Recensioni

A casa Diagonal Records sarcasmo e situzionismo come post-punk e techno vanno a braccetto. Lo sa Steve Albini e lo sa naturalmente un eterno fan dei This Heat come Not Waving, al secolo Alessio Natalizia, italiano di stanza a Londra dal 2007 con un passato remoto a base di punk e studi universitari iniziati a Urbino e terminati a Torino, già attivo nei validi Walls con Sam Willis (e la loro label Ecstatic) e prima ancora noto sotto l’improbabile alias di Banjo Or Freakout.
Continuando a un anno di distanza dall’ottimo Animals quel percorso di “pop sbagliato” nascosto tra le pieghe di techno, EBM e buzz electro, Good Luck si presenta – su Bandcamp – come un disco dalla narrativa più ampia rispetto al passato, anzi, «un new system, se vogliamo, che ci offre una via di uscita rispetto al presente in cui viviamo verso qualcosa di puro, sudato e selvaggio». Già immaginiamo la risatina del Nostro nell’ufficializzarla una missiva del genere ma, sia come sia, il sottotesto del pittoresco comunicato che chiama in causa anche la mitica rave age rimane valido. Fuori dai cliché del clubbing, come dalle casacche nere di tanta (troppa) massificata club culture, Natalizia, assieme ad una combriccola del Blasco formata con Oscar, Jamie e Russell, continua a proporre un modo alternativo di vivere la musica elettronica oggi e lo fa con fare da “I Don’t Give A Shit” condendolo qui di banger che ricordano il Thomas Bangalter prima maniera (Children Are Our Phuture) e traxismo vario (Tool (I Don’t Give a Shit)), ma naturalmente non solo.
Good Luck, anzi, se la gioca in lateralità, dentro e fuori varie scene, pose e situazioni, campionando in libertà chitarre post-punk (e non solo), senza domandarsi troppi perché ma lavorando sodo sui dettagli e le quadrature di ogni pezzo. Già dal singolo Me Me Me, con relativo videoclip lo-fi, il dito è puntato a «quanto egoisti siamo oggigiorno» e il sound va di conseguenza, mastica acid tartufato electro e zavorrato di polveri industriali, in pratica ci troviamo in una zona grigia tra dancefloor e alienazione suburbana, scazzo laboratoriale (Walk Of Shame) e malcelata antipatia verso i banali meccanismi dell’anthem per il dancefloor. Quel mood nel disco declina in vari modi, ad esempio, su un arcigna EBM – Where Are We – con Marie Davidson nei panni di Miss Kitting (quella di I Com) e Natalizia in quelli di The Hacker, o su détournement in senso underworldiano pre-E-rush (Tech Me), oppure su robe fosche e interludiali che sanno di riempitivo (Forever), oppure ancora su musiche con campionamenti di ensemble d’archi alle prese con sonorizzazioni per chissà cosa, se balletto (Interestend/Going) o session di lavori su commissione vari ed eventuali ricondotti qui.
Immaginatevi dei Two Lone Swordsmen al netto dell’orgoglio brit e della sfrontatezza rockabilly. Good Luck galleggia sull’understatement, scorre su un binario parallelo e altrettanto sornione rispetto al Powell sportivo, anzi, a volte i due sembrano suonare esattamente la stessa musica, eppure il punto di vista di Natalizia sembra flirtare meno con meme e sberleffi, preferendo del sano pessimismo all’italiana (Me Me Me a Where Are We). Valido ma un po’ di ambizione in più non avrebbe guastato.
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