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New Jersey, 2010 o giù di lì, il giovane Ian Richard Devaney tenta la fortuna come leader di una band chiamata Static Jacks, una delle tante formazioni alle prese con un banale indie rock wannebe radio friendly privo di qualsiasi elemento degno di nota e destinate a non lasciare alcuna traccia, se non a livello locale o effimero (forse qualcuno si ricorda Wallflowers inserita in una puntata di Shameless). Archiviata la fase Static Jacks, l’americano inizia ad ascoltare tonnellate di new wave e decide di dare vita – insieme alla moglie Aidan Noell ai synth e al fido compagno Michael Sui-Poi al basso – ad un nuovo progetto chiamato Nation of Language. Cambio di sonorità e (incredibile) cambio di approccio dietro al microfono, ora più oscuro, profondo, baritonale e perfettamente eighties.

L’avventura Nation of Language inizia con un uno-due di pregevole fattura: What Does the Normal Man Feel? e I’ve Thought About Chicago, due brani colpevolmente esclusi dal tanto atteso esordio lungo Introduction, Presence che invece include quasi nella sua totalità i restanti brani pubblicati con il contagocce negli ultimi tre anni (in pratica solo Automobile è inedita). Di conseguenza l’album (come Dogrel dei Fontaines D.C. lo scorso anno) assume la forma di un semplice contenitore di canzoni più che di un lavoro pensato e realizzato in un unico momento di ispirazione. Dieci tracce che sembrano uscire dalla discografia dei New Order, degli Erasure, degli OMD o di qualche dimenticata band UK-pop del periodo, di quelle che facevano i videoclip in bianco e nero nelle periferie industriali inglesi (immaginario reso vivido dalla frase «I’m walking around the city in a torrent of rain» contenuta nell’ottima opener Tournament).

Duole cadere nello stereotipo, ma le prime composizioni di Devaney e compagni avevano una rotondità e un senso di compiutezza maggiore rispetto alle tracce più recenti (ad esclusione dell’ultimo singolo The Wall & I). I due episodi migliori del disco infatti risalgono a tre anni fa: la malinconica On Division St («I would like to find the answers I was always rudely denied») e la più tagliente Indignities ad altezza Killing Joke (e con Fabrizio Moretti degli Strokes alle percussioni). Altrove (Rush & Fever) Devaney suona come se Matt Berninger dei National collaborasse con i New Order, peraltro rintracciabili a più riprese (il basso di The Wall & I, ad esempio) lungo una tracklist comunque appagante anche nei passaggi meno gustosi (The Motorist, Friend Machine). In sintesi, chi segue Nation of Language fin dagli esordi potrebbe rimanere leggermente deluso, gli altri invece potrebbero facilmente innamorarsene.

Certo, ormai siamo arrivati al punto che i progetti e le release post-2000 influenzate dagli anni ottanta sono numericamente maggiori rispetto a quelli usciti negli anni ottanta stessi, ma anche dopo centinaia di album synthpop/wave/post-punk un lavoro come Introduction, Presence ha la sua dignità.

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