Recensioni

7.5

Dev’essere una patologia particolare, qualcosa probabilmente di poco studiato o su cui la scienza rifiuta deliberatamente di allungare lo sguardo. Non saprei nemmeno come definirla con un termine solo, ma grosso modo sarebbe qualcosa del genere: “sindrome dell’incapacità di fare un disco che non sia una bomba”. Essì, fortunatamente tocca pochi gruppi e di sicuro tocca gli Oneida, perché ormai parliamo di una formazione che va avanti da venti anni abbondanti e che ha pubblicato, lasciando da parte collaborazioni e progetti esterni, in ogni dove e in ogni forma e formato, senza praticamente sbagliare mai. Sì, certo, qualche calo di intensità, qualche cosa meno ispirata rispetto alle altre, ma mai roba stanca o fine a se stessa o fatta come per timbrare un immaginario cartellino da musicista para-statale. Ecco, gli Oneida dovrebbero essere decisamente studiati come un esempio di etica del musicista underground: passione e abnegazione, continuo rimescolamento delle carte, spirito avventuroso e privo di paletti, capacità di creare un suono riconoscibile pur nelle modulazioni dello stesso.

Detto del contesto e indirizzato il discorso, cosa resta da dire di Romance? Che è la prima uscita “in solitaria” da sei anni a questa parte (A List Of The Burning Mountains, ultimo domicilio conosciuto) e che è anche la prima da che l’Ocropolis, lo studio-feticcio che immaginiamo come una sorta di incrocio tra un vulcano in attività e un rifugio-isola da cui la banalità è bandita, è stato sacrificato al dio della gentrificazione selvaggia. Cosa, quest’ultima, che segna anche una band come gli Oneida, costretta a girovagare, quasi novelli nomadi del rock, di studio in studio per registrare le 11, lunghe, a tratti lunghissime tracce di questo nuovo disco nell’arco dell’ultimo lustro. Cosa questa che ci offre una interessante chiave di lettura legata proprio all’erranza forzata, che sembra ritrovarsi (e trasfigurarsi) nelle volute di un disco che è intrinsecamente oneidiano – reiterazione, minimalismo, krauterie varie, improvvisazione e composizione in egual misura, libertà compositiva e approccio quasi “olistico” – eppure in grado di presentarsi sempre con forme mutevoli e mutanti. Sia l’aggro-punk “eachoneiano” di Cockfight, la psycho-wave sempre sul punto di eruttare di It Was Me, l’avventurosa (in)consistenza melodicamente pop di All In Due Time o le lunghe suite in digressione Lay Of The Land (tutta ritmicità insistente, deliqui e derive psicoattive) e Shepherd’s Axe (quest’ultima sunto e paradigma non solo dell’album, mossa com’è da spinte avant, slarghi ambient-sperimentali, dimensione jazz-rock e follia psych-noise), si ha sempre la sensazione di ascoltare la stessa matrice, applicata di volta in volta a dimensioni e modalità e “ispirazioni del momento” diverse; frattali sonori che si dipanano da uno stesso elemento generatore.

Romance, insomma, non è un monolite. Non lo è alla maniera in cui lo era Each One Teach One, per capirsi. È più un opale, durissimo fuori eppure con infinite striature che cambiano la percezione che se ne ha a seconda del punto di vista dal quale lo si guarda. Con una unica certezza: è di nuovo, ancora, l’ennesimo grandissimo disco di una delle formazioni che ha probabilmente segnato di più i destini del “rock” in questo scorcio di nuovo millennio.

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