Recensioni

Denso, materico, oscuro. Il nuovo disco degli OvO si inserisce nella linea di una produzione ormai ventennale – quest’anno si festeggiano appunto i due decenni di rumore e devasto – che non sembra affatto cedere il passo, ma anzi si mostra sempre più risoluta e centrata, messa a fuoco di volta in volta in maniera più efferata e perennemente in movimento e mutazione. Noise-rock duro e (im)puro, in definitiva, è ciò che si ritrova in questo esordio per la canadese Artoffact, e vi si ritrova in tutte le sue declinazioni, lente e sludgeose come una palude delle Everglades (You Living Lie, ma anche una Lue che è veramente una “ascesa” agli inferi o viceversa tra sfaldamenti e voci di angeli caduti o una Psora che si sfalda letteralmente dentro una melma sonora) o dirette e violente come il suffisso -core pretende (l’opener Mary Die, una Incubo realmente da incubo, l’ode alla “rabbia positiva” di Queer Fight), non tralasciando la sulfurea aura post-apocalittica che ha sempre contraddistinto gli album del duo come i rimandi alla dimensione industrial più asfissiante e a quella ansiogena e latamente weird-horror lovecraftiana.
Ma al solito, il monolite nero-freak, sorta di Frankestein mutante e in perenne evoluzione assemblato dal duo, (si) fonde e (ci) confonde con sempre nuovi slittamenti, input, prospettive. Mischiando l’elettronica – non una novità, visto il modus operandi degli ultimi lavori degli OvO – alla visceralità del suono (sia in fase di composizione iniziale che di resa: gli input dai pattern di Dorella, elaborati insieme ad amici e ospiti come i sodali Sigillum S, ad esempio, sono poi scelti e “appesantiti” da Stefania Pedretti) al fine di rinnovare in musica il mito di Tetsuo; ma soprattutto spiazzando per l’apertura mentale, da intendersi proprio come approccio all’esistenza più che alla mera questione “musicale”, con cui i due tirano dentro indifferentemente i norvegesi Arabrot, marci fino al midollo (vedasi Solar Anus o The Gospel), nella horrorifica L’eremita, e la (t)rapper svedese Gnucci (in Testing My Poise: due minuti e poco più di, boh, incubo rap-metallico, ovvero contundente, tutto blast-beat e flow malvagio), o Gabriele Lepera dei fantastici Holiday Inn nel delirio quasi noise‘n’roll di Burn De Haus.
Ma forse la chiave di lettura definitiva di questo “miasma” (generico, per la contemporaneità e specifico, per l’album in oggetto) è la conclusiva title-track, sorta di summa dell’ultimo OvO pensiero: un lento, macerato, macerante, rumoroso deliquio/spegnimento che è rarefazione dell’essere, alienazione del sé, disfacimento del tutto. Che dire? Mai i miasmi di questa infame epoca sono stati così piacevoli da ascoltare.
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