Toro Y Moi (US)

Biografia

Musicista e produttore colto, Toro y Moi – nome d’arte dietro cui si cela il classe ’86 Chazwick Bradley Bundick – ha fatto della duttilità una delle sue caratteristiche peculiari. Arrivato all’esordio discografico nel 2010 con Causers of This, Toro Y Moi è riuscito nel corso della sua carriera a divincolarsi musicalmente dal circuito chillwave (in compagnia di Neon Indian e Washed Out) a cui era stato associato dalla stampa di settore, andando a sbirciare in territori funk, pop e AOR.

Nato e cresciuto in South Carolina da padre afroamericano e madre di origini filippine, Chaz lì divide il suo tempo tra gli studi di arte (ha una laurea in grafica e design) e la musica, cominciando a dare forma alle sue visioni, stringendo amicizia con musicisti locali – risale infatti a quel periodo l’inizio dell’amicizia con Ernest Greene, che poi diventerà Washed Out – e cominciando a farsi apprezzare per la sua miscela di elettronica e pop psichedelico. Nel 2009 viene contattato da Carpark Records – che nel suo roster conta anche Beach House, Cloud Nothings, Dan Deacon e Young Magic – etichetta che lo mette sotto contratto e che programma per il 2010 la pubblicazione del primo lavoro discografico.

Causers of This viene accolto positivamente dalla stampa di settore, e su queste pagine. Il musicista viene descritto come «uno dei più scafati e ammalianti nel dominare le influneze emerse finora nel sottobosco chillwave» ed il singolo Blessa rappresenta il perfetto biglietto da visita («come se gli Animal Collective venissero stravolti da Washed Out»).

Durante il tour di supporto al disco, Chaz comincia a buttare giù materiale che finirà poi, quasi un anno dopo, su Underneath The Pine e su Freaking Out EP. Giusto per sottolineare l’indole curiosa ed errante di Bundick, il suo secondo album si discosta completamente dal debutto sulla lunga distanza. Le influenze sono tra le più disparate: si va dal maestro Piero Umiliani fino ad arrivare alle soundtrack degli horror movies, passando per il jazz da sottofondo dei film hard. Gabriele Marino, che in sede di recensione lo premia con un 7.3, ne apprezza l’autoralità e i retrogusti jazz («Toro padroneggia linguaggio e strumenti, cresce (diventa?) come autore di ‘canzoni’, espone con stile e personalità il proprio immaginario (in un continuo ma tutto sommato soprassedibile ammiccare ai modelli di riferimento»). Anche il suo linguaggio acquista sempre più spessore e volume; nel suo idioma ora si contano il jazz e il funk, e la nuova deriva lo allontana dagli esordi glo di Causers of This. In un’intervista pubblicata sul sito At The Sinema, Chaz afferma di essere «un grande fan di Neon Indian e Washed Out» ma di ritenere il suo percorso differente rispetto a quelli dei suoi colleghi, specificando che la chillwave è stata un momento «in cui si sono ritrovati assieme nello stesso circuito». L’estate del glo-fi, di fatto, è finita, e il 2011 segna anche l’uscita dell’EP Freaking Out, un piccolo omaggio alla scena r&b degli anni ’80 e che contiene anche la cover di Saturday Love di Cherrelle and Alexander O’Neal del 1985.

Nel 2012, dopo essersi trasferito con la compagna di lungo corso a Berkeley (città iper sesibile alla musica, soprattutto in materia di jazz), Toro y Moi comincia a lavorare a quello che sarà il seguito di Underneath the Pine, ovvero Anything in Return. Pubblicato nel 2013, il disco è la giusta sintesi tra i primi due lavori, un mix tra musica strumentale e sintetica che rende tributo all’R&B, funk/soul/fusion di fine Settanta, all’AOR e al sempreverde Todd Rundgren. Una miscela ribattezzata dallo stesso Bundick sincere pop. Con una copertina che richiama il periodo afrofuturista di Stevie Wonder (InnervisionsFulfillingness First Finale) realizzata dall’amico grafico John Stortz, il nuovo lavoro «spiega come la leggerezza pop sia uno dei tag da curare di più e meglio per tutti quelli che bazzicano produzioni e retrologie in odor di savoir-faire indie», affermiamo in sede di recensione, e la sensazione è che Toro Y Moi non abbia ancora svelato completamente le sue carte.

Nel 2014 il Nostro abbandona temporaneamente l’alias prediletto per vestire i panni di Les Sins e pubblicare Michael, un divertissement decisamente più danzereccio e orientato al ballo. Introdotto dal singolo Empty Nester – e siamo nel primo quadrimestre del 2015 – What For? (che dalle nostre parti si aggiudica meritatamente un 7.2) è un lavoro “di pop rock elegante, [che] tiene come costante Desmondiana Todd Rundgren, gli Steely Dan di Donald Fagen e i Big Star“. E ancora “un’opera fresca ed estremamente coesa, in cui Chaz mostra che sotto quel vestito da super nerd in realtà si nasconde un musicista colto, capace di ricorrere a scelte sempre ricercate: basti pensare alle citazioni sparse qua e là per il disco, come in Run Baby Run e Spell it Out dove si scomoda l’eroe brasiliano della MPB Sebastião Rodrigues Maia in arte Tim Maia o in Yeah Right, il cui inizio filtrato richiama memorie beatlesiane di In My Life.”

La ragione sociale Toro Y Moi ritorna nel 2017 dopo una parentesi 70s psych jazz sperimentata con il disco pubblicato assieme ai Mattson 2 Star Stuff (recensione di Marco Braggion) con il nome di Chaz Bundick. Boo Boo (luglio, 2017) è probabilmente il suo disco più intimo ed autobiografico, un lavoro bidirezionale, che guarda indietro alle fondamenta e alla formazione artistica per proiettarsi in avanti, entrando in dialogo sia con il concetto di album da “flusso di coscienza” approntato da Frank Ocean in Blonde (No Show, You and I) sia con il filone (vocoder) trap partito da Kanye West (vedi una Windows). Centrato su un pop sintetico molto di maniera, d’autore, raffinato, fatto con semplice artigianato, funky nell’indole eppure intinto di ambient, il disco corre, inoltre, sul filo della psichedelia (non banale chillwave) ed alterna motivetti melodici a successive catarsi (l’interludio per piano riverberato di Pavement). Sembra che per Toro Y Moi il bello debba ancora arrivare, sottolineano in sede di recensione. Per il momento bene così, e qualcosa anche in più di così.

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