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Se c’è una cosa a cui ci ha abituati Paul Weller, almeno negli ultimi anni, è di non aspettarci nulla di scontato da lui. Dal 2018, il Modfather ha tirato fuori un album acustico e dall’andamento intimo e pastorale come True Meaning, un ep fatto di suoni elettronici, di rumori e scorci urbani dal titolo In Another Room e infine il suo quindicesimo lavoro da solista, l’album On Sunset. Anche questa volta, il 62enne rocker di Woking abbandona i panni del Modfather per vestire quelli dell’artista eclettico e audace. Lasciato ormai alle spalle il conservatorismo fatto di tagli brit con basette mod, suits su misura e chitarre acide, Weller ci offre un passaggio su un’autostrada soleggiata, capelli (biondi e lunghi) al vento e occhiali da sole.

A partire dalla prima tappa, Mirror Ball, il brano che, tra tutti quelli del disco, meglio condensa l’atmosfera rilassata e frizzante, a tratti decadente, ma sopratutto fiduciosa e quasi religiosa del lavoro di Weller. La voce di Paul sembra sgorgare da una fonte di diafani sintetizzatori spaziali e fiati, e inizia a cantare la sua elegia a una “palla specchiata”: «Mirror ball when will you spin / light up the room / and our lives begin». Weller sembra volerci condurre sulla pista dal ballo della vita e ci indica la via: guardate le luci, la bellezza, tutto inizia da lì. Il brano è un crescendo di strumenti: dopo i synth, ecco una chitarra acustica arpeggiata che riporta, per un attimo, alle atmosfere di True Meaning; segue un arpeggio di piano, per poi esplodere in un basso potente e ritmato. La canzone cambia direzione ed entrano chitarre glam rock à la David Bowie – artista la cui influenza si ritrova in tutto il disco – e poi, all’improvviso, un interludio elettronico a là In Another Room; una discesa nel brodo primordiale della Terra, fatto di rantoli e applausi.

A fare il paio con la opening track è Earth Beat, brano con cui Weller sorprende perché, semplicemente, non ce lo s’immagina in questa veste: batterie sintetiche e arpeggiatori fanno da base a Weller in versione decisamente pop e r’n’b. La black music è uno degli elementi costitutivi del disco (vedi il soul di Baptiste dal testo quasi gospel, o in Walkin’), così come il citazionismo, distribuito sapientemente in tutto il disco, vedi il vaudeville ai limiti del bonzonesco di Equanimity (il violino è di Jim Lea degli Slade), ma anche nella title track, brano che sembra scritto a sei mani da Bowie, George Harrison (fortissimi gli echi di All Thing Must Pass) e ovviamente da Weller stesso, che ci mette del suo con una linea vocale lounge. Per quanto riguarda i testi, è indubbia la capacità autoriale dell’ex Jam, e uno degli esempi migliori in questo senso è la traccia numero tre, Old Father Tyme, in cui anche il modernista Paul fa i conti con il Tempo tiranno che «whatever he gives you / has a price to bear».

On Sunset è un disco complesso, multiforme, variegato, fresco e divertente. Un disco “soleggiato” e realizzato da uno dei custodi della britishness. Un album di pregevole fattura, in cui Weller fa Weller, spaziando tra i generi che meglio conosce ma inserendo sempre qualche nota di colore, qualche strumento che non ti aspetti. Insomma, sperimentando nel suo english garden.

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