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6.8

Paul Weller non ha certamente bisogno di dimostrare niente e può, dall’alto di una carriera più che trentennale – spesa tra il revival mod-punk dei Jam e le successive raffinatezze soul-jazz degli Style Council, nonché i successivi album da solista – permettersi più o meno tutto.

Tra alti e bassi (ricordiamo i recenti picchi di 22 Dreams e Wake Up The Nation, tra il 2008 e il 2010) arriva al dodicesimo disco solista, registrato con i sodali Steve Cradock e Andy Lewis tra gli altri, nonché una vecchia conoscenza come il produttore Ian Stan Kybert, con la partecipazione dell’amico e chitarrista nella formazione originale dei Jam, Steve Brookes e di alcuni membri della band psychedelic jazz Syd Arthur.

Saturns Pattern gioca con l’hard rock sixties acido rivisitato, alla Jack White (l’iniziale White Sky con voce effettata, ma anche la bowiana anni ’70 Long Time), riprende il mood melodico che caratterizza il Nostro nella ballad beatlesiana Going My Way, uno dei pezzi migliori, e nella title track, dove Weller cita una delle influenze di sempre, i Traffic. Altrove ritroviamo spunti lounge familiari (Phoenix) insieme ad influssi Tame Impala, uno degli amori recenti.

Tra psichedelia, northern soul e blues, Weller rimescola le carte e tira fuori un album che sa di divertimento e rilassatezza, più organico del precedente Sonik Kicks e un gradino sotto le recenti prove positive citate prima. Una prova di classicità da parte di chi classico lo era già. Niente di nuovo ma detto con la consueta classe.

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