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Phobos, primo LP solista di Neel, potrebbe sembrare uno spin-off dei lavori firmati Voices from the Lake, progetto ambient-techno plasmato insieme a Donato Dozzy. Invece, molto probabilmente, è l’originale convergenza dei mondi a lui più vicini, il manifesto organico delle sue suggestioni musicali. Le coordinate di riferimento – Steve Stapleton e Nurse With Wound, Pete Namlook, Tetsu Inoue –, citate in nota stampa, non sono da intendersi quali confini invalicabili e circoscritti, ma piuttosto come vaghi rimandi, da seguire muovendosi necessariamente a ritroso.

I quarantacinque minuti di disco – articolati in tracce per disegnare una sceneggiatura, ma che in sostanza formano un flusso sonoro monolitico, senza interruzioni – sono un viaggio cosmico durante il quale si deve procedere a vista. Ambienti rarefatti, sfregi, rumori, abrasioni. Luci sfocate, poi improvvisamente abbaglianti. Stringhe sintetiche in totale assenza di componenti ritmiche. Atmosfere desolate, tensioni costanti, che se l’autore non avesse espressamente associato ad una narrativa immaginata tra galassie e trascendenza (Phobos è satellite naturale di Marte, figlio di Ares e Afrodite secondo la mitologia greca), potremmo ricondurre anche a leggendari mondi subacquei, essendo così marcata la vicinanza ideale tra gli universi non controllabili dall’uomo. Tutto questo posato sulle solidissime fondamenta di una produzione impeccabile, attenta al dettaglio, senza la quale lavori di questo tipo perderebbero di significato.

 

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