Recensioni

7.2

Una preghiera si recita nel silenzio, nel raccoglimento, nella concentrazione. Nella solitudine. Quella dell’uomo al pianoforte – che un campo lungo, lunghissimo inquadra da lontano in copertina – è una performance-preghiera. Nick Cave, non ci sono i Bad Seeds, è solo con il suo pianoforte. Intorno, c’è il vuoto dell’Alexandra Palace.

È una cornice emblematica, che è si visiva, sonora – non c’è traccia, banalmente, degli applausi che sentiremmo in un normale live – ma anche emotiva. La performance dal vivo alla West Hall del famoso palazzo vittoriano, in assenza di pubblico, pensata per la diffusione in streaming, è a modo suo un simbolo del distanziamento sociale obbligato di questi mesi. Il paradosso è che l’assenza dei rumori consueti permette quasi un’intimità all’ascolto – con il cantante, con la sua voce e con le note di artigianale perfezione dell’ormai celebre pianoforte Fazioli – inedita per un live album. Esperienza da cuffia o da visione in solitaria, però, il concerto vero è anche prossimità in presenza, condivisione… le esperienze che tutti speriamo di tornare a rivivere al più presto lasciando questo brutto incubo alle spalle.

E allora questo disco dal vivo, l’unico tipo di disco dal vivo possibile da registrare ai tempi del Covid-19, con la sala vuota, diventa il contraltare di Distant Sky – nato dal tour in cui Nick aveva cercato la comunione con il suo pubblico in una sorta di salvifico rituale – e il simbolo di un momento drammatico per tutti, come Skeleton Tree e Ghosteen sono stati a loro modo la traccia artistica pubblica di una perdita in quel caso tremendamente privata.

E come il portato emotivo profondo di quei dischi, anche il significato simbolico di questa performance della primavera 2020 e l’apparente aporia o paradosso di cui parlavamo sono risolti con una brillante tensione creativa ed eleganti intuizioni. Che da un lato portano a scegliere, oltre ad alcuni classici “obbligatori”, di attingere in maniera significativa a un disco congeniale a questo tipo di sonorità e atmosfera come poteva essere The Boatman’s Call; dall’altro a intervenire sulle forme originali dei pezzi. Sono interessanti in particolare alcuni accorgimenti di “traduzione” – l’idea di prendere da angolazioni nuove, per esempio, Girl in Amber, con il fraseggio del pianoforte che si sostituisce ai cori, o Higgs Boston Blues, che perde il suo basso ostinato per assomigliare più a una ballata – e qualche sfumatura più sorprendente, l’impeto aggiunto di Jubilee Street e i toni più incalzanti di Far From Me o i passaggi smorzati e a cappella della sempre trascinante Papa Won’t Leave You, Henry. Le qualità dell’autore e del performer, per il resto, sono quelle che conosciamo, anche in questa veste più scarna e raccolta.

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