel camerino dei Queen solo i membri della band, più un paio di assistenti strettissimi. La security aveva maglie strettissime e non faceva deroghe. Spesso i quattro litigavano, in quei frangenti. Di solito io riuscivo a presagire gli umori della band al termine dell’esibizione valutando la riuscita della stessa. Va detto che solo di rado la tensione crebbe al punto tale che i musicisti ruppero gli specchi della Casa delle Bambole, o ne danneggiarono gli arredi, o si accapigliarono l’un l’altro. Non posso però negare che queste cose accaddero.

Quello appena descritto è un banalissimo nonché normalissimo caso di ordinaria follia da rockstar: il live che va storto, le occhiatacce che volano fra i membri della band, il tentativo di gettare acqua sul fuoco (che qualche volta funziona e qualche altra no). Tipico. Poi i fan escono dall’arena, gli ultimi riflettori si spengono, gli operai incominciano a smontare le impalcature. A quel punto, i Queen non esistono più: perché il dopo concerto per loro, e specie per Freddie, è il semaforo verde ad una lunga notte di avventure ed eccessi. Tipo: alcol, sesso e droga… più un sacco di dolore, che all’inizio è il tuo più acerrimo nemico, ma poi… Stop. Fermiamo qui la nostra storia: perché tempo un altro paio di album (l’affascinante Jazz, del 1978, che include di tonnellate hit tipo Don’t Stop Me Now, Fat Bottomed Girls e Bicycle Race, più qualche ammiccamento alla moda della disco music; e il doppio Live Killers, dell’anno dopo, che la casa discografica vuole a tutti i costi, per contrastare l’allarmante fenomeno dei bootleg live della band), una nuova presidenza alla Casa bianca (parliamo ovviamente di Ronald Wilson Reagan, il cowboy col pallino del liberalismo), l’avvento dei sintetizzatori nella pop-music, e sopratutto l’esplosione /emersione dei movimenti gay in mezzo mondo, e il pianeta(-non-più-silenzioso) dei Queen cambierà per sempre volto…

Gay Pride in 1980 San Francisco, LGBT (archivi Kinolibrary)

5. The Great Pretender

Stati Uniti, fine anni Settanta. Grazie al movimento di liberazione omosessuale, una quantità di comportamenti erotici in precedenza stigmatizzati si impongono come punto focale di varie sottoculture provocatorie presenti nei quartieri omosessuali di New York, Chicago, Los Angeles e San Francisco. La Città degli Angeli, in particolare, è l’epicentro della cosiddetta comunità omosessuale “leather” (in inglese, cuoio), che ha ormai imposto sia un codice di abbigliamento sia un codice linguistico per indicare gli uomini che praticano l’erotismo sadomasochista, altrimenti detto S/M.

Proprio come il genere di sessualità che simboleggiava, lo stile pubblico di tale sottocultura era rude, muscoloso e ostentato. Quando su San Francisco calava la notte, il quartiere di magazzini poco illuminato di Folsom Street si affollava di omaccioni, molti in motocicletta, che indossavano blue jeans e giubbotti di cuoio nero, nel tentativo di assomigliare ai teppisti del film del 1954 con Marlon Brando, Il selvaggio. Molti di loro erano soliti infilarsi in una delle tasche posteriori dei pantaloni un fazzoletto colorato. Scopo dello stratagemma: segnalare le proprie preferenze erotiche; tipo che un fazzoletto nella tasca sinistra indicava un “sadico” o “attivo”, un fazzoletto nella tasca destra un “masochista” o “passivo”; il blu indicava una preferenza a fottere in modo tradizionale, il nero segnalava la disponibilità al S/M estremo… Ma questo fu solo l’inizio della faccenda: giacché lo sbandieramento delle proprie tendenze sessuali in modo così esplicito creò una scena fatta di locali, bar e saune dai nomi assai allusivi (tipo: The Barracks, The Brig o The Bootcamp). Ognuno di essi offriva un’atmosfera diversa, che evocava vari “ambienti di fantasia”, molti dei quali richiamavano i luoghi che, storicamente, erano stati pericolosi per gli omosessuali. I glory holes, ad esempio: riproducevano i buchi nei divisori delle cabine dei gabinetti pubblici.

I labirinti, dal canto loro, consentivano di “mettere in scena” senza pericolo quegli incontri furtivi che un tempo avvenivano nelle strade cittadine più buie e col pericolo di essere scoperti. Ma non era finita qui: c’erano infatti anche degli accoglienti sotterranei pieni di fruste, catene e celle che riproponevano l’immagine della prigione e quindi l’intimità dell’“ambiente naturale” del “fuorilegge sessuale” e del suo “carnefice”. La lista delle pratiche masochiste esercitate in tali luoghi era pressocché infinita: si spaziava dal farsi rinchiudere in una bara alla mortificazione pubblica sulla croce. Insomma, ce n’era per tutti i gusti. A seconda del club, uno poteva assaporare l’illusione della schiavitù o scegliere di sperimentare le forme più dirette di tortura fisica. Ora, noi sappiamo quanto Freddie Mercury sia sensibile al tema dell’identità sessuale, omosessuale o meno che sia. E sappiamo anche che non rimase affatto indifferente alla moda S/M, e soprattutto all’immaginario da essa evocato. A darcene conferma c’è qui il Mercury Phoenix Trust, che poi sarebbe l’organizzazione creata dai membri dei Queen in onore del loro leader allo scopo di combattere a livello globale la più temibile delle malattie sessualmente trasmissibili:

Sebbene Freddie non avesse iniziato ad indossare il cuoio sino al 1979, è certo che cominciò a mettersi abiti e giacche in PVC già prima di quella data; per l’esattezza lo fece a partire dal maggio del 1978, durante il tour statunitense per l’lp Jazz, quando cercava di stupire il pubblico con nuovi abiti di scena. Il costume incriminato comprendeva: un Muir hat con visiera di stile militare (poi sostituito da un leather cap con catena), delle bretelle a petto nudo, dei pantaloni neri attillati, un giubbotto nero stile motocicilista.

Trendsetter: ecco la parola giusta in inglese per identificare coloro che hanno saputo diffondere una tendenza o una moda, che nel caso di Freddie sarà anche un atto politico, perché darà voce a chi voce non ha (tipo le Lesbiche, i Gay, i Bisessuali e i Transgender). E poi, vuoi mettere: menate progressiste e attiviste a parte, c’è da dire che comunque la vita gaya è mille volte più eccitante e interessante di una banale vita etero, in quello scorcio di fine anni Settanta/inizio anni Ottanta. Perché là fuori è pieno di club fichissimi, che vivono solo la notte, come le lucciole, e ti trascinano in una bolgia d’eccessi fatta di alcol, sesso e droghe. «Freddie adorava il Saint – confesserà a tempo debito Peter Freestone, l’assistente di Freddie, dalle pagine del suo libro Freddie Mercury. Una biografia intima  era un vecchio teatro nel Lower East Side di New York trasformato in uno spettacolare nightclub per omosessuali. Riuscii a ottenere la tessera di socio onorario in modo che il suo nome non comparisse fra quello degli avventori. Il difficile fu conquistare l’armadietto. Non se ne poteva fare a meno perché, dopo avere indossato gli indumenti fetish e il necessario da mettersi sopra durante le danze, vi si riponevano i vestiti normali e la droga».

Focus sulle cosiddette sostanze stupefacenti: non c’è dubbio che abbiano avuto una parte nella vita a mille all’ora di Freddie negli anni degli Yuppie; ed è altrettanto vero che, mentre il resto della band mette su famiglia, si occupa dei figli, va in vacanza in località rispettabili con mogliettina al fianco, Freddie… come dire?… inanella una serie di relazioni con uomini che tireranno fuori il peggio di lui: «Negli anni Ottanta – spiegherà ancora una volta Peter Freestone, che di quel periodo è uno dei tetsimoni più affidabili – Freddie se l’intendeva con un certo Bill Reid, un tipo ben piazzato e flemmatico del New Jersey, che aveva conosciuto in un bar di New York. Fu una relazione turbolenta, a volte con punte di violenza da brivido. Un giorno Reid morse la mano di Freddie fra il pollice e l’indice. Freddie sentiva un dolore fortissimo e perdeva sangue dalla ferita, ma rifiutò qualunque tipo di soccorso. Poi salì sul palco».

Mettiamo le cose in chiaro: ci sono performer che hanno bisogno della massima tranquillità prima di salire sul palco e rendere al meglio, e poi… ci sono i tipi come Freddie: tipi che spaccano il mondo con la propria ugola quando hanno un torto da vendicare o una ferita dell’anima da curare. È così che son fatti i tipi come Mercury: c’hanno l’argento vivo addosso, e non mollano mai l’osso, e più ostacoli gli metti davanti, più loro ne supereranno. E questo non vale solo per la musica. Nossignore. Vale anche per la vita sentimental-sessuale…

Flashback. Londra, fine 1983: un tizio trascorre l’intera nottata a gozzovigliare nei gay club della capitale assieme al suo fidanzato. Poi capita al Copacabana, zona Earl’s Court. Lì, più di preciso nel suo stiloso seminterrato, all’altezza della quarta birra di fila, mentre il suo boyfriend è al cesso, si avvicina un tizio e fa: “Lascia che ti offra da bere”. All’epoca Jim Hutton, professione parrucchiere, ha 34 anni, e a dirla tutta non ama i tipi mingherlini come il tizio in canottiera e con i baffoni che ha appena tentato di abbordarlo. Ragion per cui, fa dietrofront, ritorna al suo tavolino, e parla col suo amichetto, che gli fa: “Ma tu lo sai chi era quello lì?”, e lui: “No che non lo so”, “Cazzo, quello è Freddie Mercury, il cantante dei Queen”. Jim fa spalluce. Gliene sbatte il cazzo di quel tipo magrolino, che in fondo non è neanche il suo tipo d’uomo: a lui piacciono quelli ben piazzati.

Avanti veloce col nastro: passano quattro o cinque mesi; John e il suo ganzo iniziano una convinvenza, che ben presto è avvelenata da sospetti reciproci e forse inganni. Cose che capitano, fra i gay ancor più che fra gli etero. Jim pian piano cambia le sue abitudini: ora esce una volta a settimana, il giovedì di regola, e se la spassa al Market Tavern, un pub gay di Vauxhall, zona sud di Londra. «Non so come – scriverà l’uomo che dal 1984 in poi diventerà il riferimento principale nella vita sentimentale dell’altrimenti promiscuo Freddie – ma lui aveva scoperto che andavo a bere in quel posto. Così dava istruzione al suo autista, un ragazzetto di nome Andy, di deviare in direzione del bar. Poi proseguiva per l’Heaven, un altro pub coi controfiocchi». Fu qui che una notte come tante, Freddie e Jim si incontrarono… per la secondo volta: «Alla fine dei bagordi notturni – ricorderà poi Jim – Freddie e io cademmo sul suo letto – nel suo appartamento, al 12 di Stafford Terrace, a Kensington – giocammo un po’ con i suoi gatti, Tiffany e Oscar, ai quali telefonava quand’era assente da casa, ma eravamo troppo stanchi per fare qualcosa di più che frugarci l’un l’altro con scarsi risultati. Rimanemmo accoccolati l’uno vicino all’altro, per l’intera nottata; poi al risveglio cominciammo a coccolarci”.

Attenzione, Freddie: perché questi sono i famosi anni Ottanta, ossia il periodo in cui la famigerata Sindrome da Immunodeficienza Acquisita, altrimenti nota come Aids, riportata nella letteratura medica per la prima volta nel 1981, sta falcidiando il mondo dei gay e quello dei tossicodipedenti. Ma tu, queste cose, ancora non le sai. O se le sai, non te ne curi. In fondo, seppur fra mille scazzi e incomprensioni coi Queen, ancorché funestata dalla tipica solitudine di chi vive sulla cima del mondo, la tua vita procede alla grande (non a caso ti toglierai certi sfizi… tipo danzare sulle note di Bo Rap assieme ai tipi del Royal Ballet: accadrà il 7 ottobre 1979). Ma a ben vedere, anche i Queen sembrano godere di ottima salute. Infatti inanellano dischi e canzoni come perline in una collana; tipo il singolo Crazy Little Thing Called Love (uscito il 5 ottobre 1979, lato b di We Will Rock You versione Live Killers, e accompagnato da un video promozionale, alla regia c’è Dennis De Valance, che opta ancora una volta per il look cuoio nero, occhiali scuri e ballerine/ini desabigliè), o la colonna sonora di Flash Gordon (lanciata sul mercato a fine 1980, per il film diretto dal regista Mike Hodges, ispirato all’omonimo personaggio dei fumetti fantascientifici nato nel 1934 dal genio di Alex Raymond), o ancora l’ellepì The Game (sempre 1980, subito in cima alla classifica in UK, nonché il primo 33 giri della band in cui il synth gioca un suo ruolo, nella fattispecie l’Oberhem OB-X, reso popolare in quegli anni dai dischi prog-metal dei Rush tipo Moving Pictures, 1981, e Signals, 1982), per non parlare poi del brano-spacca-chiappe Another One Bites The Dust che Brian spiegherà come segue: «Non era un brano facile, specie dal vivo. La batteria non aveva il suono secco della disco, e a molti non sembrava un pezzo abbastanza rock’n’roll, ma noi continuammo a proporlo, perché lo consideravamo, soprattutto Freddie, un tassello importante».

O dell’altro brano killer del periodo Under Pressure («Il gruppo – confesserà lo schivo Deacon – decise che il pezzo registrato assieme a David Bowie poteva fare un’ottima figura come singolo e lo pubblicò, il 26 ottobre 1981, modificando il titolo originale da People On The Streets a Under Pressure»), o infine del disco spartiacque dell’anno dopo Hot Space (registrato in quel di Monaco – da questo in poi rimarrà una delle città del cuore per i Queen e specie per Freddie – portando alle estreme conseguenze le “sperimentazioni ritmiche” disco-influenced dei due singli precedenti: si ascoltino, please, Body Language e Staying Power), ma soprattutto dell’opera acchiappa tutto che uscirà nel 1984, l’anno di uno dei più celebri romanzi di George Orwell, l’anno distopico per eccellenza:

Nel 1984 – stanno per spiegarci i tipi del sito musicale Nonsolosuoni – con l’album The Works, il tredicesimo della loro carriera, i Queen (che ormai hanno del tutto abbandonato l’idea di musicare il film The Hotel New Hampshire, tratto dall’omonimo romanzo di John Irving, poi diretto dal mitico reggista inglese Tony Richardson) riescono con successo a realizzare il ponte che unisce insieme l’Hard Rock anni ’70 con il Pop tecnologico degli anni ’80. A trainare il long-playing fu senza dubbio Radio Ga Ga, una canzone nata da una geniale idea di Taylor, che fu un vero e proprio successo mondiale, tanto che il singolo salì al primo posto nelle classifiche di ben 19 paesi. Altro brano che svetta è la dolce e al contempo energica It’s A Hard Life, che ha un inizio in stile operistico che si rifà alla celeberrima opera del 1892 di Ruggiero Leoncavallo, I Pagliacci, le cui note sono per l’appunto riprese dai Queen nell’intro del brano, all’altezza della frase: «I don’t want my freedom / There’s no reason for living / With a broken heart». Degni di menzione sono poi: il pop sfarzoso e sornione di I Want To Braek Free (più tardi usata come inno dai movimenti democratici in Brasile), o l’hard rock Hammer To Fall (che racconta della Guerra Fredda e del rischio nucleare). Un altro brano eccellente è poi Keep Passing The Open Windows – per la verità sconosciuto ai più perché poco trasmesso allora dalle radio – con quel suo alternare momenti veloci e ritmati ad altri più sofferti e persino malinconici. Dopo due anni di pausa dall’uscita del precedente album, Hot Space, del 1982, che ebbe scarso successo (tant’è che Mercury, May e Taylor si dedicheranno ciascuno ai propri progetti individuali), ecco che i Queen tornano a sfavillare in The Works: un piccolo grande album, un vero classico degli anni ’80.

Occhio, però: perché quella che all’apparenza sembra la favola bella di una band di successo, intenta alla conquista del mondo, ha il suo lato oscuro. Anzi, oscurissimo: tipo che i Queen (cogliendo un po’ tutti in contropiede) si sciolgono.

Accadrà suppergiù alla fine del 1982, quando il gruppo opterà per una (termporanea) interruzione delle attività, in gran parte dovuta alla marea crescente degli screzi e dei malumori in seno alla band. Dopotutto, si sa come vanno queste cose: tizio vuol fare così, caio vuol fare colà, ognuno dice la sua, e poi tutti litigano con tutti. Regolare. Un film già visto. Eppure, non tutti i mali vengono per nuocere: perché ciascuno dei quattro membri del complesso ha i suoi progetti solisti da portare avanti, e il più intrippato di tutti con l’idea di mettersi in proprio è manco a dirlo Freddie-la-primadonna. Infatti, sentite un po’ che fa: innanzitutto sale sul primo volo disponibile per Monaco di Baviera (siamo all’inizio del 1983…), e una volta laggiù si rinchiude negli studi Musicland; lì, fra il viavài dei turnisti, e il dedalo di corridoi che portano alle sale insonorizzate, il nostro uomo incontrerà nientemeno che il Re della Disco e dei Synth Giorgio Moroder, che sta lavorando ad una riedizione di Metropolis, il celebre film girato nel 1926 da Fritz Lang.

«La mia idea era quella di utilizzare una colonna sonora moderna, che sarebbe stata perfetta per un’opera cinematografica carica di premonizioni e di incredibili intuizioni riguardanti il futuro dell’umanità. Fra i tanti nomi che presi in considerazione c’era anche quello di Freddie, che pensò bene di non lasciarsi sfuggire l’occasione» (Giorgio Moroder)

Risultato della collaborazione: Love Kills, ovvero il pezzo che uscirà il 10 settembre 1984 (nello stesso identico giorno in cui verrà messa in commercio la videocassetta We Will Rock You, che contiene il film-concerto dei Queen a Montreal), ed entrerà negli annali del rock in qualità di primo singolo a firma Freddie Mercury, seguito a ruota dal suo primo e tecnicamente unico lp solita (titolo: Mr. Bad Guy; data di pubblicazione: 13 luglio 1985). E qui, noi ci stoppiamo: perché va detto che in quella prima metà di anni Ottanta, nel bel mezzo di una rivoluzione dei costumi a base di narcisismo sfrenato ed edonismo incontrollato, il titolo della canzone di Freddie colpisce duro come un jab al volto. In più, c’ha il sapore di una fatale premonizione:

L’AIDS non uccide, a provocare la morte del paziente sono le infezioni, i tumori e la tubercolosi che possono insorgere a causa dell’inefficienza del sistema immunitario, compromesso appunto dal virus dell’HIV (che si trasmette attraverso i rapporti sessuali, il sesso orale con persone infette, le trasfusioni di sangue contaminato, le condivisione di siringhe, aghi, attrezzatura chirurgica o strumenti affilati. Può inoltre essere trasmesso da madre a figlio durante la gravidanza, il parto o l’allattamento.

Un sentito grazie al sito Le Scienze.it, che ci ha appena descritto in termini scientifici quell’inferno sulla terra chiamato AIDS. Ora, passiamo oltre. Anzi, no: poiché stiamo per riprendere la storia dei Queen nel punto esatto in cui si era interrotta… Nuova Zelanda, Auckland, 5 aprile 1985: i Queen sono di nuovo i Queen e si sono rimessi in moto al massimo dei giri; ora sono laggiù, nella terra di kiwi e māori, ben felici di tenerci il loro primo concerto. Così, arrivano in aeroporto. Lì, ad attenderli c’è lui: Mr. Bob Geldof, cantante solista dei Boomtown Rats, nonché filantropo e organizzatore di eventi. Infatti, è proprio di questo che vuole parlare a Freddie e Soci: «Bob fece una cosa meravigliosa dando vita al Live Aid – dirà Freddie subito dopo il megaconcerto, che si terrà al Wembley Stadium di Londra (72.000 biglietti strappati), il 13 luglio 1985, e in contemporanea al John F. Kennedy Stadium di Philadelphia (circa 90.000 presenze al botteghino), con quasi due miliardi di telespettatori in 150 paesi, raggiunti ovviamente via satellite, allo scopo di ricavare fondi per alleviare la carestia etiope – sono sicuro che c’erano molte rockstar che avevano le potenzialità per farlo decollare, ma serviva gente come lui e come Midge Ure degli Ultravox per creare quello che da molti è considerato il più grande evento rock della storia».

A esibirsi, su quei due palchi, in quella calda giornata d’estate di metà anni Ottanta, ci sono un sacco di rockstar e popstar cazzute: tipo Bette Midler che presenta la giovane Madonna con le parole «She’s great, she’s hot, she’s a lot like a virgin… she’s Madonna»; o tipo Bob Dylan che intona l’epocale inno Blowin’ In The Wind e rompe la corda della chitarra; o ancora tipo le attese reunion di Led Zeppelin e Crosby, Stills, Nash & Young che fanno la loro cosa e la fanno alla grande; per non parlare poi di gente tipo David Bowie, Santana, gli U2, Mick Jagger, e tanti altri ancora.

«L’esibizione dei Queen al Live Aid fu senza dubbio la migliore dell’evento. L’istrionismo di Freddie toccò quel giorno un livello inaudito, e trascinò con sé l’intero stadio di Wembley, che cantò assieme a lui, parola per parola, le varie Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, Hammer To Fall, Crazy Little Thing Called Love, We Will Rock You e We Are The Champions» Elton John

Ebbene sì: i Queen, che all’inizio erano titubanti, ma poi si lasciarono convincere dal loro manager Jim Beach a partecipare all’evento, quel giorno spaccarono di brutto. E la volete sapere una cosa: le energie laggiù incamerate non andranno disperse nel nulla. Al contrario: saranno inglobate in un nuovo fantastico disco, che si intitolerà A Kind Of Magic, uscirà il 2 giugno 1986 e farà da colonna sonora (non-)ufficiale al film Highlander-L’ultimo immortale (che conterrà ben 6 delle 9 canzoni lì apparse, sebbene in una versione diversa), diretto da Russell Mulcahy e interpretato da Christopher Lambert e Sean Connery: «Si trattava di una strana storia che narrava le imprese di un “immortale” nel corso di duemila anni, nonché delle sue sfide con altri immortali per conquistare “il premio – dice Roger Taylor, che prima ci riassume la trama della pellicola e poi prosegue con le seguenti parole – I Queen entrarono in studio a settembre e in breve completarono un brano che avrebbero subito voluto pubblicare come singolo e che però non aveva nulla a che fare con l’argomento della pellicola. Il suo titolo era One Vision, e l’aveva composto io, sebbene poi fosse accreditato all’intera band; il suo testo si ispirava al celebre discorso del sogno di Martin Luther King, nonostante il suo verso finale suoni un po’ blasfemo (“Just gimme, gimme, gimme, gimme fried chicken!”), non di meno fu aspramente attaccato dai critici, che ci accusarono di opportunismo post-Live Aid».

In realtà, One Vision è il perfetto biglietto da visita del nuovo disco A Kind Of Magic, che ruba il suo titolo ad una frase che il personaggio principale del film Connor Mac Leod usa per descrivere l’ebrezza dell’immortalità. E in effetti, a modo suo, questo è un disco davvero immortale: perché qui ci sono pezzi al contempo orecchiabili, epici e classici; pezzi tipo la title track scritta da Taylor (il cui testo viene “ripulito” da Mercury, che poi ci aggiunge anche quella linea di basso micidiale e lo riarrangia), o tipo l’epicissima Who Wants To Live Forever di Brian May (con quel superbo lavoro di rifinitura al synth Yamaha DX-7, cui si aggiunge l’evocativa parte orchestrale diretta da Michael Kamen), o ancora la super-classica Friends Will Be Friends (una delle più riuscite ballate pianistiche di Freddie/Deacon, che verrà suonata fra We Will Rock You e We Are The Champions durante il mitico Magic Tour).

Dunque, c’è aria di trionfi in casa Queen: che pian piano hanno ripreso la voglia di suonare assieme, perché in fondo sono un gruppo di amici che chiedono molto al lavoro e moltissimo alle relazioni interpresonali. Freddie, in particolare, è capace di agganciare le une alle altre in maniera mirabile: «Quasi tutto ciò che faccio è basato sulla finzione – spiegherà in concomintanza con la pubblicazione, avvenuta nel febbraio del 1987, del suo singolo solista di maggior successo – è come recitare: vado sul palco e faccio finta di essere un macho o roba del genere. Penso che The Great Pretender, la mia cover del famoso brano dei Platter del 1955, registrata con l’aiuto di Roger, che si è occupato dei cori in falsetto, sia un gran bel titolo per definire ciò che faccio, perché io sono il Grande Simulatore. Ho sempre avuto questa idea, in un angolo della mia testa, e The Great Pretender è la canzone che ho sempre desiderato reinterpretare. Perciò sono andato in studio, nel 1987, ho fatto alcune prove, e mi sono piaciute. Era adatta alla mia voce ed è una canzone fantastica da cantare. In più, nei miei video, io intepreto tutti i miei personaggi: ancora una volta, fingo di essere ciò che non sono».

Diceva il sommo Bardo, William Shakespeare: tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini non sono che attori. Mai verità fu più vera, specie nel caso di Freddie; che ha in sé mille volti e mille maschere, in cui verità e finzione si mescolano alla perfezione, nel modo che è proprio solo degli attori più eccelsi. Ma c’è un inghippo, in siffatti giochetti da istrione. Ad illustrarcelo sarà il guru della recitazione-più-vera-del-vero, l’esimio Konstantin Sergeevič Stanislavskij, inventore di un metodo per gli attori che dice così: le passioni sorgono per effetto dell’ambiente circostante, e non sono imbrigliabili in regole morali o costrizioni sociali. «Molti dei più importanti aspetti della nostra complessa natura – sostiene infatti il maestro russo – non sono soggetti ad un controllo cosciente». Ergo: non sempre l’attore più consumato riesce a controllare/disinnescare quelle invisibili quanto micidiali bombe ad orologeria dell’anima chiamate emozioni. Occhio, Freddie: ché queste parole stanno a significare che l’emozione è come una bestia sempre pronta a balzar fuori dalla gabbia, e che a volte la domi e a volte ne sei domati. Pertanto guardati le spalle, amico: ché fra non molto persino il Grande Simulatore dovrà giocoforza arrendersi al dictat della sua più acerrima nemica, la Grande Mietritrice…

Flashback. Pasqua 1987. Jim Hutton, l’amante di Freddie, nonché l’uomo che gli starà accanto fino alla fine, si reca a casa dei suoi genitori, nella vecchia cara Irlanda. Piccolo dettaglio: sebbene lui non ne abbia mai parlato esplicitamente, è ormai quasi certo che i suoi hanno dei sospetti sulla sua omosessualità. Comunque, una cosa è certa: loro non sanno (ancora) di Freddie. Laggiù, soggiornerà nel villino di famiglia. Il che significa una cosa sola: totale isolamento. Tipo: zero telefono, più un sacco di chilometri da fare per raggiungere la cabina pibblica più vicina e chiamare Freddie. Tutto sommato, il soggiorno di Jim nella terra natia procede meglio del previsto. I giorni passano, un po’ tutti uguali, e alla fine scatta il momento di ritornare a Londra. Sicché telefona a Freddie, un giorno prima del volo di rientro, ma subito avverte nella sua voce una nota dolente: “Che hai, che è successo?”, chiede lui preoccupato. E Freddie: “I dottori mi hanno appena tolto una grossa escrescenza”. Jim tenta di interrogarlo al riguardo. Freddie ha la bocca cucita. È ovvio che non dirà nulla per telefono, bisognerà parlarci di persona. Jim lo farà, non appena rimesso piede nella “loro” sontuosa villa a Garden Lodge, 1 Logan Place, nel quartiere signorile di Kensington. Comunque, lui non si preoccupa più di tanto: è tipico di Freddie esagerare un po’ le cose, specie quando si sente depresso; lo fa per attirare l’attenzione, e quasi sempre ci riesce. Ma stavolta è diverso: “Jim… devo dirti una cosa…”, fa Freddie al suo amante, indicando un segnetto sulla spalla non più grande dell’unghia di un pollice, con due punti chirurgici, “ho l’AIDS”.

Jim scuote il capo. È incredulo. Poi, abbraccia Freddie. “Chi ti ha fatto le analisi?”, esclama a quel punto furente l’uomo, che poi prosegue dicendo: “Non importa… andremo da un altro specialista”. Freddie sorride. Il suo è quasi un ghigno. È lampante: le emozioni che c’ha dentro stanno per esplodere, come la famosa bomba ad orologeria di Stanislavskij. Per un attimo sembra cedere. Poi si rià e dice: “Sai… i medici a cui mi sono rivolto sono i migliori sulla piazza”. Lagrimuccia. Fine della scena. Che cali il sipario (almeno per il momento…). Dice il saggio: il miglior uso che si può fare della vita è di spenderla per creare qualcosa che duri più della vita stessa. Tutte queste cose Freddie le sa: così come sa che la vita va avanti, anche quando su di essa aleggia lo spettro della morte. The show must go on, baby. È la prima regola dello show-biz, e Freddie non intende tradirla. Costi quel che costi.

6. Che lo show prosegua…

C’era una volta la Nera Mietitrice, che incontrò per strada l’Istrione e disse: “Tu sei qui per divertirmi, io per ammazzarti, vediamo di metterci d’accordo”. Sulle prime, l’Istrione pensò ad uno scherzo: sta a vedere, si disse, che ho incontrato un altro della mia specie che ama sollazzarsi coi tiri birboni. Pertanto, diede uno strattone alla veste della sua interlocutrice. “Lo vedi?”, disse lei, “io qui ci sono e non ci sono, tu invece ci sei e fra non molto non ci sarai più”. L’istrione trasalì, fece un saltello a piedi uniti, poi si diede un pizzicotto. “Sogno o son desto”, domandò a se stesso; e nella certezza che la realtà non è altro che un sogno verificato dai sensi, ricominciò a guardare l’ombra intabarrata che gli stava davanti. Essì: poteva mai credere che quel tristo figuro fosse la Morte? E poi: quando mai s’era vista la Morte dare del tu a un attore, che lo sapevano tutti che quelli della loro genia non prendevano nulla sul serio e alla fine la facevano sempre franca. Fu allora che l’Istrione fece una doppia piroetta, seguita da un inchino e disse: “Se anche scomparissi ora, l’arte mia resisterà alla malora”. Poi aggiunse un bel “tiè”, a mo’ di sberleffo, e si allontano trotterellando dalla scena.

A quel punto, pensò di averla fatta franca. Infatti scoppiava di salute. Anzi, a dirla tutta era persino felice. Il mondo gli sorrideva e la natura attorno a lui faceva festa. Senza contare poi che era giovane, e si sa che… ahi, qui l’Istrione si arrestò e ripensò a quel detto che parla di morte, giovani eroi cari agli dei, e cose così. L’Istrione si incupì. Così. In uno schiocco di ciglia. Chissà: forse la sua era solo la fola di un poveretto dalla mente ottenebrata, tipo un sogno ad occhi aperti, una allucinazione beffarda, e forse quell’incontro non era mai avvenuto. Infatti, non avvenne mai: perché in quel preciso istante l’Istrione si alzò dal letto, madido di sudore, e si palpò una minuscola cicatrice sulla spalla, non più grande dell’unghia di un pollice, un tempo chiusa da due punti di sutura, ma che bruciava più dell’Inferno… Flashback.

Londra, 1989. L’assistente di lunga data di Freddie, Peter Freestone, ha deciso di lasciare Garden Lodge. Motivo della scelta: lì, non si sente più come a casa; infatti Freddie sospetta di lui e pensa che abbia messo in giro e spifferato alla stampa delle “notizie” sulle sue condizioni di salute e sulle loro cause. «Qualcuno gli aveva detto che le voci diffuse su una sua visita in ospedale tempo prima – ammetterà a tempo debito Freestone – non potevano che provenire da Garden Lodge”.

Ergo: Freddie fa la conta dei suoi fedelissimi, esclude questo e quello, finché non rimane… lui. «La notizia della mia dipartita giunse a Freddie – dirà ancora il suo quasi-ex assistente speciale – sicché una mattina scese in cucina, mentre il manager Jim Beach e la guardia del corpo Joe Fanelli erano fuori, forse per volere del padrone di casa. Seduto al tavolo della cucina, mentre io stavo dietro al ceppo del macellaio, mi disse: «Che è questa storia che te ne vuoi andare? – A quel punto, Freddie e l’assistente si guardano negli occhi. L’atmosfera è carica di suspense. Del tipo: costui mi ha davvero tradito oppure… Finché, Peter non apre bocca e dice – Okay Freddie, all’inizio della collaborazione con la band, quando tutto mi pareva nuovo e meraviglioso, ho raccontato agli amici quanto fosse affascinante la vita con te. Ma dopo tanti anni, so quanto ci tieni alla privacy, e non mi permetterei mai di violarla. Sappi dunque una cosa: io farei tutto per te, qualsiasi cosa mi chiedessi».

Freddie tossisce, e boffonchia qualcosa. Forse è stato troppo duro con Peter. E sempre forse, è colpa di quel clima di veleni e sospetti che si è diffuso attorno a lui da qualche tempo. Comunque, le parole dell’amico l’hanno commosso. Peter ha già perso alcuni amici a causa dell’AIDS, e si rende perfettamente conto della situazione. Anche Freddie comprende che non serve dilungarsi in particolari. Era ovvio: c’era stata una fuga di informazioni da Garden Lodge, e per quanto Peter si scervellasse per ricotruire gli avvenimenti, non poteva escludere al 100% di aver contribuito con qualche chiacchiera di troppo. Poi c’era la stampa: che in quel periodo spettegolava a tutto spiano sulla “strana malattia” di Freddie, contribuendo a diffondere il gossip sulle sue condizioni di salute nell’intero paese. Chi sta male, a prescindere dalla natura della sua patologia, ha il diritto di informare chi e quando vuole del proprio stato di salute. «Anche se mentivo costantemente sulle condizioni di salute di Freddie – ammetterà poi Freestone – sapevo che la verità sarebbe venuta prima o poi a galla. Eppure continuavo a ripetere il mio mantra: «Freddie sta bene, è solo indisposto, non è nulla». Già: Freddie sta bene, Freddie è solo indisposto, Freddie dopotutto è una superstar del rock, e la gente come lui non si ammala e soprattutto non muore mai. È come Highlander l’Immortale di quel famoso film musicato dai Queen. Invece no: Freddie è solo un uomo, sempre più fragile e desideroso di affetti domestici, e con ancora addosso una voglia pazzesca di fare (la sua) musica:

Quando mi sono messo a progettare il secondo album “solo”, non volevo davvero che fosse banalmente un altro mucchio di canzoni. Volevo che avesse un portamento speciale, qualcosa di diverso, un marchio distintivo che guidasse tutto il cazzo di progetto. Tutto era lecito. Qualunque cosa che lo rendesse diverso dal solito, noioso, album di studio, in cui le canzoni possono anche essere bellissime ma non sono che l’ennesimo mazzo di brani schiaffati su nastro e poi dati alle stampe. Cercavo quindi idee in quel senso e all’improvviso due splendide parole sono apparse all’orizzonte: Montserrat Caballé.

Anno 1988, il primo della vita di Freddie-il-sieropositivo-conclamato-Mercury: esce nei negozi di dischi (in data 10 ottobre) l’ellepì Barcellona, che unisce in modo eclettico ma a suo modo geniale pop e lirica, aprendo le porte ad un universo di contaminazioni crossover finora inesplorato. Piccolo dettaglio: il disco, frutto di una collaborazione estemporanea fra Freddie-la-rockstar e Montserrat-la-soprano, fu registrato in un lasso di tempo piuttosto lungo, giacché Freddie entrò in studio di registrazione all’inizio dell’87 e poi incise alcune demo (inclusa quella della canzone Exercises In Free Love, che finirà sul lato b di The Great Pretender), infine fu raggiunto da Montserrat con la quale iniziò ad abbozzare i brani poi finiti nel loro comune album (tipo quello che lo intitolerà, e che verrà terminato suppergiù in due mesi e poi presentato il 29 maggio al Ku Club di Ibiza). Ma questa, è bene saperlo, non sarà solo una banale collaborazione di lavoro per Freddie. E a spiegarcelo c’è qui il diretto interessato: «Penso che Montserrat abbia una voce meravigliosa – ammetterà lui, nel momento in cui verrà interrogato sui dettagli di questa liaison dangereuse discografica – e mi è capitato di dirlo alla televisione spagnola, e lei mi ha sentito. Poi so solo che mi ha chiamato e ha detto: ‘Facciamo qualcosa insieme’. Io ero completamente sbalordito. Adoro l’opera ma non avevo mai pensato di cantarla».

Ma la storia non è finita qui, c’è dell’altro: «Così sono volato a Barcellona per incontrarla. Ero veramente nervoso. Non sapevo come comportarmi o cosa dirle. Per fortuna lei mi ha messo a mio agio da subito e ho capito che tutti e due avevamo lo stesso tipo di humor. Mi ha domandato: ‘Qual è il numero che preferisci?’. E io: ‘Il numero uno’. Al che lei: ‘D’ora in avanti ti chiamerò il mio Numero Uno’. Ho risposto: ‘E io ti chiamerò la mia Super Diva’».

Alla grande, Freddie & Montserrat: il vostro è quel che in terra d’Albione si dice “a marriage made in heaven”, perché ci sono incontri che son voluti dal fato ancor più che dalla volontà degli uomini; e il vostro è senza dubbio uno di questi. Ma alla luce dei recenti avvenimenti della vita di Freddie, ci sorge una domanda: non sarà che quella dinamo umana di uomo che noi tutti conosciamo sta chiedendo un tantinello troppo alle proprie forze fisiche e creative? Tenendo conto della malattia che ha contratto, la risposta è: sì, assolutamente sì. Però c’è un però: perché Freddie ha deciso che non starà, finché Dio o chi per lui glielo consentirà, rinchiuso in una stanza ad attendere che suoni la sua ultima ora. Nossignore: lui si darà da fare, e passrà quante più ore possibili in studio di registrazione, e ovviamente lo farà in compagnia dei Queen. Prima di procedere oltre, però, cediamo la parola per una doverosa constatazione a Mr. Bad Guy:

«Caspita… siamo arrivati ad un livello di popolarità così alto, e siamo ancora qui dopo tanto tempo… Sapete, credo che non ci saremmo mai riusciti senza il biennio di pausa 1987-88. Lo credo davvero. Aver messo la testa fuori dai Queen, aver fatto qualcosa d’altro, ed essersi resi conto che i Queen ci mancavano e che volevamo tornare in attività e fare qualcosa, è questa la ragione per la quale, secondo me, il disco The Miracle ha dei suoni così fichi» Freddie Mercury

Okay, Freddie: a ‘sto giro ci hai preso; perché l’album che si intitola The Miracle e che uscirà il 22 maggio 1989, non è forse considerato uno dei vostri top lp, ma di sicuro è pieno di belle canzoni eseguite al massimo dei giri. Roba forte, tipo l’anthem incazzato I Want It All (che fu composto da Brian nel 1987, e che riprende alla lettera il motto di Anita, seconda moglie del nostro chitarrista del cuore, che così fa: “I want it all, and i want it now), o ancora tipo l’hard rock da radio am di Breakthru (che fonde assieme due canzoni: A New Life Is Born di Mercury, e Breakthru di Taylor, e ne fa un singolo di successo), o la novelty Scandal (dedicata a quei impiccioni dei media inglesi, che non si lasciano mai sfuggire un gossip su Freddie e Soci), o infine la sottovalutata Rain Must Fall (che vede collaborare assieme in fase di composizione Taylor e Mercury, e che si avvale di un sacco di percussioni latine, mai però troppo invadenti o pacchiane). Bene, a quanto pare un’altra freccetta dei queen è andata a bersaglio. Ovviamente, non c’è di che stupirsi: perché il gruppo di Freddie e Compari è come il vino buono, che più invecchia e maggior pregio acquista. Ma non tutto riluce nella nuova vita del gruppo. Anzi, c’è un aria strana che tira in casa Queen e persino qualche segnale funesto di troppo:

L’inizio del 1989 – ci spiegano dalle pagine della loro monografia sul gruppo Jacky Gunn e Jim Jenkins – venne funestato dalla morte per leucemia di Denise Morse. Questa ragazza si era impegnata sino all’ultimo nella ricerca e nella raccolta di fondi per il British Bone Marrow Appeal, un’associazione benefica nata allo scopo di creare un archivio computerizzato di tutti i donatori di midollo spinale del Regno Unito, così da consentire ricerche e interventi d’urgenza. Molte persone erano morte proprio perché il donatore non era stato trovato in tempo e la battaglia di Denise aveva permesso di raccogliere molte migliaia di sterline.

Alla fine, Denise cedette e perse la sua battaglia contro la morte. Il suo funerale fu però un colpo al cuore per i Queen, e specie per Brian: perché la ragazza volle che durante la cerimonia fosse eseguita Who Wants To Live Forever, la sua canzone preferita, quella che la tenne in vita nelle sue ultime settimane sul Pianeta silenzioso. La storia toccò a tal punto Brian – che di quel pezzo era l’autore – da indurlo ad accordarsi col direttore della fondazione, Malcom Thomas, per riscrivere la canzone e registrarne una nuova versione a scopo benefico facendola cantare a dei bambini. «L’annuncio – spiegherà Brian rievocando quel triste episodio – venne dato nel corso del programma televisivo Daytime Live». Poi accadde esattamente questo: subito cominciarono a fioccare i nastri di migliaia di speranzosi cantanti in erba fra i sei e i sedici anni, poi si diede il via alle varie scremature, che portarono i candidati da 120 a 46, equamente divisi fra maschi e femmine, che entrarono negli studi Abbey Road per una audizione alla quale sopravvissero i due vincitori, che alla fine registrarono il brano fortemente voluto da quel geniaccio interstellare di Brian. Fine della storia. O forse no: perché nel frattempo gli anni passano, la coscienza della malattia ha il sopravvento, e un Nuovo Freddie prende il posto del Vecchio Freddie:

Prima vivevo per scopare, ma adesso sono cambiato. Ho smesso di andare in giro, ho smesso con le notti di festa selvagge. Sono diventato quasi una suora. È sorprendente: credevo che il sesso fosse tipo una droga per me, invece mi rendo conto di pensarla all’esatto opposto. Una volta ero un sacco promiscuo, vivevo di eccesi di ogni genere e tipo. Adesso non più, sono completamente diverso. Ho smesso quel genere di vita lì, e non ne sento la mancanza. Va bene così.

E ancora:

Vedete, io sono una di quelle persone che non conoscono mezze misure: bianco o nero. Per me è facile smettere del tutto di fare qualcosa. Posso smettere di bere da un giorno all’altro. L’AIDS mi ha spaventato a morte, quindi ho smesso di fare sesso. Adesso mi piace solo il petting. È molto più divertente! Che posso farci? Ho smesso di fare sesso e ho cominciato a coltivare tulipani.

Laggiù a Garden Lodge, fra i suoi lussureggianti giardini, e l’accoglienza domestica a cinque stelle, tipica delle magioni di lusso, Freddie combatte la sua guerra: e lo fa con la mite arrendevolezza di chi sfida un nemico più potente di lui. Badare ai gatti di casa. Curare il giardino. Allevare pesci rossi Koi Carp giapponesi. Ecco cosa piace fare al Nuovo Freddie. Ma c’è una cosa che hanno ancora in comune il Vecchio Freddie e il Nuovo Freddie: è la passione per la musica, che nemmeno i dolori del corpo e dell’anima riescono a sopire. Infatti, non lo faranno: ed ecco che i Queen rientrano in studio di registrazione, pronti a metter mano a una nuova raccolta di canzoni.

Titolo del cd: Innuendo (proprio come la canzone eponima che lo contiene, e che dura la bellezza di 6 intesissimi minuti; Freddie Mercury dirà del suo titolo: “Innuendo è una parola che uso spesso a Scarabeo. Per i Queen, è un titolo perfetto!”). Erichetta discografica: la poco nota Hollywood Records, sussidiaria della gigantesca nonché multimiliardaria Dinsey Corporation, che ha testé deciso di allargare il proprio business anche al mondo del rock. Produttori: David Richards + i Queen. Data di uscita: 5 febbraio 1991. Aneddoto rivelatore: a quanto pare stavolta Deacon fatica ad entrare in partita, preso com’è dalla vita famigliare e dal tran tran quiotidiano nella sua casa di Biarritz, l’elegante cittadina di mare sulla costa basca a sud-ovest della Francia (comunque sia, rassicuratevi: alla fine ne uscirà un disco coi fiocchi!).

Questa, la scheda tenica. Ora, sotto con le canzoni: che sono una meglio dell’altra quando non addirittura dei capolavori tout court; tipo il flamenco scatenato di Innuendo (iniziata nella primavera del 1989, in Svizzera, durante una jam session fra i vari Brian May, Roger Taylor e John Deacon, e che ha un testo che omaggia nientemeno che la mitica quanto esotica Kashmire dei miticissimi Led Zeppelin), o tipo la raffinata I’m Going Slightly Mad (che a quanto pare si ispirerebbe al tema della follia filtrato attraverso il magistero di Sir Noël Coward, di cui già in passato il leader della nostra band aveva detto: «Le persone sono abituate all’hard rock, ma con questo singolo sembra quasi che a cantarla possa essere Noel Coward. È un pezzo da cantare tenendo in testa una bombetta e magari un reggicalze nero…»), o l’amara riflessione sulla vita che sfugge di Don’t Try So Hard (che fa partire verso lo spazio interplanetario il falsetto da brividi di Freddie), o infine il testamento spirituale di The Show Must Go On (il cui bridge si ispira nientemeno che al Pachelbel’s Canon del compositore barocco tedesco Johann Pachelbel). Diciamocelo francamente: un disco così, da una band in giro da quasi 20 anni, ha dell’incredibile. Evidentemente, le energie che sprigionano i momenti di crisi fanno bene ai Queen, che passo dopo passo stanno camminando sul filo sospeso nel vuoto chiamato Vita. Va da sé che l’uomo che più rischia in mezzo a loro è Freddie: che giorno dopo giorno, ora dopo ora, sente che le’energia vitale gli fugge via dal corpo. Ecco, è giunto il momento di riprendere la nostra parabola: perché a questo punto della nostra storia sta per profilarsi lo scontro finale fra l’Istrione e la Nera Mietitrice, che all’inizio ti fa balenare davanti agli occhi un barlume di speranza, ma poi sul più bello… Flashback.

Londra, 24 novembre 1991, casa di Freddie. Ancora una volta, come spesso gli capita da un po’ di giorni in qua, il Leader dei Queen si sveglia alle sei del mattino. Il suo viso è emaciato. Il suo fisico distrutto. La scintilla nei suoi occhi, andata. A rivolgergli il primo sguardo non appena sveglio, c’è il fido Jim Hutton. Le prime parole che sente uscire dalla bocca di Freddie, saranno però anche le sue ultime: “Pipì, pipì”, dice lui con un soffio di voce. Al che il compagno lo stringe delicatamente per un braccio e lo accompagna fino in bagno. «In realtà – confesserà poi l’ex parrucchiere – appariva estremamente debole, tant’è che a un certo punto dovetti portarcelo di peso». Pipì fatta. Freddie ritorna in camera. A quel punto scatta il primo allarme rosso: “Mentre lo riadagiavo sul letto”, dirà sempre Jim, «sentii un rumore sordo; era come se le ossa di Freddie si stessero schiantando, spezzandosi come i rami di un albero». Una scena terribile. Ma il resto è anche peggio: perché Freddie prima lancia un urlo di dolore, poi si abbandona alle convulsioni. «Gridai, chiamando Joe – ricorderà poi Jim – avevo bisogno di lui per immobilizzare Freddie al letto e impedirgli di farsi male da solo”. Joe salta i gradini a due a due. In un lampo è detro la stanza. In fondo, lui è l’unico che sa cosa fare in questi frangenti, perché durante gli ultimi anni ha dovuto affrontarli una miriade di volte. Jim lo sa, e fa un cenno con il capo, come a dire «grazie dell’aiuto, amico».

Poi, la situazione si tranquillizza. Manco a dirlo, è solo la calma prima della tempesta: «A un certo punto, nel pomeriggio – ricorderà sempre Jim – sentii il bisogno di allontanarmi da Garden Lodge. Così presi la Volvo e andai verso Holland Park, dove girai per un ora sconvolto e depresso». Poi, Jim fa dietrofront e ritorna a casa. Stavolta, ad aspettarlo c’è una scena ancora più terribile: «Non l’avevo mai visto così, sembrava rendersi conto di quello che stava succedendo attorno a lui, ma non era più in grado di rispondere; poteva sentire, ma non riusciva neppure a muovere gli occhi per comunicarci in qualche modo che sentiva». Freddie si limita a guardare fisso davanti a sé, con gli occhi sbarrati. Il fantasma della Nera Mietritrice è lì con lui, al capezzale dell’Istrione, non lo molla nemmeno per un attimo. Le ore passano. Il pomeriggio è agli sgoccioli. Tra poco sarà sera. A Freddie scappa di nuovo la pipì. Jim va in cerca di gente che lo aiuti a spostare il cantante fino in bagno. Poi, ritorna in camera. Troppo tardi. Freddie ha bagnato il letto. Lesto, Peter guarda verso Jim e dice: «Che ne pensi? Dobbiamo cambiargli le lenzuola – e l’altro risponde: «Sì, sarebbe meglio». Quindi Peter incomincia a sfaccendare con le lenzuola pulite, mentre Jim si prende cura di Freddie: gli infila la maglietta, poi dei boxer puliti, poi… prende fiato, e per un attimo esce dalla stanza. «Fu quando incominciai a mettergli le mutande – dirà poi Jim rievocando quegli istanti fatali – che lo sentii tentare di sollevare la gamba sinistra per darmi un piccolo aiuto. Fu l’ultima cosa che fece. Quando abbassai lo sguardo lui era già morto». Fine della storia. L’orologio segna le ore 18:48. Freddie Mercury, all’anagrafe Farrokh Bulsara, abbandona così questa valle di lagrime. Causa del decesso: broncopolmonite aggravata, complicazoni dovute all’AIDS. E pensare che solo un paio di giorni prima, il 22 novembre, Freddie aveva convocato a casa sua una conferenza stampa in cui diceva: «In seguito alle disparate congetture diffuse dalla stampa nelle ultime due settimane, desidero confermare che sono risultato sieropositivo e di aver contratto l’AIDS. Ho ritenuto opportuno tenere privata questa informazione fino a oggi per proteggere la privacy di quanti mi circondano. Comunque è giunto il momento di far conoscere la verità ai miei amici e ai miei fan e spero che si uniranno a me, ai miei dottori e a tutto il mondo nella lotta contro questa terribile malattia».

Addio Freddie: la tua musica rimarrà nei nostri cuore per sempre, e il tuo esempio vivrà in eterno. In fondo, nella sempiterna lotta fra l’Istrione e la Morte, non sempre vince il più forte. E tu ne sei l’esempio. Perché l’arte è la porta d’accesso all’eternità, e contro di essa nulla può la Morte.

Sei piccoli post scriptum

P.S. 1) Il funerale di Freddie verrà celebrato al Kensal Green Cemetery, in forma privata (vi parteciperanno soltanto 35 persone, tra cui i suoi genitori, la sorella Kashmira col marito, i suoi compagni nella band, la fida Mary Austin, ed i cantanti Elton John, David Bowie e Michael Jackson), da due sacerdoti zoroastriani. Poi, seguendo alla lettera le sue volontà, il feretro sarà cremato e le sue ceneri sparse, un paio di anni dopo, in una località segreta sinora ignota ai più.

P.S. 2) Col suo testamento, Freddie affiderà la metà esatta del suo patrimonio, pari a circa 10 milioni di sterline, oltre a Garden Lodge, a Mary Austin. Il resto degli averi verrà spartito invece fra i genitori e la sorella, Jim Hutton, Peter Freestone, Joe Fanelli e Terry Giddings, suo autista e guardia del corpo.

P.S. 3) Il Freddie Mercury Tribute Concert si terrà il 20 aprile 1992, e noi ve lo racconteremo prendendo a prestito una recensione del sito Onda Musicale: “Il Freddie Mercury Tribute è stato uno dei grandi eventi musicali in ricordo di Freddie Mercury, frontman dei Queen scomparso prematuramente il 24 novembre 1991 all’età di 45 anni, in seguito all’aggravarsi di una broncopolmonite resa letale dall’AIDS. Il concerto, tenutosi il 20 aprile 1992 (il Lunedì dell’Angelo), al Wembley Stadium di Londra, è stato trasmesso in mondovisione per una platea televisiva che supera il miliardo di persone in tutto il mondo secondo le stime ufficiali. I proventi dell’evento furono devoluti in beneficenza per dare vita all’associazione The Mercury Phoenix Trust. […] La scena fu dominata dai Metallica che si esibirono con Enter Sandman, Sad But True e Nothing Else Matters e i Guns N’Roses che infiammarono la folla con Paradise City e Knockin’ on Heaven’s Door. Esiste un cofanetto cartonato composto da tre cd e un booklet descrittivo dell’evento dal titolo Thank You Freddie contenente tutto il concerto registrato in diretta live. Durante la prima parte dello show vennero proiettati diversi filmati mentre i tecnici cambiavano il palco per l’esibizione dell’artista successivo. Innuendo non venne inclusa sia nella VHS che nel DVD su richiesta di Robert Plant, poiché ritenne che, a causa delle cattive condizioni di salute, la sua esecuzione fosse di basso livello. Inoltre MTV, durante un cambio di palco, mandò in onda un collegamento via satellite da Sacramento dove gli U2 (introdotti da Cindy Crawford dopo l’esibizione dei Def Leppard) eseguirono dal vivo Until The End Of The World dedicandola a Freddie; anche questa performance risulta eliminata nell’edizione home video. Perfino le esibizioni degli Extreme sono state omesse. All’inizio del brano Hammer To Fall, Brian May rompe una corda alla sua chitarra, da notarsi poiché durante l’intro è udibile una stonatura e le telecamere lo abbiano ripreso mentre impugna in sostituzione una replica “Guild BHM”, e dopo il primo ritornello si può vedere un primo piano della chitarra di scorta. May ha ripreso la sua chitarra durante il brano successivo. Zucchero, unico italiano presente, avrebbe dovuto non soltanto cantare, ma anche suonare la chitarra, in Las Palabras de Amor, ma giunto sul palco nessun addetto gli diede la chitarra”.

P.S. 4) Vabbe’, dai, occorre dirlo? Alla morte di Freddie, Bohemian Rhapsody sfreccerà di nuovo in testa alle classifiche.

P.S. 5) L’album che contiene le ultime canzoni incise dai Queen, in studio, nel 1991, si intitola Made In Heaven, esce il 7 novembre 1995 e manco a dirlo sbancherà il botteghino.

P.S. 6) Bohemian Rhapsody, film pluripremiato, uscito nel 2018, per la regia di Bryan Singer, sulla vita dei Queen: avevo promesso di parlarvene, ma non è ho voglia. Perlatro, che dire? Il film funziona, ha diverse sbavature riguardanti quello o questo aspetto della vita dei Queen, e se ancora non lo avete visto, vedetevelo. Buona visione!

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