Recensioni

6.5

Nella amata-odiata scena del “neocantautorato”, Carnesi è quello che sta un po’ più scomodo. Certo, ci rientra a pieno titolo, non solo perché i suoi brani nascono probabilmente chitarra, biro e voce, ma anche perché ha quel tocco un po’ naif, amoroso-malinconico, timido e soprattutto presuntuosamente ironico. Ma è il più giovane e forse quello che sente meno il peso di Battisti sul groppone; è il più aggiornato e forse desideroso di scrollarsi di dosso l’etichetta di triste cantautore intimista e vecchio stile. Lo aspettiamo al varco, sapendo che, passo dopo passo, ce la potrà fare, assumendo un songwriting un po’ meno ruffiano e provinciale, forzando su quelle tecniche synthpop che già si sentivano nel primo Gli eroi non escono il sabato e che in questo Ho una galassia nell’armadio irrompono a metà. Soprattutto se l’intento (come ha dichiarato) è quello di tagliar corto sui propri moti interiori, sul proprio vissuto e guardare piuttosto al mondo fuori con approccio poetico e universale; analizzare universi paralleli e reazioni complementari nelle corde di questi di dieci brani; sublimare la fisica quantistica e i massimi sistemi nel pop, manco fosse Battiato.

Eppure il disco parte forte, fortissimo. Sarà la produzione di Tommaso Colliva, le ritmiche dei Selton, il piglio di Dimartino, gli archi di Rodrigo D’Erasmo o la multiforme esperienza di polistrumentista del cantautore di Palermo; sarà un mese di ritiro a New York o il trasferimento dall’arida Palermo alla piovosa Milano; saranno decine e decine di concerti al fianco di Brunori, Dente, Lo stato sociale, ecc… ma Ho una galassia nell’armadio e Il disegno suonano veramente fresche. L’una, con lo spessore dei synth in salsa anni ’80, la voce moderatamente tenuta a bada, la struttura equilibrata e una coda che quasi sembra venire fuori dagli Scisma, è un discreto aggiornamento italofono del french touch di Phoenix et similia. L’altra, che come Ho poca fantasia inizia citando spudoratamente i Drums, ha un piglio new wave, sicuro e determinato, con la batteria che macina chilometri sotto le armonizzazioni. Peccato che questi fortunati episodi si ripetano solo altre due volte: in La grande fuga di Alberto e Gli eroi non escono il sabato, che, fra Phoenix e Air, Einstein, materia antigravitazionale e vita sociale, tengono alto il morale lirico e strumentale del disco.

Già perché, malgrado lo sforzo, malgrado le strategie dei testi sempre ben costruite sull’infrazione emozionale, sul fraintendimento, sull’effetto sorpresa (“Fra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di cazzate”), gli altri brani non sono all’altezza. Come se il carburante anti-omologante (al cantautorato intimista, all’indie, al resto del mondo) fosse finito. In L’ultima fermata e Numeri, il pronome personale “io” torna ad imperare con consequenziale appiattimento della trama e degli arrangiamenti, scialbi e un po’ noiosi. Delle due, meglio il retaggio di This Must Be The Place di Proverbiale, che, seppure semplice, almeno diverte col suo piglio tropicale. Sempre e comunque preferibile a La rotazione, ennesimo omaggio a Rino Gaetano, di cui, onestamente, non si sentiva proprio il bisogno.

In definitiva, Ho una galassia nell’armadio ha tutta l’aria di essere (per chi – come chi scrive – ci spera ancora) un album di transizione, che, non potendo sacrificare del tutto i padri che l’hanno generato, tenta soluzioni momentanee di distaccamento, finendo, pur con alcuni episodi validissimi, un po’ disperso. 

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