Recensioni

6.2

Abbiamo assistito ad un live degli inglesi Palace lo scorso anno al Green Man Festival («il loro pop-rock ha bisogno di qualche spunto più personale per risultare davvero interessante», scrivemmo in quell’occasione) ma non possiamo affermare di averli visti “before it was cool” per un semplice motivo: i Palace non saranno mai cool. La band guidata da Leo Wyndham è infatti già oggi troppo, passateci i termini, imponente e rifinita per poter ambire a quella etichetta. Indubbiamente i quattro londinesi pensano in grande puntando fin da subito al pubblico delle arene e – perché no – degli stadi. Il potenziale lo hanno sempre avuto e lo hanno ancora di più oggi grazie ad un album d’esordio – So Long Forever – smussato negli eccessi e caratterizzato da un buon equilibrio tra raffinatezza ed intensità. Un lavoro sobrio che dai due EP pre-album (Lost in the Night e Chase the Light, vedi anche Tracks From Eps 2015) eredita solamente una traccia, Bitter, completamente ri-registrata per l’occasione: se nella versione originale erano presenti sentori ad altezza WU Lyf e Father Sculptor, nella versione contenuta in So Long Forever l’arrangiamento è più vellutato e misurato. Ragionato, piuttosto che impulsivo.

Questo approccio meticoloso e meditativo viene riversato da Wyndham in tematiche che fanno perno sul concetto di perdita nella sua accezione più ampia, con frequenti riferimenti alla famiglia: «Eventually they will both be just fine, but father’s wept, and my mother’s crying! in It’s Over, «Sometimes my father’s looking up How he yearns to hear your voice» in Holy Smoke e «Mother, you’ve given me breath» e «Father embracing me» in Family. L’impatto emozionale in queste – come in altre – occasioni non è trascurabile, sebbene talvolta venga tenuto a freno da una tendenza ad un pathos melodrammatico che risulta forzato in alcuni passaggi X Factor-friendly.

Tessiture ampie che fanno da cornice al potente (e soulful) timbro di Wyndham, il vero protagonista all’interno degli undici episodi di So Long Forever, brani che galleggiano in una comfort-zone in cui convivono l’epicità pop-rock, le modulazioni di Jeff Buckley e quell’anima bluesy/indie-gospel cara ad un bestseller come Hozier (l’ottima Family, con la slide guitar ad arricchire l’atmosfera). A riassumere i vari mood del repertorio pensa la title track, composizione che si struttura su tre velocità diverse: strofa midtempo ad altezza Kings of Leon, chorus più rarefatto ed evocativo e coda caratterizzata da un ritmo (soprattutto batteria e chitarra) che parrebbe preso in prestito dai Foals di Antidotes. Nelle ballate i Nostri sembrano essere maggiormente a loro agio (Holy Smoke), ma alla lunga il risultato tende ad essere uggioso e vagamente soporifero e quando provano a graffiare (Break The Silence) rischiano di cadere nell’anonimato da rock-FM.

So Long Forever è un esordio a tratti coinvolgente che posiziona però i Palace all’interno di un limbo midstream potenzialmente respingente, sia per il pubblico più smaliziato (è troppo perfettino), che per quello più generalista (mancano certe intuizioni pop).

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