Recensioni

La notizia a questo giro non riguarda le bizzarrie del baffuto produttore e cantante siriano, ma il titolare della produzione di questo album, che esce su Ribbon (imprint della Domino), ovvero: Four Tet. Sulla carta l’incontro è stimolantissimo, dato che i due condividono un sostrato parzialmente sovrapponibile (Hebden, di origini indiane da parte di madre, non ha mancato di screziare ethno le sue produzioni), tutto da verificare però alla luce del clash tra la tamarraggine indomabile ed eretta a stile del siriano (musicalmente, Omar, non è che sia troppo diverso da un neomelodico, e guardacaso sia lui che gli scognomati dei bassi sono le rockstar dei matrimoni) e il manierismo stilizzato e composto, mai sopra le righe, del produttore londinese.
E sì, è il bazaar lussureggiante di serpentine linee di synth, la festa di percussioni e fiati che ti aspetti, in alcuni momenti il beat decolla e trascina, forsennato (che te lo immagini corroborato da ingenti quantità di arak, la sambuca siriana, mai sotto i 40 gradi). Eppure la sensazione è quella non dell’incontro tra due personaggi, due musiche e due mondi, ma di una mimesi fourtettiana del suono di Omar, cosicché lo scarto e le specificità che sarebbe stato interessante misurare tra le due estetiche si riducono semplicemente all’abbassamento del tasso di tamarraggine del risultato finale. Insomma, qui c’è un Omar un po’ ripulito da Four Tet, e basta.
A livello di scaffale dei ciddì, siamo dalle parti di certe produzioni patrocinate da Albarn (che a Omar vuole tanto bene) o delle mimesi terzomondiste di Madlib, per quanto rispetto alle prime manchino le tentazioni filologiche o culturaliste e rispetto alle seconde la visionarietà, pur imperfetta, del trattamento della materia. I momenti più interessati del disco, sette pezzi in tutto, sono quelli in cui i bpm rallentano facendo emergere, dal piglio festaiolo generalizzato, tra le pieghe del salmodiare di Omar, una vena agrodolce (Mawal Jamar) e un taglio Arab-psichedelico a suo modo spacey, con tanto di soli sditeggianti e sdilinquenti di synth (Yagbuni).
Come ascolto, vivace, ma non abbastanza speziato. Come progetto, né veramente laboratoriale, né veramente verace. L’album è disponibile in streaming, via NPR.
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