Recensioni

Ricordate il pezzo di David Keenan sull’hypnagogic pop con protagonisti Ariel Pink, James Ferraro e i vari follower Washed Out, Memory Tapes, Teengirl Fantasy, Toro Y Moi e Nite Jewel? Bene, fuori dall’etichetta e da ogni fuorviante speculazione giornalistica sul genere coniato dal giornalista di Wire e sulle sue evoluzioni/diramazioni (chillwave, witch house, ecc…), c’è da sottolineare che Alan Palomo, a partire dall’acclamato Psychic Chasms, si è contraddistinto per la dedizione della sua personale discoteca, un portale della memoria che è diventato in breve tempo un’abitazione permanente, dove basamenti disco e funky rivisti con spiccata sensibilità 80s pop e arrangiati maniacalmente con tastiere analogiche (Voyager 8, Korg MS-20, Commodore 64, ecc…) hanno finito per circoscrivere un riconoscibile (e tatticamente sfuggente) microcosmo.
Volendo forzare un po’ la mano potremmo dire che prima del ritorno al passato dei Daft Punk con Random Access Memories e la loro retromania dalla porta del mainstream, i Neon Indian, pescando dalle medesime influenze 70s, erano approdati già nel 2009 a risultati comparabili in termini lo-fi. Alan Palomo è figlio della Ariel Pink’s Haunted Graffiti, per quanto riguarda il tocco psichedelico applicato al formato canzone (ed è da questa affinità elettiva che è nata, nel 2011, la collaborazione con i Flaming Lips), tuttavia le sue radici sono profondamente legate alla dance, e così dopo ben quattro anni di silenzio vederlo riaprire la sua personale balera significa ritrovarlo là dove il suo cuore è sempre stato. Così, se il suo secondo album Era Extraña, sviluppato su quadre più indie e pop, serviva per lavar via le pene d’amore, questo Vega Intl. Night School parla della vita di notte ai tempi in cui i suoi progetti musicali si chiamavano Vega e Ghosthustler, consapevole che solo in certi posti e a certe ore – le Night School come le chiama lui – si potevano (si possono ancora?) instaurare relazioni sociali più autentiche e sincere.
Del resto, aver riaperto la personale discoteca dopo un silenzio discografico così lungo ha significato sia un ripensamento della produzione, sia un vero e proprio ritorno alle origini (ascoltatevi Only Me To Trust dei Ghosthustler, ad esempio). Il sound è ancora radicalmente synth based ma la produzione risulta più sfaccettata, spesso ben gestita sul filo del caotico, cosmica alla maniera di Baldelli, una maturazione che ha coinciso col rinunciare un poco alla patina psych (che tanta fortuna aveva portato agli esordi dei Neon Indian) per un impianto disco più frontale ed eccentrico – avant e retrò assieme – che trova nei ritmi e nell’assorbimento di un retroterra disco americano (ed italo) un potente propulsore.
Dunque, se Era Extraña era l’album indie, questo è quello black, con Paolomo in perenne piroetta tra battute in levare, un bel po’ di funky e melodie rigorosamente giostrate tra soul e r’n’b che manco Jamie Lidell in acido. L’intingolo, infine, è pieno di interludi e preziosismi arrangiativi che vanno a disturbare puntualmente i falsetti del Nostro, e questo non fa che aggiungere qualità alla proposta. Dentro troviamo un po’ di tutto: nastri in reverse, chitarrismi new age, tocchi prog e fusion, house di scuola Daft Punk, 8bit, assoli trash, sketch song à la Ariel Pink, soundtrack music e quant’altro, il tutto infiocchetto, con mentalità da mixtape, da ottima disco music, sia strumentalmente che melodicamente parlando. Questa è musica che può rapirti e risucchiarti completamente, «in una maniera diversa», come dice a un certo punto quel vocalist che Palomo ha campionato. Tutto molto bello.
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