• ott
    14
    2016

Album

UOVOOO

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Ascolti l’attacco di Popp, la nuova prova di Markus Popp sotto lo storico alias Oval, e il segnale è forte e chiaro: il pioniere glitch si è voluto finalmente cimentare sia con le macchine e i software, sia con l’attitudine androide-voyeurista con la quale è stata prodotta molta musica a noi contemporanea (in poche parole la sua visione sull’hi-tech), quella che da Far Virtual Side di James Ferraro ha portato alle derive provocatorie di Pc Music e soprattutto all’opera di Daniel Lopatin finora più emblematica in questo senso, R Plus Seven. Il suo pop fatto con pad aerei, tastiere frattali, texture cartilaginose, costellazioni di xilofoni e ampio uso di voci in elio opportunamente chopped and screwed, è decisamente parente di quello che abbiamo ascoltato in questi anni Dieci, dai giri più intellettuali fino a Fka Twigs e Kanye West; la differenza semmai sta nel punto d’osservazione dal quale lo scorbutico tedesco ha voluto guardare una rinnovata bestia sonora: un caos controllato che assomiglia decisamente alla summa dei suoi stili produttivi (dagli esordi a Microstoria con Jan St. Werner fino alle relativamente recenti metamorfosi elettroacustiche con O e a quel precedente bilancio di carriera che rispondeva al nome di OvalDNA), riorganizzata però su un’essenza pop. Pop non inteso come una forma canzone composta da strofe e ritornello, ma come un profumo infuso in uno stordente apparato sonico multisensoriale. Rispetto a Ferraro, che ha strutturato i suoi lavori più politici su impianti fortemente schematici, visivi e asettici (prediligendo il modernismo del Synclavier, ecc…), Popp ha lavorato per “surriscaldamento” sul lato più free e slaim di un Oneohtrix Point Never per capirci, provando cioè a spalmare non solo campioni giocati in libertà sui touch pad, ma anche testando il quantitativo di layer che poteva giocarsi in contemporanea e, non ultimo, prediligendo spesso due strati di percussioni differenti da associare alle altalene sintetiche e al profluvio di voci e vocine cartoon. Che sculture sonore così concepite non risultino un gran pasticcio senza appello e che anzi rispondano ad una coerenza artistica al pari di una svernata stilistica, è solo merito della grande capacità di sintesi del suo autore.

Percepibile in questo disco il senso del gioco, del divertimento nel suonare questa musica dal vivo in studio, come è significativa la forte impronta del Markus Popp architetto dell’opera complessiva che, sempre sulla scia di OPN, procede per astrazioni meccanico-fluide, lallazioni ed equilibrismi di minimalismo massimalista, il tutto portato ad un nuovo livello di saturazione complessivo. Concettualmente, non potrebbe calzare meglio la storia di Data e del suo chip emozionale (che ha attraversato più episodi di Star Trek The Next Generation), con la differenza che qui il microprocessore viene sovreccitato fino a diventare difettoso. È un’altra metafora della glitch music come musica dell’errore, un errore di gran lunga più sofisticato di quello ottenuto manomettendo synth e vinili però.

Oggi quella prodotta in Popp è musica composta dagli androidi di Westworld quando non funzionano come dovrebbero, ieri era la colonna sonora di ciò che osservavamo dai monitor di Farber in Fino alla Fine del Mondo, l’equivalente video di supporti di memoria sabotati. Pur non cavalcando l’hi-tech da pioniere come era accaduto agli inizi di carriera, Markus non ha fatto altro che renderci per l’ennesima volta l’idea di avaria come qualcosa di terribilmente vertiginoso ed affascinante. Per farlo si è rimesso in gioco abbandonando una comunque valida ricerca elettrocustica che lo aveva portato in VOA (2013) a mescolare influenze Thom Yorke e saudade brasiliana. E nel farlo non è detto che non abbia reinventato il concetto di Intellingent Dance Music. Per sincerarsene basta ascoltare l’attacco del disco, quel piccolo capolavoro che risponde al nome di ai, che sta per artificial intelligence (e per cosa altrimenti?).

7 novembre 2016
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