Recensioni

Mykki Blanco è la maschera dell’artista e poeta di Orange County Michael David Quattlebaum Jr che ha finito per diventare lui stesso, personaggio a cui non sono mancate frecce nel proprio arco (vedi Wavvy e il suo record di visualizzazioni) e che, al netto di tutto, rappresenta l’incarnato delle paure più recondite ma anche delle tensioni più evidenti di un’America che dopo 8 anni di Obama si è scoperta più razzista e, in generale, più xenofoba (vedi il successo riscosso da Trump) che mai. Mykki è un rapper afroamericano gay sieropositivo che dal 2012 mette in rime più o meno efficaci, e basi più o meno azzeccate, una faticosa ricerca d’identità personale ed artistica, portata avanti non senza una buona dose di provocazione e sarcasmo. In passato la sua musica ha utilizzato gli espedienti del lo-fi, le maniere forti (vedi Cosmic Angel: The Illuminati Prince/ss), poi la produzione si è fatta via via più pacata – Gay Dog Food – ma pur sempre influenzata da un autoproclamato background di cultura punk (cita persino GG Allin, tra le sue influenze) e riot grrrl (Kathleen Hanna è stata ospite in un suo brano), e figlia dell’amore per Eminem e del suo lato più fiction. Inizialmente, infatti, e ne sono prova i videoclip, convivevano sotto la stessa ragione sociale due personaggi; soltanto in un secondo momento Michael / Mykki diventa Mykki Blanco a tutti gli effetti.
Al netto del contesto, il messaggio di Michael David Quattlebaum Jr pare arrivato finora, e sempre più forte, più per la risultante del personaggio Mykki e di una contestuale attenzione mediatica per la – ripudiata da lei – tag di queer rapper (vedi anche Le1f e Zebra Katz), che non per un disco o mixtape riuscito e degno di plauso senza troppi giri di penna sul contorno, le questioni LGBT, i videoclip a mo’ di short film (Coke White, Starlight) e tutto quello che gli è girato attorno. La nuova opera è chiamata a stabilire un punto fermo nei termini di visione artistica in una discografia finora disorganica, e lo fa con un disco che musicalmente non punta sul lato futuristico della queerness di oggi (vedi Le1f ma anche tutto il comparto elettronico che gira attorno a Elysia Crampton), piuttosto, fin dall’iniziale I’m In A Mood setta il mood su varianti di una agrodolce liquidità strattonata alla bisogna da episodi più frontali. La parte iniziale, in particolare, sembra un affare tra Kanye e Drake tongue-in-cheek, con Gucci Mane giusto fuori dalla porta (Fendi Bend) ed anche l’hit del disco segue queste coordinate. Highschool Never Ends – con Woodkid ai comandi – è una fiaba con tanto di archi sul finale in cui Quattlebaum mette in scena la grande rock’n’roll swindle dell’arte, un giochino per una borghesia ricca, a suo avviso. Ma il disco ha anche una parte più sperimentale: il buffetto alle scarnificate cantilene di Danny Brown si intitola My Nene ed è uno di quei pezzi in cui Mykki tira fuori il lato più grottesco della sua prosa interpretando più ruoli, strategia di lungo corso, dicevamo, che ritroviamo almeno un paio di volte nel disco, e pure nella traccia conclusiva Rock N Roll Dough. Su un lato più confessionale ed identitario, invece, il duetto con Jeremiah Meece (Hideaway) rappresenta un altro ralenti trap con coretto dreamy e rappato non distante da una Azealia Banks (ma lontano per resa dalla rapper newyorchese), mentre You Don’t Know Me può definirsi la ballad del caso, e il pezzo prodotto da Jeremiah Meece, The Plug Won’t, un’oscillazione che, idealmente, racchiude i due poli del disco, ovvero, confessione e frontale sarcasmo.
Mykki mette un po’ di ordine nella produzione di un rapper che vuole farsi ascoltare e capire, ed ora possiede sufficiente carisma per dirlo anche a chi non ne può capire al volo tutti i sottesi e giochi di parole. È quanto basta per promuoverlo, ma non a pieni voti.
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