Recensioni

È un disco solcato da continue contraddizioni, questo Fated, terzo LP del producer losangelino Nosaj Thing, che si compone di ben 15 tracce per appena 34 minuti complessivi: nessun pezzo supera i tre minuti di durata e ben sei sono addirittura sotto i due, in una apparentemente paradossale dicotomia tra l’ormai tradizionale perfezionismo certosino dell’artista americano e un’inedita poetica buonarrotiana del “non-finito” che sembra lasciare i frammenti del disco, seppur formalmente impeccabili, appena abbozzati a livello compositivo.
Le coordinate di fondo rimangono sostanzialmente immutate rispetto ai lavori precedenti a firma Nosaj Thing, con un’emozionale moody elettronica che si inserisce nel filone dello Shlohmo di Bad Vibes, di Shigeto, di XXYYXX e del nostro Yakamoto Kotzuga. Malinconia cyberpunk e spettri analogici, dunque, fumosità hip hop e fantasmi soul, pad eterei e beats rillassati: Fated è un gran bel disco, che richiede sicuramente più di un ascolto attento per poterci entrare veramente, e che con un approccio superficiale potrebbe invece sembrare a corto di idee proprio per quel già citato senso di “non finito” che sembra caratterizzare il tutto. Emblematiche a tal proposito le due gemme assolute dell’album, la bellissima Cold Stares con featuring di Chance the Rapper, che in coda sembra improvvisamente tagliata con l’accetta, e la sognante Uv3, che si spegne dopo appena 1:36 di meravigliose fluttuazioni oniriche.
Più introspettivo e personale, disteso e meditativo dei suoi due predecessori, Fated sembra parlare tanto della raccolta solitudine umana in notturne piovosità urbane quanto dell’abbandono di macchine dimenticate in una desolata tristezza post-tutto. Da provare.
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