• Mag
    24
    2019

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TT

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Nelle malinconiche, rarefatte composizioni del produttore londinese Timothy Zha serpeggia una sensibilità emo. Difficile definire il suo lavoro dal 2014 a oggi in maniera definitiva, improntato com’è a un sincretismo di genere che lo colloca a cavallo tra un sognante intimismo DIY e il sound più corrosivo e ibrido della club music sperimentale contemporanea (in collaborazione con Yayoyanoh per esempio, ha partecipato alla seconda compilation di NON Worldwide dello scorso anno, mentre il suo secondo album Into One Name è uscito nel 2017 per l’etichetta filo-industrial di Shanghai Genome 6.66Mbp). Socio del collettivo Bala Club di Londra (fondato da Kamixlo, Uli K e Endgame), Zha integra inoltre nelle sue composizioni stilemi rap, afrobeat e dancehall, non solo nelle ritmiche ma anche nelle sue caratteristiche, semi-indiscernibili interpretazioni vocali in auto-tune, un’affascinante via di mezzo tra i virtuosismi di Alkaline, gli accenti del Future più esistenzialista e i melismatici, uggiosi lamenti di un performer alt-RNB.

Con questo mix di stili declinati in chiave iper-emotiva, i brani di Organ Tapes non sembrano mai abbandonare completamente il club, ma preferiscono barattarne l’escapismo, o a seconda dei casi, lo spirito conflittuale, a favore di un viaggio volutamente introspettivo. Si veda il suo brano Guess Riddim dall’EP Words Fall To Ground (2017), in cui in coppia con la produttrice di Londra Malibu (attiva anche con un progetto dichiaratamente emo a nome dj lostboi), Zha univa a elastiche ritmiche dembow apocalittiche stoccate synth e piangenti vocals in stile dancehall. O si recuperi Di Qiu, da Into One Name, in cui il Nostro, tra field recordings, cori da chiesa e delicati flauti, raggiungeva un compromesso tra le discontinue abrasioni della fantomatica deconstructed club music odierna e la musica sacra.

In una mossa che, alla luce delle sue consolidate connessioni con il mondo dell’elettronica sperimentale, sa di “controcorrente”, per il suo terzo album Hunger In Me Living Zhu si sposta ancora più vicino al bedroom pop in senso stretto, impugnando la chitarra e valicando il confine tra elettronica d’atmosfera e indie pop. La maggior parte di questi undici nuovi brani impiega guitar loops e field recordings alla ricerca di ovattati ibridi tra elettronica e pop, mettendo in risalto, più che in passato, la propensione di Zhu per melodie e soundscape d’atmosfera. Signs inizia con la voce femminile degli annunci sugli autobus di Londra («56: to Whipps Cross!»), seguita dal tipico mix di voci e rumori che arrivano all’orecchio del passeggero piazzato ai primi posti dell’upper deck. Da una delicata melodia, pizzicata all’acustica, spuntano l’acidulo suono di un mellotron e la voce di Zhu, come sempre in autotune, per la prima volta in bilico tra i consueti strascichi rap e le ritrovate pose da cantautore indie. Qui come nella successiva Condition, in cui compaiono delle vere e proprie jangly guitars, prende corpo, più che in passato, un effetto nostalgia: a un primo ascolto, i brani più marcatamente indie pop di Hunger In Me Living potrebbero passare per i leggeri, talvolta inconsistenti citazionismi indie pop anni 80 e 90 di band come Porches o Lust For Youth. Eppure, le malinconiche, contagiose melodie di Zhu vengono quasi sempre impreziosite da qualche contrasto o idiosincratico dettaglio, come i gorgheggianti synth di sottofondo in Condition, le chitarre spezzate, “soffocate”, dell’ottima e inquietante Simple Halo o gli imprendibili vocals R&B e dissonanti sample rap di Ugly e Sunset in E5. Questi tocchi o “capricci” d’autore ci raccontano un Organ Tapes non ancora pronto, per nostra fortuna, a liberarsi dei molteplici riferimenti club/black di cui prima si parlava.

Laddove la riscoperta delle chitarre ben si presta al gusto di Zhu per godibili melodie e sproloqui emo, il caso vuole che due dei brani più affascinanti del lotto siano tra i più vicini alle sue produzioni del passato. In Dogs Running Free, un’oscura interferenza radio viene intramezzata a un’incantevole pioggia di arpe digitali che a tratti ricorda il primo Arca; in Flung Wide Open un penetrante, distorto sample vocale e una sincopata base dancehall si barcamenano in un crescendo di trionfanti fiati, batteria, piano e accordion, ricordando il bizzarro misto di rimandi folk e dissonante club music di Elysia Crampton.

24 Maggio 2019
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