Recensioni

Non ci si muove di un centimetro. Ogni volta che un nuovo episodio della serie di remake in live-action Disney arriva al cinema (o in questo caso, in streaming) le reazioni sono praticamente identiche e intercambiabili tra loro. Il classico d’animazione è scolpito nelle menti delle precedenti generazioni, che faticano a distaccarsene coscienziosamente, e del resto la Casa di Topolino non fa poi molto per aggiornare una formula che è già stata dimostrata come assolutamente vincente: cambiare il minimo indispensabile per non riprodurre un remake frame to frame dell’originale. Il problema è che il comune denominatore di queste produzioni sembra essere, salvo rarissime eccezioni (vedasi il tentativo quasi commovente di Tim Burton in Dumbo), la prevedibilità e anche una certa propensione al ribasso (non in termini di spesa).
Se Aladdin finiva per strozzare ogni velleità artistica (o presunta tale) di Guy Ritchie, se La bella e la bestia annaspava in confronto alla regalità del modello di riferimento, se Il Re Leone puntava tutto (troppo) sull’innovazione tecnologica finendo per perdere di vista l’anima del racconto, così anche l’ultimo Mulan smarrisce per strada quella che era la vera forza motrice del classico d’animazione del 1998 firmato da Tony Bancroft e Barry Cook, ovvero un personaggio femminile forte in grado, con impegno e tenacia, di primeggiare in un mondo di soli uomini.

Il peccato originale del remake di Niki Caro è palese fin dall’incipit, dove l’occhio della macchina da presa insegue la piccola protagonista impegnata in acrobazie e piroette degne di una supereroina, presentandoci Mulan come dotata di una qualche forza innata e particolare. Il prosieguo della narrazione, infatti, non fa nulla per smentire tutto ciò e persino le prove che la giovane è costretta ad affrontare nel corso dell’addestramento e poi in battaglia sono risolte dalle abilità sorprendenti della protagonista. Un senso completamente nuovo, forse più in linea con il prodotto più in voga del momento (il cinecomic), ma anche parecchio debole a livello drammaturgico, dove forse proprio quell’ironia e l’elemento gustosamente comico del drago Mushu – incoscientemente sacrificato in nome di una devozione irrazionale al realismo – servivano a mettere in evidenza le vere doti di Mulan, non magiche ma d’ingegno e furbizia strategica.
Persino l’epica così insistentemente ricercata dal lungometraggio fatica a carburare, appiattita e vanificata da una serie di personaggi secondari sbiaditi ed esclusivamente funzionali (dal comandante Tung di Donnie Yen alla Xian Lang di Gong Li, passando per il plastificato villain di Jason Scott Lee) e da una protagonista (Liu Yifei) priva del carisma necessario. In questo senso, anche le scene ad alto tasso spettacolare finiscono per essere private della loro forza, colpa di una confusionaria ricerca della dimensione spaziale delle sequenze e una fin troppo vistosa attenzione riservata alle coreografie, prive tuttavia di una loro coerenza (sono più il risultato di un mix mal riuscito e strizzatine d’occhio casuali al genere wuxia).
A fine visione non si fa fatica a capire perché Disney abbia deciso di puntare tutto sullo streaming (scommettendo su un “Accesso VIP” a 21 euro che pare non stia dando grossi frutti), scrivendo sì una pagina storica per il sistema della distribuzione cinematografica in epoca di pandemia, ma allo stesso tempo regalando al proprio pubblico l’ennesimo ed evitabilissimo prodotto preconfezionato.
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