Recensioni

7.1

Ma chi l’ha detto che la noia debba per forza essere associata a qualcosa di negativo? A una perdita di tempo, a un logorio moderno trasformato in peccato? Perché non rispettare la noia come gli antichi facevano con l’otium? Perché non percepirla come un momento di arricchimento personale, di ritrovata creatività? Il focus che troviamo in Bellissima noia, terzo disco di Nicolò Carnesi, prende spunto da questa riflessione e si sviluppa esattamente su temi quali l’incomunicabilità e la solitudine dell’uomo moderno, la riscoperta di se stessi, dei bisogni reali, non indotti dalla comunicazione di massa. Bellissima noia è un momento importante nella carriera musicale di un Carnesi che giunge alla piena maturità stilistica dopo il brillante esordio con Gli eroi non escono il sabato e la conferma del secondo disco Ho una galassia nell’armadio. Album buoni, che facevano sperare in un brillante futuro per il cantautore siciliano. Bellissima noia è una reliquia miracolosa di cantautorato pop in mezzo ad afflati geografici à la Battiato, a rincorse di chitarre à la Battisti periodo Numero Uno, che ci immerge in uno spazio, quello della noia, che si rivela creativo e fantasioso, leggiadro e sereno.

Carnesi scarnifica l’immaginario indie pop cantautorale e si veste da chansonnier anni Settanta in preda a un racconto epico fatto di piccolissime cose, attimi e profumi. È un’Odissea di quotidianità, quella raccontata nei nove brani del disco. Un disco profondamente pop, ma di un pop che non si vergogna di essere quello che è, colorato, frizzante, acceso e polemico. Carnesi è una penna preziosa e in costante crescita, si muove disinvolto fra nostalgiche visioni d’infanzia e stralunati amori. Il terzo disco del giovane palermitano coniuga perfettamente la canzone d’autore italiana del miglior Bersani con strumentazioni più elettroniche, fino a cenni di psichedelia soffusa. Sono i piccoli momenti della vita di tutti i santi giorni a dettare legge nei testi di Carnesi. «Quante volte da bambino son caduto inseguendo un’idea che forse il senso, il senso dell’eterno si nasconde in quei piccoli frammenti di felicità», canta il palermitano realizzando una cartolina di odori nostalgici, e primavere al gusto di ”per sempre”, senza però la classica patina giallastra delle cose antiche. Qui e ora, Carnesi risponde a una malinconia ricercata e lo fa con la classe dei grandi.

Se Battisti, negli anni Settanta, era riuscito a rilanciare temi ritenuti esauriti o difficilmente rinnovabili, come il coinvolgimento sentimentale e i piccoli avvenimenti della vita quotidiana, Carnesi riesce a compiere un’operazione simile sebbene aggiornata ai cambiamenti di una scena musicale italiana che si muove spesso in direzione esterofila. Con Bellissima noia si apre una nuova stagione del cantautorato di Carnesi, il cui lirismo raggiunge vette molto alte e si mischia a un gusto analogico e vintage mai finto né eccessivo. Il sapore del passato che torna in mente e il profumo di una fotografia scolorita divengono le coordinate spazio temporali di un album che non scappa al presente, non si nasconde in una retromania di comodo, ma semplicemente insegue un’idea di nostalgia pop tutta italiana, di cui Carnesi si fa perfetto alfiere.

I nove brani di Bellissima noia impastano suggestioni anni Sessanta – dai cori femminili alle esplosioni di fiati – con la canzone pop per eccellenza, confezionando un sound fresco e pulito, deciso e dritto, forse pure troppo. Vorremmo che Carnesi, quando impenna in accordi più visionari o strutture meno convenzionali, non si fermasse alla soglia del ben fatto ma riuscisse ad andare ancora oltre, sperimentando e liberandosi da quella ”scuola” italiana che un po’ lo attanaglia, un po’ lo fa crescere. Nonostante questa sensazione di blocco auto-imposto, le melodie di Bellissima noia si fanno trascinanti e orecchiabili, ispirate e intense.

Con Fotografia, Carnesi raggiunge forse il punto più alto della sua produzione, confezionando una ballata per pianoforte tanto suggestiva quanto importante, un brano talmente impeccabile che fa scendere di un gradino tutti gli altri esperimenti battistiani tentati sinora. L’entrata in scena dei fiati, di un sax impetuoso soprattutto, rende l’estetica dell’album raffinata e deliziosa, anche grazie a code voluttuose – è il caso del rock soffuso di Ricalcolo – e di un’attitudine quasi prog di una ballata ricchissima come M.I.A., pronta a raccogliere quel millennio di libertà, come canta Carnesi alla fine del brano.

Con un mood che ricorda le penultime cene di Dimartino, i pezzi rotondi di Bellissima Noia funzionano subito, e nonostante una certa verbosità di parole e storia, scorrono equilibrati e morbidissimi. «Fermiamoci un po’ che ho voglia di fare cose che non si usano più e odiamoci un po’ anche per finta che questo buonismo ha un po’ rotto le palle»: il cuore pulsante di Ricalcolo sembra racchiudere l’intera essenza del disco. Un invito ad assuefarsi al piacere dell’ozio, ad arrendersi alla frenesia degli eventi. Ché alla fine oggi mi sono annoiata tutto il giorno ed è stato bellissimo.

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