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7.7

Quattro anni fa, Antonello Comunale scriveva, a proposito di Replicadi aver trovato Daniel Lopatin alle prese con una nuova modalità di ricostruzione del passato, proprio e collettivo. Il metodo rimaneva pur sempre “compilatorio”, ma a venir assemblati non erano più cluster noise o scorribande da nuovi corrieri cosmici, bensì gli scarti di quelli. Il disco si muoveva ancora sui toni dell’ambient, della new age e della soundtrack, ma a venir registrati erano suoni catturati dall’etere, polveri sminuzzate di ricordi, brandelli di coscienza collettiva. Quattro anni dopo, Lopatin parla in un’intervista concessa a FACT di quanto le composizioni, da quel disco in avanti, abbiano seguito una precisa strategia compositiva e arrangiativa e un ancor più consapevole processo di scelta dei segni e dei significati che questo o quell’aggregato di suoni dovevano generare in lui e nell’ascoltatore.

In altre parole: Lopatin si era dato alla scultura sonora. Il suo sguardo si era fatto adulto ma sul filo della beffa, con i sentimenti messi a nudo nella loro forma più androide, essenzialmente stereotipata dunque, e già da allora i suoi incastri ai pad e ai synth miscelavano strette reiterazioni di campionamenti, suoni preset e vocine aliene colate nello slaim, fuse in scapoli di classicità, fraseggi al piano come neo new age di rimbalzo ’80 e tutta una serie di esotismi di risulta che ritroviamo intatti fino a Garden Of Delete. Certo, nel precedente R Plus Seven era arrivata una bella iniezione di minimalismo, mentre la compilazione si era fatta massimalisticamente kitsch, infantilmente zen, molto hi-tech, soprattutto ultra-consapevole nel voler trovare una propria quadra allo spartiacque Far Side Virtual di Ferraro. La digital age di Lopatin, pur nella sua veste più glossy, non aveva pretese di catturare a sua volta l’iperfluidità dell’attuale economia globale e neoliberista, o per lo meno non solo quella. Lo faceva, ma senza prendersi troppo sul serio, aggregando come al solito più tendenze del sottobosco come già aveva fatto Returnal. Pur procedendo per astrazioni meccanico-fluide, lallazioni e minimalismo à la Terry Riley, Oneohtrix Point Never non rinunciava alle sue vocine stupidine, all’ingannevole organo, in pratica, a manufatti tra il curioso, il voyeurista e il disgustosamente buffo che cominciavano a diventare trademark allo stesso modo del patchwork all’interno del quale venivano piazzati.

Lodi sperticate (molte) e acerrimi detrattori (alcuni) sono arrivati di conseguenza. Compilando per compilare, stabilito il metodo e le modalità, album alternativi a R Plus Seven potevano venir generati all’infinito, con ognuno di loro ad essere replica di segni e significati differenti. Aver chiamato Replica il primo lavoro di questo nuovo corso rientrava nel programma trasparenza di un Lopatin che non fa mistero dei segreti alla base di Ezra, l’alieno con grossi problemi di acne che lo ha “intervistato” a proposito del nuovo disco, e sulla fittizia band ultra grunge Kaoss Edge che lo ha accusato di plagio, assieme a tutto l’ambaradan di pagine web, pdf, blog, account social finti, che sono serviti alla spassosa campagna promozionale viral-web di G.O.D.

Sfuggire a una certa determinazione del suo indeterminato-eppur-riconoscibilissimo-qualcosa, astratto sì, concettuale anche, ma mai così serio e intellettuale come apparentemente potrebbe sembrare, è la strategia che Lopatin ha applicato per immaginare un lavoro che si muove ancora una volta all’interno di un frame tra l’impalpabile e il familiare, l’androide e l’umano, e che promette, ancora una volta, di restituirci ciò che è rimasto di noi dopo quasi vent’anni di internet domestico (e qui metteteci tutto ciò che vi pare, da Napster a Winamp, dai Forum ai DOS tracker). La novità è che lo ha fatto, al contrario del Mutant di Arca, concedendosi qualche grado di libertà in più rispetto al passato, mollando deliberatamente la briglia del controllo e lasciando che i ’90 instillassero in lui il pieno potenziale di quella transgenica vaccata crossover pre-internet che quegli anni sono stati, da un certo punto di vista.

Garden Of Delete è già stato soprannominato il disco rock di OPN, quello che ha rotto gli argini tra il musicista e i propri fan (e remixer) condividendo le versioni MIDI dei brani prima che l’album uscisse. Naturalmente non è un disco cyber o supergrunge, e i commenti riguardanti un Lopatin che ha plagiato la musica di fittizie band dei ’90 sono un giocosa paraculata che rientra ancora una volta nel processo compilativo alla base del progetto, con le medesime modalità di partenza: synth di vetro, pad aerei, stretti loop fatti da primi campionatori (quelli con la memoria corta), la solita serialità applicata al pop degli Art Of Noise che da un lustro ormai contraddistingue una serie trasversale di produzioni fino a A.G. Cook (Pc Music), con il quale Lopatin ha recentemente collaborato.

Detto questo, sviscerato tutto il contesto, o meglio, parte di esso (le letture alternative sono naturalmente possibili), G.O.D. si rivela il miglior album di Lopatin per una sola semplice ragione: è il suo lavoro zappiano per eccellenza e la musica che contiene assume il suo contesto, lo sublima rimanendo fruibile, ironica, sospesa, in bilico tra incanto e repellenza. Ci volevano contrappesi all’approccio elettromagnetico di Replica e al giochino tra forme e figure di R Plus Seven, e questi si sono tradotti nel levare il tappo alla vena più autenticamente cazzara di Lopatin, che ha trovato nell’immaginario più pacchiano dei Novanta (il crossover, il nu metal, i NIN e cloneria assortita, ma non solo, anche la trance e la techno puntiforme di Senni, le sigle crack dei videogame), un terreno ideale per centrifugare il suo più appassionante patchwork di scarti degli ultimi trent’anni della nostra memoria. Con l’alieno Ezra a far da mascotte (o da vocalist se volete). Qualcosa che sta in mezzo tra Freddy Krueger e David Cronenberg.

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