Recensioni

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Parliamo di quello che può sindacabilmente essere ritenuto il miglior album mai prodotto dagli Outkast (anche se la concorrenza è agguerrita). Stankonia, nell’ormai lontano 2000, è stato il disco in cui i due padrini di Atlanta uscivano definitivamente dal cantuccio del Southern hip hop e lo mescolavano con praticamente qualsiasi cosa, vendendo e convincendo. È stato forse il primo disco hip hop a raggiungere vertici simili a livello sia di appetibilità che di sperimentazione. Insomma, ha venduto tantissimo e i pezzi più radiofonici vi abbondano, ma resta un album in cui la libertà creativa dei due è ancora dilagante. Prima dei My Beautiful Dark Twisted Fantasy di Kanye West e dei Good Kid Maad City di Kendrick Lamar, c’è stato Stankonia. E ancora, è stato uno dei primi lavori (di sicuro il primo con questa mole di vendite) a esplicitare la rave culture come influenza produttiva nell’hip hop. Un pezzo come B.O.B. con le sue ritmiche jungle in questo senso è l’antonomasia. In generale ha dato una generosa impennata ai bpm delle produzioni Southern hip hop, notoriamente abbastanza narcolettiche tra piglio laid back e proto-trap agli albori. Robe che in Inghilterra c’erano già da tempo, ma in ambito americano stentavano a decollare davvero. Tutto questo porta Stankonia ad essere un disco abbondantemente disprezzato dai puristi rappusi più talebani, perché è vero che di hip hop ha tantissimo ma ha anche tantissimo di molte altre cose ancora. Sguazza insomma in una terra di confine, che porta l’hip hop abbondantemente fuori dalla sua comfort zone abituale. Lo si può vedere come il prodromo alla definitiva commercializzazione del successivo Speakerboxxx/The Love Belowi; ma ricordiamoci che se oggi l’hip hop è il genere più ascoltato al mondo lo si deve anche – tra gli altri – ad André 3000 che faceva il pirla su MTV cantando Hey Ya!. Questo può essere anche un demerito, ci mancherebbe, ma resta innegabile il fatto che Stankonia è un laboratorio creativo in cui convivono le cose più disparate e interessanti, senza con questo mancare  mai di coerenza.

Ma facciamo un passo indietro: siamo nel 1998, poco dopo la pubblicazione di Aquemini. I due Outkast comprano uno studio di registrazione ad Atlanta che in passato era appartenuto a Bobby Brown. Il posto ha un valore affettivo importante per il duo, che proprio qui, sei anni prima, aveva registrato insieme per la prima volta (si trattava di un remix di What About Your Friends delle TLC). André decide di rinominare il posto “Stankonia”, neologismo di sua invenzione ottenuto dalla sincresi di “stank” (“funky” in gergo) e “Plutonia”, ovvero il titolo di un poster sci-fi appeso al muro della sua cameretta e raffigurante una non meglio precisata città del futuro. Nella testa del rapper, Stankonia diventa così un posto immaginario dove «potersi aprire ed essere liberi di esprimere qualsiasi cosa”. E gli Outkast faranno esattamente questo.

Il bello di avere uno studio tuo, racconta André, è che puoi fare un po’ il cazzo che ti pare senza preoccuparti di quanto spendi per noleggiarlo. Questo è il primo comandamento che guida lui e Big Boi nelle registrazioni del disco: non avere fretta. I due cazzeggiano, si rollano un po’ di erba, suonacchiano, buttano giù due idee, fumano ancora un po’, registrano qualcosina, oppure restano tutto il giorno direttamente a cazzeggiare. Questa atmosfera di libertà creativa e prolifica nullafacenza resta palpabile nel risultato finale, in senso buon(issim)o. Il problema, che per ora non è un problema anzi è una figata ma diventerà un problema di lì a breve, è che i due viaggiano su binari artistici completamente divergenti. In particolare è proprio André che sembra aver preso una strada tutta sua: si è ormai un po’ stancato di rappare, e le sue divagazioni spaziano ora soprattutto assecondando un cantato che aderisce sempre più a un crooning soul e jam acustiche alla chitarra (proprio da una di queste nascerà Mrs. Jackson). Spesso la coppia si separa, anche fisicamente: Big Boi resta nello studio a produrre, mentre André se ne sta a casa con la sua chitarra, scrivendo direttamente sui muri della sua abitazione le idee che gli frullano in testa («tanto la dovevo comunque ridipingere» la prosaica spiegazione in merito). Nel risultato finale questa distanza sarà evidente: in diversi pezzi André non comparirà, mentre in tanti altri si concederà sperimentazioni vocali (come le vocine di Red Velvet) che sembra centrino poco con le idee del compagno. Ad ogni modo nel frattempo nessuno dei due, quasi di comune accordo, ascolta granché di hip hop: Prince, Chuck Berry, Little Richard e Jimi Hendrix tra le ispirazioni principali. Questo non per dire che il disco avrà un suono passatista o nostalgico, tutt’altro. Ma il senso di alcune melodie ha le sue radici ben chiare.

Le produzioni sono firmate dai soliti Organized Noise e dai due Outkast, e come detto c’è di tutto un po’, dalle fonti più disparate. Nelle chitarre di Gasoline Dream (che potrebbe essere un pezzo dei Public Enemy) ci sono i retaggi hendrixiani, nel funk rilassato e laid back di So Fresh, So Clean ci sono i Parliament, ma anche le irresistibili zozzerie di We Luv Deez Hoes sono spalmate su un beat che sarebbe stato bene in Doggystyle di Snoop Dogg. Invece Slum Beautiful prende il John Frusciante bruciato di Niandra La Des e lo frulla in un altro pezzo dalla melodia sbilenca e sgocciolante psichedelia, Humble Mumble ha radici che affondano nella salsa, e  l’ultima Stankonia (Stanklove) è un altro bagno di funk digitale, psichedelia, gospel e doo-wop, con una coda finale che ripensa al chopped & screwed di Houston (Dj Screw vive). Snappin’ and Trappin’ presenta un beat abbastanza strippato, e inusualmente vede l’assenza di André: spadroneggiano Big Boi e il suo nuovo pupillo da Atlanta Killer Mike, che negli anni seguenti avrà un futuro discreto con un progettino chiamato Run the Jewels. Proprio il setaccio passato tra i club di Atlanta porta un sacco di rapper, tra affiliati dei Goodie Mob ad altri talenti locali, a sfilare tra le tracce del disco accanto ad altre leggende viventi come B-Real dei Cypress Hill nell’incendiaria Xplosion (nomen omen). 

Ma parliamo di testi, perché non di sola bulimia sonora vive questo disco: I’ll Call B4 I Cum puccia i piedi nella pozzanghera della filosofia, con Dre e Big Boi che spiegano in dettaglio quanto ci tengano affinché la loro partner raggiunga l’orgasmo prima di loro, per tutta una serie di condivisibili motivi che vengono esposti nel brano. Anche la conclusiva Stankonia (Stanklove) consiste per lo più in una serie di approfonditi dettagli su cunnilingus e variazioni sul tema. Ma attenzione a non scambiare le volgarità degli Outkast per la solita roba gangsta. Perché anche da questo punto di vista Big Boi e André fanno un bel passo di lato – o meglio, in avanti – rispetto alla maggior parte dell’hip hop a loro contemporaneo. La donna non è quasi mai oggettivata, ma è vista come essere umano; un pezzo come I’ll Call B4 I Cum, pur nella sua grettezza espressiva, fa una cosa che per il rap americano è una piccola rivoluzione copernicana: mette le necessità sessuali della donna avanti a quelle dell’uomo. Una cosa del genere, proveniente da quello che è probabilmente il gruppo più lanciato del panorama South (non proprio il genere più femminista di tutti) è pesante. Poi ci sono anche pezzi esistenziali come Humble Mumble (che vede in tandem Dre e Erykah Badu), in cui la strofa di André è una sintetica ed efficacissima analisi dell’hip hop tutto. Oppure ancora, Toilet Tisha è praticamente una rivisitazione stortissima di Brenda’s Got a Baby di Tupac, con una storia tragica di gravidanza adolescenziale buttata su un beat a base di basso funky slappato e mitragliate electro. 

Infine Mrs. Jackson, apostrofe rispettivamente di André 3000 alla madre dell’ex compagna Erykah Badu e di Big Boi alla madre di suo figlio, è un episodio molto interessante al di là della contagiosa orecchiabilità del ritornello e del successo da classifica che è stato. Qui, alla pari di quello che parallelamente stava facendo Eminem (estremizzandolo ulteriormente), abbiamo la vita privata dei protagonisti – con tanto di nomi e cognomi – che si infila nella musica. Ficcanasare in quello che è il rapporto tra Dre e suocera per l’ascoltatore è pari pari a sapere i cazzi di Eminem con moglie, madre e figlia, o di quello che sarà l’amore tra Kanye e Kim. È l’ondata di reality show dei primi anni ’00 applicata alla musica. L’altro singolo B.O.B. è una bomba al fulmicotone, con i due protagonisti che rappano ad una velocità folle su un beat tra chitarre elettriche, gori gospel e ritmiche jungle che come detto portano su un palcoscenico nuovo il legame tra rap e rave music. L’acronimo del titolo sta per il Bombs Over Baghdad del ritornello, ma la vocazione politica del pezzo è soprattutto razziale: si parla di ghetto e non di politica estera come si potrebbe pensare, e va bene così. 

Stankonia non sarà il disco più canonicamente hip hop del duo, né quello commercialmente più performante (meglio ancora farà il successore), ma di sicuro è quello più trasversale e ubiquo della loro produzione. Un lavoro da ascoltare ancora oggi, perché ti fa capire un sacco di cose in merito a cosa sia successo nell’hip hop degli ultimi vent’anni e perché – soprattutto – resta bellissimo. 

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