Recensioni

Sembra che la vecchia volpe argentata non abbia nessuna intenzione di abdicare al titolo – a questo punto, a vita – di Modfather. Fresco sessantenne, Paul Weller arriva al ventiseiesimo album (considerando anche Jam e Style Council) in scioltezza, mostrando il solito piglio e un’ispirazione invidiabile. Pubblicato a distanza di un solo anno da A Kind Revolution (giusto per sottolinearne lo stato di salute compositiva), True Meaning è da considerarsi un po’ il suo disco pastorale, pieno com’è di ballad folk (tanti i richiami a Cat Stevens, Glide è emblematica), ma anche a Neil Young (Wishing Well fa l’occhiolino, chiaramente, a Old Man), ma con delle sfumature blue eyed soul/motown (Mayfly) che, da sempre, sono il suo punto debole, il suo cuore di panna.
Non mancano i prestigiosi cammeo: si va da Rod Argent degli Zombies a Martin Carthy, da Danny Thompson (Pentagle) a Erland Cooper, passando per il suo aspirante erede, Noel Gallagher, presente all’harmonium su Books e poi per qualche controcanto. Spazio anche a un personalissimo tributo al Duca Bianco (Bowie) in cui saluta affettuosamente quello che per una vita intera è stato la sua nemesi sia artistica, che mediatica (tanti gli scontri tra i due, poi una pace raggiunta nei primi Duemila).
True Meaning è un disco valido, senz’altro fatto con mestiere, ma che mostra un autore ancora ispirato e arzillo. God Save the Modfather!
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